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sabato 6 dicembre 2014

San Nicola di Bari e il principio di non contraddizione

Corsi e ricorsi della storia semo noi

(e voi siete ’na cozza grande)


Ancora, circa l’orrenda fine dell’Impero (o Regno – dopo i giorni del Governo in Esilio), vorremmo soffermarci su un curioso reperto video (e audio) risalente agli anni più dolorosi, in particolare quello della Rivelazione (ricorderete che l’allora Capitale capitolante fu colta e scossa di sorpresa – si diede a intendere nella furiosa concitazione del momento; tuttavia non si vollero riconoscere i prodromi della prossima disgregazione. Ciò, tipicamente, avvenne troppo tardi).
Il sogno della cozza
(Illustrazione di Stefano Baratti)
Il documento audiovisivo indica che la sera di un 5 dicembre un “canale televisivo” (ne abbiamo già trattato, ma torneremo sul concetto a vantaggio di coloro ai quali esso risulti tuttora aspro), con il compito di far superare senza traumi all’utente quel periodo critico della giornata (si pensi all’ora violetta o a quella che n’infrollisce ’l core) compreso fra le ore 20.30 e 21.00 (tempo estensibile a seconda delle esigenze del flusso pubblicitario – oggi più noto come sequenza di “messaggi liminali non occulti”, i limina fissati nella loro pianificata incertezza), “trasmetteva” (usiamo il termine pertinente a quella tecnologia) un trattenimento sovrinteso da una padrona di casa (detta anche “giornalista”; su questo concetto ritorneremo, ma si veda questo specimen) che ospitava tre chiari personaggi della mondanità dell’era, due dei quali vantavano la doppia (dubbia, ancorché in auge massima) qualifica di “giornalista-scrittore” (oggi Giano estinto) e un terzo (sempre secondo il vocabolario tecnologico allora in uso) detto, soprattutto da se stesso, “artista”, più precisamente “cantante” nonché “musicista”. Egli presenziava in forma virtuale, tramite il cosiddetto “collegamento esterno”.
La coppia “interna” aveva per nome rispettivamente Uther (spiegò: “Mamma e papà vollero omaggiare il pastore Martin Luther King, restando al di qua dello sfacciato esibizionismo; ecco il motivo della mutilazione”) e Diablo Sputafuoco. Nome e cognome autentici, sottolineò, e poi soprallineò che mamma e papà erano gente alla buona. (Voleva essere una furba quanto immotivata stoccata al collega – che sorrise fra il cereo e il terreo a dissimulare la bitchy resting face femminea).
La compagnia, dunque, per decisione statutaria della donna-anfitrione, “dibatteva” o “discuteva” intorno a un argomento all’apparenza vuoto, destituito di senso comune (come lo intendiamo noi, per carità) e specialmente (abbiamo potuto e dovuto constatare dopo molteplici disamine del “video” imprigionato nella fitta ragnatela del tempo) ispirato al o dal principio di contraddizione. Ci rendiamo conto che l’affermazione è ostica, oltre che rischiosa, pertanto cercheremo di spiegarci al meglio delle nostre capacità.
In quei giorni, il Regno o Impero (si è sopra accennato), quasi che la storia fosse incline – umile rivista d’avanspettacolo – a dar repliche (sappiamo che non è così),  era traversato da profondi sconvolgimenti (inizialmente dati per sotterranei), vi risuonavano largamente annunzi di una fine imminente o quantomeno incombente mica per ischerzo, con i cosiddetti barbari stavolta non alle porte, bensì saldamente radicati, incredibilmente rintanati nell’humus di quella società da, all’incirca, un sessantennio – forse abbondante (che oggi ci può parere un lampo, ma non è così). Essa, di primo sguardo sorretta da un anelito d’amore, si reggeva, se osservata da occhi sfoderati di prosciutto e annusata con narici non ottuse da polverine magiche, su una controversa dinamica, o, in altri termini, si fondava su una rara, smaccata, appassionata da sembrare innocente forma di quello che oggi, senza falsi pudori, denominiamo “internossismo” cui aderivano con allegria gli universi o quasi.
Per evitare il plagio, anziché sottolineare vogliamo qui evidenziare la caratteristica principe (per altro oggetto delle sinceramente finte lagne di que’ cavalieri del tavolo rotondo con seggiolino per il moschettiere esterno) di quel fantastico mondo, dove tutto, ruotando invero su se stesso, è diretto dal motore immobile primo variamente denominato: paccaspallismo, gomitammiccamento, duspaghismo o macaronismo (e culinarismi vari), ossia quel procedimento metodico, quel sistema a doppie, triple, quadruple, quintuple ecc. fino a onniple alla enneple, in grazia del quale aristidi e narcisi montano effimeramente in tolda spintivi, oltre che da (culinari) calci al culo, dalla convinzione che la proprietà eterna della città possa transitarsi tranquillamente su di loro.
Ma per non divagare esageratamente: l’elemento che spicca per contraddittorietà nel reperto visionato è l’oggetto della discussione, consistente, all’ingrosso, nella domanda (ideata personalmente dalla giornalista): “Ma davvero nel nostro Regno è necessario godere di appoggi, conoscenze altolocate, ammanigliamenti, calci al – passatemi il termine – sederino, per diventare persone (o personaggi) in vista?”
Luther non poteva essere d’accordo che sì, pur avanzando con un linguaggio assai complesso talune riserve (di riserva). Dello stesso parere si disse lo Sputafuoco. Incuriositi da tanta e ardita (dati i tempi e i costumi) controtendenza e successivamente indagando su altri reperti d’epoca, abbiamo trovato che lo Spitfire al tempo (si parla di un pugno di giorni innanzi) era fresco reduce da un rituale primitivo, vale a dire la “presentazione” (cercheremo di sviluppare in altra occasione anche questo concetto astruso) di un suo romanzo di poche pagine e meno senso, evento “partecipato” (dirimiamo subito: in quei tempi e in quei costumi questo verbo si poteva far tranquillamente transitare – pressappoco come l’eterno dell’urbe condita aglio, oglio, stanglio ad libitumque) da rappresentanti d’ogni consorteria mondana della caput di quell’Impero in putrefazione: schiere di giornalisti, scrittori, giornalisti-scrittori, giornaliste, scrittoresse di trilogie, triadi e tribadismi, figure in vista, figure nascoste, figure malcelate, figurine e figuracce; uomini chiunqui con donne qualunqui, finanzieri, finanziere, tardi manager prêt-à-manger, preti dei Prati, capibastone d’ogni fazione, attori e attore di fikcion-fuk-cion, esperti di comunikk-kekcion e di sti-kak-cion, ce n’era per tutti, abbiamo scoperto: e se non ce ne fosse stato, lì per lì (=2601) si distribuivano predicati come fossero ostie-lido: un “dottò” non si nega a nessuno, nemmeno a un primario di una clinica inchiestata. E (quasi) infine, uno o due, ma soprattutto un “cantautore” (altro concetto obsoleto: ma ci si dia un’infarinatura) vichiano, inventore della tesi filosofica secondo la quale la storia saremmo noi. Peccato davvero che non avesse chiarito chi fossimo noi. Oggi, anche grazie al nostro prezioso reperto, lo sappiamo.
Ecco la storia, infine, quella con non senza l’esse maiuscola, e il resto delle lettere mancanti: un mucchietto di popolani, arruolati nelle barracks e condotti in corriera al luogo del meeting, una libreria con 12 soppalchi e 3 parterre: biglietto pagato e buono mensa, eccoli lì, seduti par terre, in attesa del pax tecum di Sputafuoco: quella dedica personalizzata, seppure illeggibile (“Eh eh, me fa male er braccio e puro er gommito, ehh eh”) in frontespizio, che se fanno tanto de caccialli dalle barracks gnente gnente ja’a sbattono in muso a quarcuno.
Circa l’Uther, pardòn (la elle lo fa ’ncazzà), gli parlavano sopra, non s’è potuto – sinora – approfondire il carattere.
Quanto invece al personaggio in “collegamento”, vi confessiamo di aver faticato non poco ad afferrarne il pensiero nella sua articolata totalità. È del resto vero che si esprimeva in un linguaggio stranito, irto di “appunto” (ma lui non appuntava mica: tutto a braccio andava, tutto a braccio, manco un mezzo gobbo da fregargli la schiena, che così lo drizzava), schierati nell’area del fumetto che li conteneva ma che stentava a trattenere parole che tu dici umane, simili a cavalli di Frisia, a limitare i confini delle sue brachilogiche espressioni, quasi uguali a frasi, che si bloccavano con frenata improvvisa subito dopo soggetto e predicato, forse predicato e soggetto, magari anche soltanto oggetto, cosa, come un filosofo di Lagado con il suo carico di altrimenti indicibile. Appunto.
E il suo nome era F-Athos Morganos, all’apparenza un’illusione, un miraggio, ma simile a un moschettiere novecentesco; la voce roca e temibile, di uno che fa sul serio, i capelli artatamente screziati di tinture zebresche, e già che c’era informò d’aver anche lui scritto un libro, di soggetto vibratamente confuso (di titolo non ricordato o duro da strappare alla punta della lingua) – oggi, dopo la caduta della decadenza alla fine dell’Impero, diremmo “vacuo” –, forse, probabilmente incentrato su un non-concetto, quello di una inedita solitudine esistenziale, dovuta alla perdita dei vecchi compagnoni F-Ethos, F-Portos, F-Aramis, F-D’Artagnan.
Ma l’esistenziale, vuoi anche improbabilmente plagiato da Dumas, è carta infallibile a far breccia nel cuore dei viandanti perduti, e il libro (questo, in particolare) una letale arma di propaganda. Costui, come a parlare di un’illusione, di un miraggio (di se stesso, a se stesso), come in controtendenza ai controtendenti, sosteneva che “secondo me” (in ciò era indubbiamente un Galileo mancato – ma per un misero soffio) “conta quello che uno fa e vuole” (in ciò, invece, un mostro bicipite: Emerson e Schopenhauer incompleti, ma determinati a completarsi).
Cadde soltanto su una banale e faziosa domanda della anfitriona – per altro di ordine politico. Fu il suo spirito ribelle e anarcoide a fargli rispondere: “Non ho votato alle due ultime legislazioni” quando ella gli chiese birichina: “Per chi vota lei?”

