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sabato 2 agosto 2014

Per un pugno di 80 euri

Autunno 2014. Matt Raunchy, sceriffo del Kansassiti Uanaghenà,
un po’ imbolsito ma autosufficiente, in fuga dalla collera dei paisà
con ciascuno dei quali è in debito di US $ 107,452 (pari a € 80,00)
in seguito a mancato pagamento di scommessa (perduta).
(Illustrazione di Stefano Baratti).
io posso:
- fare castelli di sabbia in riva al mare (in alta stagione, tipo come oggi) per una giornata, forse due, data la desertificazione delle spiagge dovuta ai segnali di ripresa;
- costruire autogatti e mototopi con gli stecchini (di quelle raccolte che il primo numero è in edicola il 16 agosto e gli altri numeri non li vedi mica);
- e parlare con Pablo, naturalmente.


Inoltre, su amazon, io posso comprare, fra l’altro, un’elettrosega, le scarpe kawasaki, nonché quasi 10 copie di Per un pugno di dollari in dvd e, ho calcolato, 3,51493848858 blu-ray della versione restaurata, con doppiaggio originale d’epoca (“Enrico Maria Salerno e Carlo Romano in primis”, dice un acquirente verificato). E me ne avanza per parlare con Pablo.
Del fatto che lui lo ha scaricato a gratis. Io sono contrario. Lui è favorevole. Ma perché si fa pagare per parlare con lui? Questo non l’ho capito.

Con un pugno di 80 € io posso:
- pagare la multa per non avere pagato il canone rai fulminei che invece ho pagato, ma siccome sono più di un pugno di 80 euri, il resto me lo presta Pablo, con interesse del 70 %. E se non sono puntuale, dice che rimpiangerò il giorno che non ho pagato il canone. Che però io ho pagato. Hai le fotocopie? mi chiede Pablo. Veramente io. E allora statti zitto. Sempre a disposizione, comunque.

Per un pugno di 80 euri io posso:
- tradire mia moglie con le donne che conosce Pablo: lui fa e io guardo. Lui dice: per un pugno di 80 euri non pretenderai mica? No, io non pretendo. Come vedete, io posso parlare con Pablo.

Con un pugno di 80 € io posso:
- comprare un abbonamento per il torneo del combattimento dei galli: 2 match, contando che uno si paga 40 euri. Tuttavia posso chiedere a Pablo: sai se i galli li buttano o cosa?… Li buttano, mente Pablo. Lui ha l’esclusiva dei galli crepati, che sua moglie, benché cornuta, glieli prepara tipo amburghesi; non so come, ma li restringe, come fanno certi cacciatori di teste con le teste. Sicché da un gallo italiano, ne risultano tipo 3 amburghesi.

Ieri è successa una cosa brutta, triste: è morto Pablo. Lo hanno rinvenuto in un vicolo malfamato. Ma non l’hanno potuto far rinvenire. Era stecchito, freddo. Secondo gente che gli vuole male, si è trattato di un regolamento di conti fra strozzini.
A parte che non credo a questi infami, mi dispiace che non potrò più parlare con Pablo.

Con un pugno di 80 euri io ho potuto:
comprare un cuscino per Pablo, ma senza scritta ricamata, che costava troppo. Un cuscinetto piccolo, di quelli che conta il pensiero. Avrei fatto la corona, ma mi veniva a costare circa 2 pugni di 80 euri. Il beccamorto si è come risentito del mancato acquisto. Certo che se Pablo era vivo, me li avrebbe prestati lui. Ma che sciocco che sono: se è morto, come…

Stamattina a momenti mi prende un colpo. Suonano alla porta, vado ad aprire e mi vedo davanti indovinate chi? Pablo. Sì, in persona, in carne e in ossa.
Non faccio in tempo a riavermi, che Pablo mi fa: “Guarda che mi devi un bel pugno di euri”, tira fuori un taccuinetto e legge: “190,35, per la precisione”.
Io, sconvolto, incredulo, ammutolito, insomma fuori di me, balbetto: “Ma Pablo… Tu eri morto, ti ho visto con i miei occhi nella cassa… e tutti che piangevano, disperati… e tua moglie, poverina… e … e il cuscinetto, a proposito, non ti sarai offeso perché non c’era il ricamo con…”
“Senti, non menare il can per l’aia, sgancia gli euri che mi devi se no ti faccio rimpiangere il giorno che sono morto”.
“Pablo, amico mio, veramente in questo momento sono un po’ a corto… se magari tu non morivi… io magari ti potevo dare gli euri che ho speso per il cuscino, oppure…”
“Quanto hai in tasca?” fa lui secco.
“Veramente… c’avrò fa conto 5-6 euri”.
“Quando un uomo con gli euri incontra un uomo senza euri, quello con gli euri è un uomo morto”, dice sibillinamente Pablo.
Poi non ricordo più nulla.
Per 5-6 euri, io ho potuto:
- beccarmi un pugno (non di €, ovviamente) in faccia da parte di Pablo, di quelli che magari anche lui si è rovinato le nocche.
Eppure era morto. Non mi raccapezzo.

Verso sera, vagando per la città con la faccia sanguinante, fuori da un bar ho sentito provenire un canto: “Hanno ammazzato Pablo, e Pablo è vivo”.
Allora ho capito tutto. E a gratis.


CORRELATO L'uomo che affrontava le catastrofi con un sorriso

giovedì 31 luglio 2014

La donna che affrontava le catastrofi con un sorriso

O: la donna che da piccola voleva fare, da grande, la minestra, e invece…

Lola Bunny, fidanzata in tana-cunicolo (tutto regolare)
di Bugs Bunny.
Entrambi sono fra i più fedeli seguaci di questo blog
with dirty little lips.

La vicenda della fanciulla che da grande voleva fare la minestra (e, nello stesso tempo, affrontare le catastrofi con un sorriso) ebbe inizio allorché ella, una volta nata e trascorsa per un’infanzia igienicamente perfetta, vide, a età debita, il celeberrimo segmento di quel film con Alberto Sordi, nel quale non penò a riconoscersi. Era inevitabile: si chiamava Guglielma (presto universalmente detta “la Dentona”) e, da quella bocca aggraziata (con cui poteva dire ciò che voleva), diversamente da quanto voi vi sareste aspettati, non le spuntava un fiore come alla Virna Lisi, ma protrudevano, come a dare il fatto suo al mondo, due incisivi uguali sputati a quelli vanto di Lola Bunny 1, la fidanzata (in tana-cunicolo, tutto in regola, non si creda) di Bugs Bunny, il migliore amico e fedele sostenitore (se si esclude marsiano ►) di questo blog with dirty little lips.
Si cominceranno già a notare alcune apparenti contraddizioni; e via, affrontiamole insieme, parliamone senza prevenzioni e complessi.
Che nesso esiste fra l’aspirazione a fare la minestra (da grande, adulta) e l’ammirazione per Guglielmo il Dentone? Al netto – come suole dire questo giovanottone tanto bistrattato▲ – della comunione, determinata da nome e dentoni, fra lei e il personaggio sordiano, il basito lettore medio sensuale, pensando piuttosto a una ragazzina la cui ineccepibile ambizione fosse diventare una telegiornalista (anche per gareggiare nel gratificante torneo bandito annualmente da un commendevole sito web – ma che non conta tra i suoi sostenitori Bugs Bunny – tiè!), è tentato di insorgere. Per non dire poi della questione “affrontare le catastrofi con un sorriso” (tema già qui affrontato► con successo – e con un sorriso): lo scaltrito copywriter, per esempio, in quanto del mestiere e dell’andazzo, potrebbe farci una qualche pulce: che fate, riciclate? vi autoplagiate?
Ma noi s’è calmi, s’affronta il copywriter con un sorriso; ci si confronta, sempre con tranquillità e nervi-spaghetti scotti, con ogni risma di lettori e commentatori di professione (ché, indicano le forbici statistiche, a sciami quotidiani invadono, benignamente, queste pagine).
Bene. Vedrete che tutto torna alla fine, tutto scorre – basta che sia oliato –, tutto quadra (basta che sia quadrato).