La brigata – si esamini pure il nostro reperto, noi siamo qui a disposizione – s’intrattenne allegra per 35 minuti, dando l’idea di star impartendo una dura lezione al viandante smarrito, insieme a una sonora bastonata al principio di non contraddizione. Resta poco da aggiungere, ma d’un certo interesse storico.
In fumo nel fumo del tempo, dimenticati da tutto (consideriamo che dimenticare richiede qualche impegno e un minimo di attenzione a ciò che si dimentica: non vorremmo finire col contraddirci), ma non da tutti. Quella notte, il 6 dicembre di due secoli fa (197 anni, per la precisione), San Nicolò di Myra (detto anche di Bari) omise la sosta presso le abitazioni di Uther, Diablo Sputafuoco e F-Athos Morganos.
La maledizione vige ancora per i loro discendenti.

giovedì 18 settembre 2014

Carlito’s Way


Lezioni di modestia ai fanciulli

Carlito de La Rochefoucauld-Liancourt prima dell’invenzione
della modestia e di Al Pacino.

Sicché, mentre a lui, quello abituato a far fronte a catastrofi e cataclismi con il sorriso traditore di incisivi aguzzi, taglienti, si rivolgevano sopraffatti d’allarme addetti alla prevenzione di catastrofi e cataclismi, e ben esperti nel loro assegnamento, coll’indice indicando l’ingrossarsi di una nera apocalissi all’orizzonte distante questione di passi, insieme con l’acuirsi di odori di peste bubbonica, il dilagare incontrollabile di appestati per le vie, ai quali s’andavano, seppur con disgusto, alleando centurie di marcantoni e marcantonie armati di forconi, falci, pietroni, e tanti altri fantasiosi – non sempre improvvisati – strumenti di violenza, mentre di tutto pioveva sul nostro e sul vostro amore, insomma mentre, tra sospiri di “finalmente” e “fusse che fusse”, si avveravano taluni proverbi fino ad allora ritenuti conseguenti a ignoranza e superstizione, e via di fuga verosimili erano due: salto dalla finestra o trastullo con biglie colorate, paperine in gomma e pisellino di fresca scoperta, il Daimyo Sole XVI chiese a Carlito de La Rochefoucauld-Liancourt semmai avesse idea a che fosse imputabile tanta caciara – che, nondimeno, lo solleticava nemmeno – e, in seconda battuta, che gli andasse a ricuperare una paperella schizzata di vasca, ecco che Carlito, precisando trattarsi di “inappellabile rottura di coglioni” su tutti i fronti, e disobbedendo all’ultima richiesta del sire, fece alla maniera sua propria, di Carlito, appianando una pur improbabilmente futura controversia con quel dire semplice, magari primitivo d’argomentazione ma efficace (come la medicina amara) consistente nell’utilizzo di quel prolungamento di braccio e bile che risparmia biglie e paperelle ma non i reticenti ad allinearsi alle norme della buona creanza e i ribelli alle lezioni di modestia.
Carlito de La Rochefoucauld-Liancourt dopo l’invenzione della modestia e di Al Pacino.
Ma soprattutto alla notizia del mancato recupero della paperella.


giovedì 22 maggio 2014

Chiudete quella porta (Ciao Lalique)

(Ciao Lalique, illustrazione di Stefano Baratti)