La donna, ancora fanciulla (“citta”), aveva idee nitide, valori validi e saldi modelli: ella – al pari dell’uomo che affrontava le catastrofi con un sorriso (bello di due dentini faini, anziché dentoni, ma buggy quanto basta) – piovve in Toscana (laddove il Fucci Vanni, autoproclamatosi “bestia”, piovve di, e in dove sappiamo bene; eppoi ebbe ben altra tana che quella di Bugs e Lola: insistiamo, animaluzzi simpatici come ve n’è pochi). Una volta piovuta, crebbe regolarmente, il suo buon tempo consistente primariamente nelle letture di favole e fiabe, ma non solo: curiosa per natura, s’affascinò alle polemiche filologiche di Fanfani, Pietro, sopra la Cronica del Dino Compagni, che il La Tulipe (così era detto, forse con dileggio, in quelle cerchie, in quelle terre ecc.) provò falsa (Guglielma concordò, ma con riserva); nel cantare insieme (e all’unisono) con le moniche, in que’ loro cori virginali, e con le moniche andar in processioni reggendo certi moccoloni; in frequenti girate lunghe e solitarie pe’ boschi a corre funghi e, chissà, colla speranza di imbattersi nel principe – non necessariamente machiavellico, ma azzurro questo sì – di cui narrava la Cronica (gli abitanti del piccolo borgo, a cagione di questa sua abitudine, non tardarono a giustapporre “de’ boschi” a “la Dentona”); e sopra tutto, nell’osservare rapitamente mamma fare la minestra (che là chiamano preferibilmente “zuppa”, cioè “tsuppa”). E mamma, avendo al suo tempo appreso quest’arte da mamma propria (nonna a Guglielma), ben voleva impararla alla cittina, se non altro per distoglierla da quell’impossibile innamoramento per Alberto Sordi-Guglielmo il Dentone, affare impossibile: e per la divergenza d’età fra i due, e per la famigerata ostilità del Sordi a portarsi amori in casa.
Più avanti, quando sarebbe comunque stato troppo tardi per veder concreta quell’infatuazione, Guglielma, dimentica di Guglielmo – e sempre così accade –, si sacrificò tutta ai suoi segreti progetti: fare (da cresciuta) la minestra con la sapienza di mamma e nonna e affrontare, secondo i precetti delle moniche, peritissime nell’argomento per il misurarsi quotidianamente con se stesse stirando la bocca in un inarcar di labbra (piccole ma non sporche come quelle del nostro blog), eventuali catastrofi con un sorriso.
La natura di quelle terre le agevolò la missione; il destino la soccorse meravigliosamente. Che un giorno nonna, la quale viveva in una cascina nel fitto del bosco, s’ammalò d’una malattia di nonne, così che mamma disse a Guglielma: “Deh, Guglielma: te tu me t’andresti in bosco da nonna a portarle un po’ di codesta bona minestra che ho preparata?” – in verità disse “tsuppa” – “ ’Un sta benone, come te tu sai. E bosco facendo, te tu mi corresti qualche funghetto, badando che ’un sia di quelli invelenati?”
Guglielma era ben lieta di compiere quell’ambasciata, sebbene un dubbio la turbasse: “Deh, mamma: ’un l’è che poi incontro quel Lupo particolarmente cattivo di cui narra il Compagni – ancorché smentito dal Fanfani – e codesto animalaccio mi si mangia tutta quanta in un sol boccone?”
“Suvvia, Guglielma! ’Un darai mica retta a siffatte frottole? Tutt’al più te tu ti potresti imbattere in Ivo il Fungo, che tuttavia, se te ti t’un lo provochi, risulta bono come il pane e come la minestra” – disse proprio “minestra”, stavolta. (Ivo il Fungo, che buffo personaggio: stando al mito, vagabondava ne’ boschi per dare noia alle fanciulle, specie se avvenenti come Guglielma. Ma nessuno l’aveva mai veduto, se non in certe pellicole per soli grandi in cui – sempre secondo leggenda – aveva comparsato in gioventù, guadagnandosi un ovvio appellativo, da’ malvagi detto ‘cappellativo’).
Guglielma intraprese dunque il sentiero del bosco che menava da nonna; bosco facendo si teneva compagnia cantando di quei canti partenici imparati dalle moniche, e in frattanto coglieva un funghetto qua, un funghetto là, stando accorta che non fossero del tipo letale – che si capiva dalla capocchia o cappella. Ma nel mezzo del cammin di nostra Dentona, ecco pararsi sul sentiero – manco glielo avesse ordinato il dottore o l’Allagheri (detto Dante) – il Lupo particolarmente cattivo. Che, un po’ arrugginito, in vece della rituale tiritera, notò incuriosito: “Che bei denti, e grandi, che hai: a che cosa ti servono?”