Ecco: c’è quella voce non la smette un istante: “Chiudete la porta, Cristo Dio, fate il favore; a che cosa servono le porte, sennò?” Allora io mi sono chiesto se quella è la sua voce. Più avanti, ho cominciato a chiederlo agli altri, a cominciare da Dorando, e su su – si fa per dire – fino a De Topis. I quadri intermedi mi davano l’idea di indifferenza, disinteresse, insensibilità vicina al callo. Sulle prime, risposte non dico certe, ma plausibili, zero via zero.
Poi, così, come dalla notte al giorno, qualcosa li ha spinti a tirare fuori la Giovanna d’Arco che è in loro e mi hanno spiegato la voce di chi è quella. Mi sono inquietato: “Non ci posso credere!” L’ho urlato in gola. Non ci potevo credere? E perché – o come – mai?
De Topis è capace di cose insospettabili, dunque. Lui, così dimestico del suo linguaggio, forte della sua parlantina... chissà come... Un quadernetto tipo da poeta velleitario, aveva. Me lo infila in una cartella come farebbe un carbonaro. Mi fa cenno di aspettare almeno fino alla pausa, e si allontana. Torna sui suoi passi. All’orecchio: “Di notte, ogni tanto, in cucina, tra le puzze dei piatti sporchi”. E si allontana.
Il partito si macera. Parentesi. Si mortifica nell’inesprimibile. Parentesi. Il partito è Caverna. Il partito è in torturata ascesi, sgrana rosari, inciliciato. Le cose, in verità, stanno come segue: al tempo dei tempi, il partito aveva il suo trono sulla montagna. Capite? Un quadernetto di quelli che ci si porta appresso nel tascone interno del cappotto e che ci si ferma a riempire in un bar, per esempio.
A capo.
Nella notte dei tempi Esso produceva agende e vademecum, che riforniva ai. Cassato. di cui riforniva i propri adepti. Costoro riempivano le agende di schizzi surrealistici durante le assemblee, mentre ascoltavano il partito, quando il partito non era taciturno, non era il film muto di adesso, ma aveva una parola sana, robusta e di buona costituzione per tutti, si attivava per prendere le misure agli ignudi e vestirli, pagare da bere agli assetati, stilare la lista della spesa per gli affamati, sollevare i bambini al cielo al proprio passaggio fra le transenne, moltiplicare i grani di latte in polvere nei petti delle donne. Lo sapevo ironico, ma non così pericoloso. A capo. 
Ora il partito non si pronuncia. Perché sospetta di essere impronunciabile. Perché voci in corridoio (in contrasto con la sua voce) danno il partito prossimo alla forbice dell’impronunciabile. Ma c’è ben altro, signori nostri. 
C’è una sovrapproduzione di agende e di vademecum da parte del partito. Le agende in eccedenza vengono – questo va riconosciuto come un merito – riciclate per i bimbi delle elementari che si impratichiscono nella rappresentazione di insiemi; i bimbi stanno imparando a disegnare insiemi di partiti: conoscono l’insieme FLOP, l’insieme FLIP, l’insieme FLAP, l’insieme FLUP (questo, le classi del primo ciclo). Mi ricorda le ingegnose invenzioni del capitano Lemuele Gulliver. Via via, imparano a conoscere l’insieme FLOPULP, FLIPALP, FLAPOLP, FLUPILP, fino agli insiemi più complessi, tra i quali includiamo il FLOPALPFLUPFF e il PFAFFLOPPLULLPPLL (FFFPPP). Di qui – ma nulla di più – l’indicibilità del partito”.
I vademecum erano pieni di errori di stampa. Per lo meno li avevano tolti dalla circolazione e dati da correggere.
Da questo punto di vista, ora sono un bijou. Però sono un disastro di sintassi. 
Be’, non farmele girare, adesso!” mi ha apostrofato De Topis, di ritorno dall’Elba.
Ha gonfiato le gote per mimare acqua in bocca. 
Cara?” gli ho chiesto goffamente con l’acqua in bocca. 
Figurati. Da spellarti fino all’osso”.
Ho girato e rigirato i pollici aspettando qualcosa. Forse che mi infilasse di soppiatto in un cassetto o in una cartella un quadernino riempito durante il soggiorno all’isola. Aumm aumm. 
Io... ho preso una decisione...” faccio. 
Sarebbe?” 
Rispedisco il vademecum, le agende e tutto quanto al mittente. Io non ce la faccio a... Il partito è ormai geroglifico...” 
Tu mi fai girar, tu mi fai girar”, ha canticchiato De Topis, “come fossi una bambola...”
Mi ha buttato un braccio intorno al collo: “Ti ricordi? Ti ricordi?” Aveva gli occhi rossi. Ho spostato la sigaretta. 
Certo”, gli ho risposto. “È per questo che ho preso la decisione di liberarmi del vademecum. È incomprensibile, illeggibile, e, forse, anche irriciclabile”.
Continuavo ad aspettare un segno. Un quadernetto.
De Topis si è alzato in piedi e facendo un giretto per la stanza ha intonato una delle sue prese di posizione in bilico sopra una stanchezza infinita: 
Io ti capisco. Fai. Però sappi che forse stai prendendo un abbaglio enorme. Il fatto è questo, vedi: il partito è così perché si sta rigenerando, capisci? Il partito è l’araba fenice”. Aumm aumm. “Voglio dire che il partito sta tentando di ritrovare la strada dei primordi, è alla ricerca dell’urlo originario e... e... significativo! Per questo siamo disorientati dalla sua vocina momentaneamente anonima, stridula e triviale. Credimi: sotto c’è un ribollir di tini, per così dire, inaudito”. 
Aumm aumm?” ho gridato. 
Ehi, ma che ti gridi... Fuori di sarcasmo: sta attuando sforzi, il partito”. 
Attuando sforzi”, ho ripetuto con voce normalizzata. 
Nel senso di una rifondazione, sulla linea di una rivisitazione e ridefinizione, in vista di...” si è interrotto stanchissimo De Topis e si è appoggiato coi gomiti sul davanzale della finestra che dava sulla strada piena di odori. “In vista di riacquistare la propria configurazione di...” Gli odori dei nostri fratelli, e le loro voci, e i rumori prodotti da ogni oggetto creato dai nostri fratelli “… partito forte, quasi tellurico!”
De Topis è venuto a sedermisi di fronte. Ha detto: “Hai visto quanti valori giù in strada?”
Il partito è innominabile. Vaga apollineo nell’Elicona, contornandosi di belle donne. Il partito è un essere alato e ha perciò diritto alla temporanea follia. Il partito è poesia. Deve solo rispondere al cuore, e a nient’altro. Sgorbi e ghirigori suggeriti dalle anime de li mortacci di Breton prendono due facciate del quadernetto. A capo.
Il partito si inebria di nettare; gliene se rapprende un sacco sulla bocca, e ogni tanto ne perde particelle, che dalle labbra piovono giù giù giù”. Trovato nella buca delle lettere. 

***
De Topis è stato espulso – e privato del “De” – in quanto infame. In realtà soffre di un qualche esaurimento. Sentiva le voci.

Cerco e trovo la compagnia di Dorando, anziano uomo di partito, pensionando.
Ve lo presento.
Saluta, Dorando! 
Buondì, sono Dorando”.
E poi? 
Non sto mai con le mani in mano, trovo sempre qualcosa da fare”.
Da quanto tempo? 
Da quarant’anni”.
E poi? 
Poi vado in pensione”.
Avrai una forte liquidazione? 
Sì, e se resisto altri cinque anni, sarà fortissima”.
Hai fatto la guerra, dunque, Dorando? 
Sì”.
Quanti ne hai fatti fuori? 
Nessuno”.
Mentre ora ne faresti fuori... 
Quasi tutti”.
Perché? 
Perché non si rimboccano le maniche”.
Resterà nel tempo un ricordo di te, Dorando? 
Come?”
Ho detto: credi in Dio, Dorando? 
No”.
Nonostante i nostri spazi e tempi collaterali?
Come?”
Voglio dire: che cosa ti hanno insegnato le riunioni del nostro Rotary? 
Ahi ohi”.
Che c’è? Qualcosa che non va? Ti senti poco bene? 
La schiena, l’artrosi...”
È cervicale, Dorando? 
Per forza!”
Vai in malattia Dorando? 
Vedremo”.
Hai altro da aggiungere, nel caso non ci vedessimo per qualche tempo? 
Sì. C’è pressapochismo e ingiustizia a questo mondo”.
Perché, secondo te? 
Bisogna sapersi rimboccare le maniche. C’è sempre qualcosa da fare in questo mondo qui”.
Dorando. Ti sei mai chiesto perché in tutti questi anni ti ho sempre dato ragione? 
Tu sei della razza mia, per fortuna. Scusa se te lo dico solo adesso, ma mi sono affezionato a te”.
Anch’io, Dorando, perché tu mi hai fatto capire una cosa: che ognuno può avere la propria opinione. Deve, talvolta. 

C’è questa voce, da qualche parte, magari dietro una scrivania, sopra qualche sedia, chissà dove... c’è questa voce occulta che ripete: 
Chiudete la porta, santo Dio! Chiudete la porta quando uscite. Fa corrente, volano via le carte, vola via tutto quanto, ci buschiamo un raffreddore, un malanno... La volete chiudere, quella porta? È mai possibile che non riusciate a capire che le porte si devono chiudere? Quando si entra e quando si esce, che diamine!”
Tutti noi – compatti, ora – ci chiediamo se questa sia la sua mansione specifica. Perché c’è un gran viavai, qui. La gente entra ed esce in continuazione, e nella maggior parte dei casi non chiude la porta. È giusto ed educato chiudere la porta quando la si apre avendola originariamente trovata chiusa. La voce ha un’alta coscienza di questo principio. Non è un caso che spesso al suo grido aggiunga, abbassando il tono: “È una questione di civiltà, insomma”.
Tutti uniti, ora, ci chiediamo qualunquisticamente se questa voce venga pagata – e quanto – per l’adempimento del suo compito.
Un bel giorno, anzi, tirando fuori il Torquemada che c’è in noi, convochiamo il partito. Ci disponiamo in cerchio, radunati come una vittoriosa posse, a braccia conserte, intorno al partito, che abbiamo schiaffato sopra una sedia. Gli chiediamo con un certo tono una spiegazione su questa voce che grida di chiudere la porta e, pare, non faccia altro.
Il partito chiede che gli venga ripetuta la domanda. Noi sbuffiamo e picchiamo il muro col palmo della mano, e tuttavia gli ripetiamo la domanda, con un certo tono, molto meno conciliante del precedente. Il partito fa schioccare la lingua e si mette a guardare fuori dalla finestra il suo paesaggio da rebus: due are romane sotto un pero, miseri caseggiati, le rive di una delle due Dore, bambini che giocano a pallone tra le pozze, una militare che riparte salutando la sua bella alla fine della licenza; una vecchia dall’aria epica cerca di infilare il filo nella cruna, ma non ci riesce. Anche noi osserviamo quella scena insieme al partito. Scopriamo che il nipotino aiuta la vecchia, infila la cruna, la vecchia felice gli stampa un bacio in fronte, il bimbo si pulisce col dorso della mano, la vecchia si ricrede nel quadretto che serve alla versione stereoscopica del rebus. Vediamo ancora: orti devastati dalle talpe, padri di famiglia che attendono al gioco della morra al tavolino di un’osteria, passa una splendida giovane dal collo imperlato e si unisce a loro; e pescatori che stendono al sole le loro reti, una rada, due rade, tre rade. Una vecchia legge la regola, casamenti popolari e cala il tramonto.
Il partito si asciuga le lacrime, domandando scusa. Che facciamo? Lo scusiamo? Sì, certo, perché ha usato il preservativo. 
Ne siamo sicuri?”
Certo. Non si nota lo strato di malinconia sul suo viso? Esso non manca mai di formarsi dopo la sensazione di aver perduto un’occasione unica.
Il partito riprende fiato. Le sue domande successive sono: “Avete voluto fare i provocatori? Intendete perseverare?”
Noi replichiamo con indignazione: “Provocatori? Ma che c’entra la provocazione?”
Il partito si protende tutto, dice: “Okay, okay, non serve che vi scaldiate. Era per domandare, semplicemente per domandare”. Il partito si alza dalla sua sedia, si fa aiutare a infilarsi il cappotto e lascia frettolosamente la stanza – chiamato all’inderogabile.
Una voce urla: “Gesummio! E chiudetela quella porta quando uscite! C’è una corrente da stecchire una statua e voi lasciate la porta aperta. Chiudete la porta! La volete capire? Sennò, che cosa le fanno a fare, le porte?”
Il partito torna sui suoi passi, visibilmente imbarazzato. Dice: “Scusate”, e si allontana più in fretta, chiudendo dietro di sé la porta.

mercoledì 2 aprile 2014

F-35, un tasto dolente

A nostro modesto parere, i possibili punti di collocazione dell’F-35.
È la più interessante novità di Widows Apocalypse (“Apo”, per gli amici di wid), OS che il kolosso di Rodomont dovrebbe introdurre intorno al 2025: si tratta di un tasto posto sotto la tastiera del vostro pc (posto – non il tasto – che in quell’anno il pc dovesse esistere ancora nella sua attuale concezione – ma a Rodomont sono fiduciosi fino all’incoscienza, intesa come “unconsciousness”), lockato al momento dell’installazione di Apo, ma che ovviamente si può sbloccare previo pagamento (si parla di un toolino unblocker beta sui 300,000 [300mila] $), e che, una volta attivo (e premuto in combutta con il vecchio, caro CTRL – che tuttavia verrà aggiornato alla versione CTRL plus+ 0.0 [=0]: ma non aspettate l’ultimo momento, fate l’upgrade entro il 31 dicembre 2024) darà all’utente la possibilità di liberarsi di un altro utente che gli/le stia sulle palle – per dire palle a palle e win-o al win-o.
Ma vediamo di capire meglio la faccenda.

Gimmick particolarmente user-friendly, il suo utilizzo è semplicissimo. È sufficiente dotarsi del necessario. Per portare a compimento la missione di F-35, naturalmente bisogna essere in grado di navigare. A questo scopo, basta una speciale connessione (vrs. beta: Widows Blow-Up Unfriendly: si mormora di chiavetta [denominata un po’ nostalgicamente “Key LaVista”], durata 3 minuti ca., costo previsto 150,000 $: per il momento spara un colpo solo; ma è ricaricabile, per così dire, al costo di 60,000 $ – al colpo).
Quando tutto è bell’e configurato, è sufficiente individuare il computer della vittima (protetto tuttavia da Widows Firewall Stronghold: beta: costo: 30,000 $, costituito da una fortezza informatica virtuale – con tanto di fossato in cui sguazzano squali Widows Sharky, applicazioncine acquisibili al costo di 15,000 $ per sharky – munita di cannoni ad avancarica controwidows (Widower 0.0) virtuali a una palla [applicazioncina detta Monorx, beta, costo previsto al pezzo: 7,500 $], con tanto di scovolo (“Swabby”) per pulizia e deframmentazione della canna da inserire nella bocca (costo applicazione swabby: soli $ 3,250 – ma si possono trovare anche usati su ammmazzon, a costi talmente irrisori da scatenare una ridarella per giorni e giorni, senza limiti di tempo) del cannone ma, volendo, anche tua (se sei di bocca buona: il toolello “mouth cleaner” viene fornito gratuitamente se acquisti due swabby di seconda mano; e bada bene: puoi scegliere fra “swabby pink” e “swabby blue”, rispettivamente per femminucce e maschietti. Ovvio che se sei un feticista, tenderai a procurarti la versione del sesso opposto). Inoltre, per 1 (si dice UNO o UN!) $ puoi acquistare serventi ai pezzi NON VIRTUALI (trattasi di disperati in ossa [e un minimo di carne] oltre la soglia non solo della povertà, ma soggetti postkeynesiani, che accettano di svolgere questo servizio dopo essersi mangiati la famiglia [quelli che ne avranno avuta una – in caso contrario, Widows vi metterà a disposizione “Family Maker”, un tooluccio delta per farvi una famiglia e poi mangiarvela] e un paio di arti) che faranno tutto in vece del possessore del pc. Così manco ci si sporca le mani.