Guglielma, per nulla intimorita dal Lupo particolarmente cattivo, dacché i suoi denti erano di gran lunga più grandi e cospicui delle sue paure, rispose: “Ad affrontare le catastrofi con un sorriso, sor Ivo”, ché per l’Ivo l’aveva scambiato.
Ne fu tanto ferito, il buon Lupo particolarmente cattivo, che tirò via per la sua strada – qualunque essa fosse – senza colpo ferire e senza nemmeno un saluto; e ciò gli valse nientemeno che un rimbrotto di Guglielma: “A casa mia si dice ‘Buona giornata e buon lavoro!’ quando uno si presenta e si congeda”, gli strillò lei dietro.
“Tsk” biascicò fra i denti consunti dall’astinenza il Lupo. Che invidiava le zanne della Guglielma la Dentona de’ boschi.
“Voglio proprio vedere”, pensò la citta soddisfatta, “se un Ivo qualunque è più grande delle mie paure”.
Sul far de’ vesperi, finalmente ella raggiunse la cascina di nonna. Esauriti i convenevoli con la vecchina, a Guglielma non rimaneva che servirle la minestra in una bella scodella (o ciotola rustica, quella usata dagli architetti), concepita, da’ de’ sainers, per tsuppe. Ma un lampo attraversò la sua vispa mente: “Quando, se non ora?” si chiese la Dentona. Aveva deciso che era giunto il momento galileiano: dopo tanto osservare, occorreva sperimentare.
Invitata nonna a pazientare, andò di là, in cucina, risoluta a prepararle la minestra di suo pugno. Per scongiurare ripensamenti, buttò quella di mamma alle ortiche. E con ciò fatto, prese a sfornellare emulativamente. In testa a un’oretta, nel pentolone si era formato un qualcosa di denso e oscuro, almeno quanto la selva – e pece si sarebbe detta, ma non lo era – in cui galleggiavano grumetti di un altrettanto qualcosa. La Dentona rassicurò se stessa: “Deh, saranno senza meno i funghetti, trallallà, trallallà”.
Solo allora, scodellata l’impietosa pietanza in una ciotola, la recò a nonna, che, malgrado l’infermità, la ingollò avidamente.
Due minuti dopo, l’ava si irrigidì. Curiosa come sempre, Guglielma volle cerziorarsi se vi fosse alcunché d’abnorme in quell’inatteso fenomenazzo. La sua indiscrezione a fin di bene fu premiata dal rilevamento d’assenza di battito del polso: Nonna era andata, come col vento.
“Uh, che catastrofe!” esclamò la cittina. “Qui si va ad affrontarla con un bel sorriso, però”. Che esibì allo specchio usato poco innanzi per la controprova sul respiro di nonna, anch’esso renitente all’appello. Bello cristallino, le restituì i dentoni spiccanti fra le piccole labbra.
“’Un sarà mica da biasimare funghi?” si chiese oziosamente. “Beh, deh, si esperisce” e dissigillò le labbia, e aperse la bocca, cui consegnò un pugnino de’ funghi ricolti ne’ bosco o selva.
Attesa invano la morte per un par d’orette, e dato che quella non si fece viva, dovette scientemente tirare due conclusioni: “I funghi l’erano bonazzi, e poi la morte è meno forte delle mie paure della morte, che non ho – le paure”. Restava la catastrofe (nonna decessa e fallimento culinario), ma restavano anche il sorriso e il tempo: “Ne avrò per imparare a fare la minestra come Iddio comanda”. Donato un bascione a nonna in fronte, stabilì che s’era fatta l’ora del ritorno da mamma. Ma quell’ora era altresì l’ora in cui la selva altroché oscura: buia come la minestra assassina. Ma certo non più paurosa delle paure di Guglielma. Che, dando animo alle sue lunghe gambe, s’incamminò nella notte. Sempre canticchiando un di que’ motivi religiosi, quasi fanfaniani.
D’un tratto, ecco ripararsi qualche cosa sul sentiero. Sarebbe stato magari il Lupo particolarmente cattivo? O fors’Ivo? Guglielma stette per pensare la frasaccia tutt’intera (arrivò a “chissene”, ma lì congelò il pensiero, ché, l’avessero intercettato, chissà in quale misura le moniche avrebbero censurato l’ardire di Guglielma de’ boschi). “Io andrò dritta”, pensò invece, “foss’anche fino alla prima curva”.