La parte più difficoltosa, superfluo sottolinearlo, è violare questo firewall. Non preoccuparti: il kolosso di Rodomont, a passi lievi, ti viene incontro, prospettandoti un’applicazioncina controfirewall prodotta da Widows stessa, in partnership con Morton De Fame-De Luxe, chiamata “Masoch Apocalyppa” (sempre 0.0); prezzo previsto (gamma): 200,000 talleri nordamericani. (Da notare che, se si esce dall’euro, per adottare l’arpa, tutti i costi sono da considerare dimezzati, una volta calcolato il cambio: per gli italiani in particolare sarebbe un affarone!).
A questo punto, in teoria, saresti pronto all’azione. Ma non va dimenticato che il tuo obiettivo si sarà a sua volta dotato di contro-masoch Apocalyppa di ideazione widowsiana: si tratta, per l’esattezza, di BlowItUp YR-S capace di neutralizzare qualsiasi contrattacco informatico. Costo approssimativo del tooletto di difesa: 400,000 bucks (ma da tenere sempre presente la questione euro-arpa).
È vero che a questo punto il complesso di parainphernalia dell’OS potrebbe risultare un acquisto proibitivo a livello di massa, ma soprattutto si potrebbe innescare uno stalling tale da non permetterti di completare la tua missione, ossia CTRL+F-35 e boom! Gli uomini – e le donne – di Rodomont si stanno infatti attivando per vedere se ci sia modo di ovviare a questa problematica. Per il momento non si sa cosa bolle in pentola (verosimilmente le bolle), ma fonti accreditate parlano di un progetto che non mancherà di spezzare questo circolo vizioso, vale a dire Widows Eternity, sostanzialmente una versione dell’Apo con le stesse funzionalità, ma a costi raddoppiati. Il che parrebbe illogico, ma non sottovalutare le sinapsi diaboliche di questi postcursori di Blade Runner: il loro evangelico (e mentre scriviamo inconfessato) intento di fondo è quello di impedire che l’OS capiti in mano alla massa (che, essendo emotiva, chissà cosa potrebbe combinare...), puntando piuttosto ad equipaggiare innanzitutto i “reasonable few”, cioè governi, istituzioni, enti (utili e inutili), stati e futuri.
(Il Regno d’Italia ha già prenotato l’acquisto di 16 milioni di OS con il tasto F-35. Pur non sapendo spiegare perché. Costo previsto: fatti tu due calcoli. Il Presidente di Widows, William Semimolli T. Cancello, si è detto soddisfatto. A giorni avrà un incontro con il Re d’Italia, probabilmente da tenersi a Teano. Ma non si esclude Canossa. Illustrerà al Sovrano il senso dell’operazione riferendosi all’opera omnia di Edward Lear, poeta-informatico cui il Cancello si ispira).
Ad ogni modo, nell’immediato, l’acquirente privato non avrà notifica esplicita delle (apparenti?) contraddizioni dell’OS. Egli fungerà da sperimentatore (a ogni possessore del Widows con tasto F-35, verrà impressa sulla fronte, a caratteri argentati, l’etichetta “Me
Ginii Piggu”, con una modesta spesa aggiuntiva di $ 990,89, ché sempre di argento si tratta, mica di carta stagnola...). Widows, oltre a fornire assistenza agli utenti in difficoltà presso suoi centri privati di détente shareware (“one small step for [a] man, one giant leap for Widows” – ha coniato W.S.T. Cancello), creerà per gli stessi appositi forum. E brecce. A colpi di cannone.

Il Re d’Italia (mangiatosi la famiglia e buona parte di se stesso),
collegato come periferica a un tablet Widows Apocalypse 0.0
a rotelle, comunica al Capo del Governo Italiano in Esilio
le sue prime impressioni sull’“attrezzo” (come lo definisce in
un’ardita commistione di modernità e antiquariato ravvisabile
anche nel telefono di foggia vetusta, pur rettogli
da un braccio androide).
(Illustrazione di Stefano Baratti).

RIASSUMENDO:

PROs:
- movimentazione di un numero incalcolabile di diseredati e reietti che troveranno collocazione nella fortezza virtuale (sia come serventi che come servitori – di un padrone). As a result, avremo azzeramento della disoccupazione a livello planetario;
- creazione di numero infinito di Widows, Widowers (e Orphans – ci permettiamo di far presente ai thinker-tanker di Rodomont).

CONs:
- il kolosso si è dimenticato di comunicare il prezzo dei cannoni (non saranno mica freeware? “one giant leap for mankind, one ultimate slip-up for Widows”...).
- se per caso qualche hacker dovesse essere punto da vaghezza e smanettare un attimo con CTRL+ F-35, azzererebbe pure lui – a modo suo, s’intende – la disoccupazione a livello planetario. Boom!

PS: quanto fa F - 35? Widows Apocalypse – sottolineano le truppe di Rodomont – è arricchibile di applicazioncina, detta “Qa-Balah Calculator”, in grado, fra l’altro, di svolgere operazioni alfa-aritmetico-matematiche di complessità inaudita, quali, per l’appunto, la sottrazione di un numero da una lettera (e, ovvio, viceversa), all’irrisorio costo aggiunt… OK, d’accordo… non scaldatevi… sarà per un’altra volta.

domenica 8 dicembre 2013

L’inglese, una lingua affascinante: come, dove, quando, perché impararla

 Seconda lezione

Salve amici e Bentornati (Benvenuti se è la vostra prima volta o se siete Nino) alle lezioni di inglese impartite da questo blog with dirty little lips del tutto a gratis.

Oggi, 8 dicembre 2013, giornata di alta valenza religiosa e storica (finalmente vedremo se Togliatti sarà confermato o meno alla guida della sua fazione politica, nonostante le insidie poste da Pajetta [inglese americano “brillo”, ma anche Giancarlo pare non scherzasse col Barolo], da Pippo, da Orazio Cavezza e least but not last, Filo Sganga – quinto incomodo ignoto ai più), nonché compleanno di un mio amico di infanzia (“infantry”), per il quale non ho un link, e di Teri Hatcher, già Premier britannica (nota come “ledi de fero” e verosimilmente non del tutto immacolata, la Teri con una ere) e già moglie disperata di Superman (inglese: Nembo Kid).

 
In questa seconda lezione di lingua inglese (in inglese, “lingua inglese” si dice: “Don’t speak like you eat”) ci soffermeremo su alcuni argomenti riguardanti: la pronuncia dell’inglese (in inglese: “Speak like you eat, please”, che, come avrete già notato, è molto simile alla frase precedente, basta aggiungere “please”); la civiltà inglese (“We Are the Champions”, che si pronuncia – caso molto raro – come è scritto); le regole della buona educazione (“Rulers of Good Education”) e tanto altro ancora – dipende dalla nostra chiavetta di connessione, che mi pare sta scadendo la tariffa.



Un po’ di notizie storiche sulla lingua inglese

L’inglese è una lingua germanica che, ciononostante, non si parla in Germania, se non in qualche enclave come le basi NATO (vi spiegheremo più avanti che cosa sono queste basi, sennò andiamo fuori argomento, “out of argument”, in lingua inglese).
 

L’inglese, come lingua, è nato intorno ai primi anni ’60 del XX secolo (in inglese “secolo” si dice “belt” e si pronuncia “century”, con l’accento sulla “e” di Empoli, che è la città di Em), in Germania (in tedesco: Deutschland, che in inglese non è traducibile), precisamente ad Amburgo (in tedesco: Hamburg; in inglese è intraducibile. In italiano – per inciso – si dice “Homburg”, che in tedesco o in italiano, significa “L’ora dell’amore”).
La nostra attuale civiltà europea ha profonde radici in Germania: basti pensare al famoso uomo di Neanderthal, nato appunto a Neanderthal (che però al tempo era sotto l’Austria) intorno al 20 aprile 1889.
 

Come l’uomo di Neanderthal, anche la lingua inglese nacque in una caverna, ma ad Amburgo – che tuttavia, per essere precisi, all’epoca era sotto l’Inghilterra e, per l’esattezza, sotto la provincia di Liverpool, che in inglese o in italiano significa “buco nel fegato”… curioso, no? Mah, cosa volete… è un caso di umorismo inglese (in inglese umorismo si dice “whatssofunny”), di cui gli inglesi e i britannici in genere sono molto esperti.
Già che ci siamo, vi raccontiamo un breve aneddoto sul perché di questo buffo nome. Tanti e tanti anni fa, pur non essendo ancora uomini di Neanderthal, nell’era geologica del Cervogiatico (così chiamata perché in Inghilterra – che non si chiamava ancora Inghilterra, ma bensì non si chiamava niente – c’erano tanti cervi, a cui i Lord inglesi davano la caccia non perché avessero fame, ma perché poi appendevano la testa dei cervi nelle caverne) questi uomini rozzi ma intelligenti inventarono due bevande importanti, che ben presto soppiantarono l’acqua (una cosa ritenuta grezza e primitiva): la birra (in inglese antico “cerveza”, che si legge “beer” e si pronuncia “bir”… che strano, vero?… Eh, ne vedremo di stranezze con i nostri amici inglesi) e il whisky (sempre in inglese antico “berbon”, o “berben”, secondo una seconda variante).
Queste bevande furono per l’appunto inventate e scoperte a Liverpool, e ben presto tutti i suoi abitanti si dedicarono indefessamente alla loro assunzione, finché, un bel giorno, cominciarono a sentire dei dolorini sul fianco destro, all’altezza più o meno del fegato. Lì per lì pensavano che magari si erano affaticati troppo nella caccia al cervo; e perciò si dedicarono a cacciare la volpe (in inglese: “poor wretch”, che si pronuncia “focks”). Ma la caccia alla volpe non ebbe effetti positivi sul fisico degli inglesi di Liverpool. I quali perciò si fecero fare le analisi del sangue, venendo a scoprire di non avere più sangue e soprattutto di avere un tale buco nel fegato che al posto del fegato c’era solo un buco, in mezzo al quale, in teoria, ci doveva stare il fegato, che però non c’era.
Lord di Liverpool durante una battuta di caccia alla volpe
a orso (horse) del suo cavallo

 

Nell’arco di circa una settimana (in lingua inglese “week-end”), tutti gli abitanti di Liverpool si estinsero, tranne cinque di essi, che fuggirono nel continente (in inglese “Bleah”) e, dopo un’aspra campagna militare, si impadronirono di Amburgo. Durante un’aspra battaglia, uno di questi cinque arditi rimase purtroppo ucciso, e quindi ne rimasero 4 (in inglese: “and then there were four”, che – caso strano – si pronuncia come è scritto).
Siccome questi 4 signori (in inglese “sirs”, pronuncia “sahs”, ma senza far sentire la “h” di… di… “accademia”, ecco) non capivano il germanico tedesco, decisero di inventare una lingua piuttosto strana, e vi spieghiamo perché: innanzitutto la lingua non si chiamava inglese, ma “Shelovesyouyeahyeahyeah”, una parola molto lunga e difficile da pronunciare (ne parleremo in un’altra lezione incentrata sulle parole difficili da pronunciare, tipo “datsamorey”) e in secondo luogo non era un lingua parlata ma cantata con le rime affinché fosse più facile ricordarla. Infatti, inizialmente la lingua era solo parlata, e i tedeschi germanici sottomessi alla provincia di Liverpool, imparavano sì qualche parolina, ma la mattina dopo puntualmente si dimenticavano tutto e, anziché andare a lavorare, passavano ore davanti al piatto di salsicce e crauti (prima colazione, in inglese “are you kidding?”) grattandosi la testa in segno di sconcerto.
Poiché l’economia già cominciava a risentire di questo assenteismo e ciò avrebbe potuto comportare l’uscita dall’euro – che all’epoca non esisteva, ma, come tutti sanno, i tedeschi germanici ne sanno una più di Isacco Giacobbo – e per giunta dalla porta di servizio, uno di questi 4 “sahs”, che si chiamava Paul von Papiertney, ebbe una trovata geniale, e cioè quella della lingua cantata.
 

L’economia tedesca della Germania ne ebbe un giovamento immediato e tutti i lavoratori, anziché grattarsi la testa e ingozzarsi di würstel (o salsicce di Vienna, ché, di fatto, venivano importate dall’Austria), tornarono a lavorare nelle fabbriche (inglese “fabrics”), nelle fattorie (inglese “stuffs” – quasi un’onomatopea, giacché, verso le 16.05, i lavoratori in genere non ne possono più), negli uffici (in inglese “suite”, plurale “suites” – come vedremo più avanti, in inglese, per fare il plurale, basta aggiungere una “s” di scampoli, la città degli scampi; ecco un esempio: “information” – che in inglese significa “conoscenza” – plurale: “information”, che significa informazioni… un po’ complicato?… Abbiate pazienza, non scoraggiatevi… Vedrete che con un po’ di impegno, capirete la differenza fra queste due parole che sono la stessa parola), nelle occhialerie Carl Zeiss di Jena (in inglese “reservoir dog”) e in tutti i posti di lavoro (in inglese “dungeon”) in genere. Anzi. L’impulso fu tale, che furono impiantate su tutto il territorio germanico fabbriche (vi ricordate come si dice “fabbrica” in inglese? O ve lo siete già dimenticati?… ahi ahi ahi… dobbiamo cantarvelo?… Purtroppo non ci sono canzoni sulle fabbriche, a parte quella di Jannacci, che però era milanese, e noi siamo qui per imparare tutti insieme l'inglese) per la lavorazione delle salsicce autonome e fattorie (vi ricordate come si dice “fattoria” in lingua inglese? O ve lo siete già dimenticati?… ahi ahi ahi… dobbiamo cantarvelo?… E va bene:
 

Old MacDonald had a factory, ee i ee i oh!… ecc.

contenti? Non ve lo dimenticherete più? Promesso? Mah, staremo a vedere…), fattorie, dicevamo, per la lavorazione dei suini, in inglese “swine”, mentre “wine” significa suino. Incidentalmente, in inglese, per fare il singolare di una parola, basta togliere la “s” di rosa (togliendo prima alla rosa la “r”, la “o” e la “a” di Acropoli, la città acre) iniziale.