E diritta la diritta via (che qui l’Allagheri le faceva tutta una barba, altro che baffo!) affrontò – con un sorriso. Che dovette abbacinare quella figura di mistero sorta in sommo d’un dosso che celava il prosieguo del sentiero, che lì declinava: “Non aver paura”, udì Guglielma detto, come sputicchiato, dall’estranea sagoma.
“La mia curiosità è più forte delle mie paure, che tuttavia non ho. Rispondi, più tosto: chi saresti te? Nel mio libro, quando uno incontra un altro, prima cosa si dice ‘Buon giorno, buona notte, buon lavoro’ e poi casomai si discorre”, s’impuntò la citta.
“Vabbene, ti darò soddisfazione, ché la meriti”, rispose quello che in breve si rivelò un omo maschile, e tutto vestito d’azzurro. “Io, che piovo ora di Fiorenza, sono il daimyo azzurro Ta-mei Frenzō, sfuggito a un attentato ordito dal particolarmente cattivo ninja Hirōtoro Torogirō de’ Daspo di Fiorenza istessa; fui anche podestà, e ora, spodestato, vado alla cerca d’un degno asilo ed esilio, dove pianar la mia vendetta e far successivamente fuoco e fiamme, ben che il fuoco e le fiamme sieno più piccioli delle mie paure. Che, del resto, non ho”.
L’innocente Guglielma, candida, il Fanfani essendo il suo massimo faro, ben ignorava cosa fossero un daimyo e un ninja. Ma viceversa aveva sufficiente familiarità con l’òmini azzurri, per sentito narrare – sommessamente e fra risolini da’ moniche – sicché ne fu contrabbacinata, da quello spodestato.
Così il destino li incontrò l’un l’altra.
Proseguirono il cammin insieme, raccontandosela, informandosi del più e del meno. Guglielma seppe da Frenzō tutto quello che sulla terra c’era da sapere (come dice l’urniloquo Keats – sottolineò Frenzō re-citando, un po’ sputicchiante, l’originale inglese “Dis is evrifing on the word you cnow that there is from cnowledge”).
E poi lo mise a giorno circa la catastrofe coinvolgente nonna: “Ora non so come riferirne a mamma, che indubbiamente se ne avrà a male”.
“Non ti devi preoccupare, ché le preoccupazioni sono sì più grandi delle nostre paure, ma il bello è che, bada bene, le nostre paure sono inferiori a quelle di mamma. E resta sempre il fatto che noi non abbiamo paure. Io, per dirne una, affronto catastrofi e cataclismi con un sorriso”.
“Come?!” s’entusiasmò incredula Guglielma la Dentona de’ boschi. “Anche tu?”
“Sì, perché? Non mi dirai che pure tu…”
“Ma stai scherzando, dico”, confermò ella.
“Ma guarda tu te un po’”, fece lui. “Quando uno dice… porka matrioska…”
“Eh eh”, fece con un ditino fustigatore lei.
“Vabbè, lascia perdere. Piuttosto, visto che – siamo realisti, chiamiamo le cose col loro nome – ora che te ed io s’è combinato tutto quanto”, corse alquanto l’azzurro, “prima cosa si fa sapere a mamma che nonna l’ha tolta di mezzo il ninja particolarmente cattivo Hirōtoro Torogirō de’ Daspo di Fiorenza, dopo di che…”
“Un momento”, l’interruppe con un sorriso, ma severo, Guglielma. “Le bugie e le fandonie ’un si raccontano mica: Fanfani l’è chiaro su questo punto, le moniche non di meno, e per me Fanfani e le moniche rappresentano…”
Ma qui fu lui a troncare lei con un sorriso e una sequenza di sputizzi: “Stassentire: io adesso trovo in un batter d’occhio un bell’esilio, ne faccio in due, massimo tre giorni una signoria – se fallisco, giuro che mi dichiaro responsabile della morte di nonna –, con un bel governo di quelli che governano al fulmicotone: te tu t’andrebbe di farmi la ministra?”

Qui termina la storia, come una moderna opera aperta. Ma mica tanto. Ecco la nostra considerazione finale (o morale della favola): c’è chi, come il Martin, perde la cappa per un punto; c’è altri, come la Guglielma, che per una “i” perde la minestra, ma dal cambio vocalico, onestamente, s’avvantaggia un sacco. Sempre se il sacco non è un’opinione.


1 Fosse stato per Lola, la minestra lavrebbe fatta con le classiche carote. Sulla ministra, non si vuole pronunciare (e a che servirebbe dire “Lola”?)

CORRELATO L'uomo che affrontava le catastrofi con un sorriso