Alcuni esempi: “swing” = “jazz”, mentre “wing” = tanti jazz; “sister” = “sorelle”, mentre “ister”… non esister! Ah ah ci siete caduti, eh? Che volete, un po’ di umorismo inglese ogni tanto ci vuole, ci… ah ha… Comunque, scherzi a parte (“a parte” in inglese si dice quasi come in italiano, siete fortunati: “a part”, basta aggiungere la “e”, sempre di Empoli, badate bene; così, ci sono tante parole che facilitano l’apprendimento della lingua inglese, perché basta togliere la “e” della corrispondente parola italiana.
Alcuni esempi, a parte “a part”: “cane”, in inglese “can” [da cui il celebre motto degli accalappiacani britannici “Yes, I can”]; “pane”, in inglese “pan”, che però significa “tutto”. Altre parole sono addirittura uguali sia in italiano che in inglese. Un esempio: inglese “dove”, italiano “ispettore Colombo”; oppure italiano “lane”, inglese “lane”, che significa “corsia di un ospedale” (corsia di un’autostrada, viceversa, si dice “autolane”). E potremmo, se ci venisse chiesto, continuare con miliardi di esempi. Beh, certo, c’è una sfumatura di significato un po’ diversa, ma quello che a noi preme è il significante.

Bisogna poi fare attenzione ai cosiddetti “falsi amici” (in inglese semplicemente: “friends”). Molti termini della lingua inglese hanno un suono simile ad altri della lingua italiana, e perciò si corre il rischio di commettere errori imperdonabili, che poi gli inglesi vi ridono dietro per mesi e mesi (sempre a causa di quel loro senso dell'umorismo). Quindi attenzione a parole falsi-amici come:

telephone, che non significa “telefono” ma “te ne parlerò al telefono” (te le phone);

lamp, che non significa lampada, ma lampo (anche nel senso di “chiusura lampo”);

cabinet, che non significa “armadietto”, ma “io cesso”;

bell, che non significa “campana”, bensì “bello” – o “bella” (anche nel senso latino di “guerre”);

copyright, che, diversamente da quanto molti credono, non significa “diritti d’autore”, ma “copia bene!”, un’esortazione che sogliono scambiarsi gli scolari e studenti inglesi prima di un compito in classe. Ma voi, per carità, non seguite questo cattivo esempio: copywrong!, è il nostro consiglio, cioè “copiate sbagliato”, così vi bocceranno per anni e anni e non dovrete mai andare a lavorare.

fig, che molti – erroneamente – sono convinti significhi “fico” (frutto e pianta), mentre in realtà significa proprio quella cosa là.

cool, che, badate bene, in inglese non significa “fresco”, “fico” (non nel senso di frutto e pianta) ecc., ma traduce semplicemente il nostro verbo “sedere”. Una tipica frase di cortesia che fareste bene a tenere a mente è “Won’t you cool (down)?”, vale a dire “Prego, siediti (per terra)”.

E potremmo continuare con trilioni di esempi.
Due studenti britannici (il copiato
somiglia un po' a Severgnini, no?)
in un momento di copy-right-ing-lish.


D’altro canto potete andare tranquilli con parole che sembrano “falsi amici”, ma sono amici veri (in inglese “cheaters”, singolare “tarzan”). Ecco alcuni esempi (riguardanti soprattutto il mondo animale):

horse (andate tranquilli) significa “orso”, e non, come molti credono, “cavallo”;

ape (anche qui, tranquilli) in inglese (o in italiano) vuol dire “ape, vespa”, e non “scimmia” (che in inglese si dice “bee” o “wasp”, a seconda);

ostrich, fate attenzione, significa “ostrica” e non – credenza alquanto diffusa – struzzo;

cod, in inglese (o in italiano) vuole dire genericamente “coda”, altroché, come molti vorrebbero, “merluzzo”; merluzzo, in inglese, si dice “little blackbird”;

leper, va da sé, traduce l’italiano “lepre” – e a quelli che vi dicono che significa “lebbra”, mandateli a quel paese (“lebbra” in inglese si dice “the drunk woman”);

paper (ma qui siamo nel campo dello scontato [“discounted”, in inglese]) non vuol dire carta (che si dice “cart”) ma anatra;

roach significa “roccia” – e non scarafaggio, che si dice “rolling stone” (si veda anche, se non lo si è già visto, il celebre film noir The Spade in the Roach, che ha per protagonista Humphrey Bogart nella parte di Sam Spade, il celebre detective creato da Dashiell Hammett [Hammett = “marelo”]).

E potremmo continuare per anni e anni e anni, ma la spia della chiavetta ci sta avvisando che sta scadendo il tempo di connessione. Purtroppo oggi non siamo riusciti a trattare l’argomento della regole della buona educazione, ma sarà per la prossima volta (“next vault”: è lì che teniamo i nostri preziosi argomenti).
 

Forse abbiamo anche un po’ divagato, ma – ammettetelo – adesso ne sapete qualcosa di più sulla storia della lingua inglese. Non avreste mai immaginato che fosse così ricca di sfumature ignote ai più ma anche ai meno, dite la verità…

Continuate a mandarci le vostre letterine piene di quegli allegati di cartasì e di trojani vari (ne riceviamo a bizzeffe ogni giorno, tanto che da quando abbiamo aperto questa rubrica ci è toccato riformattare fra le 6 e 7 volte) e tornate a trovarci presto (avete messo il bookmark?), che noi saremo sempre qui, sempre a gratis, per accompagnarvi nell’affascinante viaggio nella lingua e civiltà britanniche
.


CORRELATIPrima lezione di inglese di questo blog with dirty little lips ►

Illustrazioni di Stefano Baratti.

domenica 1 dicembre 2013

Boccakia mia (Boccakia in fiore) · Storia di coalizioni di maggioranza e opposizione in un Paese immaginario

Lallo e Lello in un'immagine di repertorio.

 (Utopia, distopia, ucronia)


Il capo della coalizione d’opposizione di Boccakia Mia (Boccakia in Fiore) era uno che non le mandava a dire. Quando la coalizione di maggioranza faceva una cosa un po’ scorretta, Lello (si chiamava il capo dell’opposizione) andava personalmente, in tram, presso la sede della coalizione di maggioranza e protestava vibratamente: “Guardate che queste cose non si fanno! Se fate ancora una cosa del genere, giuro che mi arrabbio e non vi voto più”.
Spaventatissimi, quelli della maggioranza gli sputavano in un orecchio, gli davano un calcio nella rotula e tutto tornava alla normalità.
“Oh, così mi piace”, commentava Lello, che poi riprendeva il tram e andava a casa ad aggiungere questo episodio nelle sue memorie. Le sue memorie consistevano in 50 pagine fitte fitte piene di episodi di questo tipo. Un giorno o l’altro le avrebbe pubblicate e fatto una barca di soldi per comprarsi una barca (amava andare in barca, ma anche in tram; solo che non era certo se fosse legale possedere un tram e soprattutto guidarlo per le vie della città. Si sarebbe informato in merito e, semmai, avrebbe fatto una proposta di legge per ottenere una legge che gli avrebbe permesso di possedere e guidare un tram).
 

Un giorno accadde un cosa brutta, a Lello: fu colto con le mani in un sacco pieno di biglietti di tram falsi. Sicché per anni aveva viaggiato in tram in modo illegale e scorretto.
La coalizione di maggioranza, facendo quadrato, disse che Lello doveva dimettersi e che essa avrebbe pensato a eleggere il suo successore. La coalizione di opposizione non poté che essere d’accordo.
Così, al posto di Lello, fu eletto Lallo.
“Lallo”, disse il capo della coalizione di maggioranza che aveva fortemente sostenuto il suo nuovo avversario, “è la scelta perfetta: infatti non commetterà mai azioni impure tipo viaggiare in tram con il biglietto falso, dal momento che, noi proponiamo, Lallo farà l’opposizione da casa sua, comodamente seduto in un banchetto dietro la lavagna con il cappello da somaro sulla testa”.
Maggioranza e opposizione trovarono questa soluzione ottimale e la plaudirono e la applaudirono.
 

A due mesi dalla sua elezione a nuovo capo dell’opposizione, Lallo vantava un numero di iniziative che si potevano contare sulla punta di un dito. Oltre a portare il cappello da somaro, aveva deciso di farsi impiantare una coda da somaro, perché, a suo modo di vedere, ciò avrebbe favorito un clima di distensione nel Paese (di Boccakia mia).
Lallo ebbe ragionissima: il Paese era distesissimo, anzi aveva la “forza dei nervi distesi”: fu Lallo stesso a coniare questo slogan, proponendosi altresì di utilizzarlo nelle venture elezioni democratiche. Ma…
Ebbene: la maggioranza redarguì aspramente Lallo dandogli dell’imbroglione in quanto aveva copiato lo slogan da una pubblicità degli anni Sessanta.
Lallo dovette riconoscere il suo errore politico e si disse pronto ad affrontare la giustizia, nella quale – sottolineò – aveva la massima fiducia. Insomma, Lallo credeva che lo avrebbero processato e che, magari, gli avrebbero inflitto una lieve condanna.
“Macché processare!” disse la maggioranza. “Ti strappiamo la coda per fare spazio e poi un bel calcio in julio!”
L’opposizione, obiettivamente, non poté che essere d’accordo.
Così Lallo scomparve dalla scena e si dedicò a scrivere le sue memorie. Purtroppo non aveva niente da ricordare e di fatto non poté scrivere le sue memorie; scelse allora di scrivere le memorie del capo della coalizione di maggioranza – su suggerimento dello stesso, il quale gli trovò un gost raiter che fece un lavoro coi fiocchi nel glorificare la magnanimità del committente.
Lallo era felice, perché – pensava – “ho finalmente combinato qualcosa nella vita: il mio nome campeggerà nelle vetrine e negli scaffali di tutte le librerie di Boccakia mia! (Boccakia in Fiore)”
Ma anche qui si dimostrò il somaro che era: il capo della maggioranza diede ordine che l’autore del libro delle sue memorie risultasse il gost raiter. “Così – dichiarò il capo – rivaluteremo questa lodevole figura di letterato oscuro ma valente”.
Il plauso fu generale ecc.
Ma ora si ripresentava il problema di una coalizione d’opposizione senza un capo. In un primo momento si pensò di eleggere Lillo, ma la proposta fece storcere il naso alla maggioranza.
Così fu deciso all’unanimità che il nuovo capo dell’opposizione sarebbe stato il capo della maggioranza. L’opposizione tutta fu talmente impressionata dalla genialità di questa soluzione, che non sapeva da dove cominciare per plaudire la faccenda.
Il capo della maggioranza, con l’abituale magnanimità, fece un gesto a significare che lui mica andava in cerca di consensi.

Venne dunque il giorno delle elezioni democratiche, preceduto da un’aspra campagna elettorale.
Nonostante il capo della maggioranza fosse anche il capo dell’opposizione, vi fu un colpo di scena imprevedibile: le elezioni furono vinte dall’opposizione, la quale festeggiò per due giorni e due notti la straordinaria, epocale vittoria.
Smaltita l’ebbrezza e fatta mente locale, l’opposizione si rese conto – sulle prime alquanto vagamente – che c’era poco da gioire, ché tanto il capo della nuova maggioranza era il capo della passata maggioranza, cioè l’opposizione era sostanzialmente la maggioranza.
La base della nuova maggioranza ex opposizione disse che c’era poco da gioire. Ma fortunatamente venne ad illuminarla un alto dirigente della nuova maggioranza ex opposizione, il quale scrisse un instant book di tre pagine in cui spiegava che il motivo di gioire c’era eccome! Infatti la ex opposizione nuova maggioranza aveva comunque vinto, essendo il capo della ex maggioranza nuova opposizione il leader indiscutibile della nuova maggioranza ex opposizione ed opposizione ex maggioranza.
Certo, essendo l’alto dirigente di professione filosofo, dapprima la sua tesi era difficilmente digeribile.
Fortuna che il capo della maggioranza-opposizione disse solennemente: “Ha vinto la democrazia”.
Immaginarsi il plauso del popolo! Tutti a battersi la capoccia: “Ma sì! Com’è che non ci avevamo pensato? Abbiamo vinto tutti insieme! Evviva noi!”
Qualche giorno dopo si insediò il nuovo governo di Boccakia mia (Boccakia in Fiore), composto da 951 ministri di una coalizione di maggioranza-opposizione, più tre filosofi esterni che scrivevano instant books e pamphlets.
Ah, che governo memorabile fu quello. E le riforme che fece! Ne elenchiamo le più notevoli:
 

- divieto di fumare senza prima farsi impiantare una coda da (vero) somaro;
- multa dai 3.000.000 ai 3.000.009 talleri d’argento a chi taglia le code ai somari;
- incentivi statali agli allevatori di somari;
- arresto fino a 32 anni per chi maltratta i somari;
- obbligo di fumare dall’età di 8 anni, per rimpinguare le casse dello stato (ma col divieto di cui sopra);
- obbligo di dotare i somari di casco;
- divieto di circolazione in tram di somari col casco;
(e ne potremmo citare a milioni…).

Ma seguirono gli anni della stretta morale, che ebbero per conseguenza nuove riforme, quali divieto di scaricare film dai camion, divieto di mangiare a stomaco vuoto, divieto di dormire per la ruggine, obbligo di una boccakiata quotidiana per signore e signorine, divieto di questo e obbligo di quello, obbligo di quello e divieto di questo. Un equilibrio perfetto.

Ma… e Lello? Vogliamo forse dimenticarci di lui? Che fine aveva fatto Lello, capo storico della più grande opposizione nella triste storia (a un dipresso simile a quella di Stefano Pelloni) della democrazia? Ebbene, contravvenendo al divieto di dormire per la ruggine, Lello dormì per dieci anni. Ovviamente quando il suo reato fu scoperto, fu aggregato in galera per 6 anni e 11 mesi.
In galera Lello ebbe agio di compiere una lunga e pacata riflessione, cui diede forma in un pamphlet al vetriolo di 12 pagine, che riuscì a far circolare clandestinamente.
Quando il pamphlet finì nelle mani del capo della coalizione di maggioranza-minoranza, egli disse: “La coerente perseveranza di Lello va premiata”.
E così fu.
Lello fu trasformato in somaro e – grazie a una legge speciale – poté essere macellato e da lui venne ricavata una discreta prosciuttella di dimensioni umane, che trovò posto in uno dei tanti (tutti) scranni vuoti del vecchio, desueto, abbandonato Parlamento.
Da quello scranno Lello riprese la sua solitaria battaglia politica. Peccato che, in quanto prosciuttella, non poteva dare forma verbale – o scritta – alle sue argomentazioni.
Ciononostante, fu rieletto per 12 legislature, grazie al sostegno della maggioranza-minoranza – che, fra l’altro, gli trovò anche una moglie prosciuttella, anch’essa rieletta per 12 legislature.
Per 12 legislature si recarono immancabilmente al palazzo del Parlamento, ogni giorno che fosse un dì, sedendo sui loro due scrannetti nel grande vuoto, in quella sede di dolore, mestizia e nullità rallegrata dalla presenza di erbacce, ragnatele e gatti randagi che davano la caccia a topazzi randagi. 
I due misero da parte un buon gruzzoletto, che fu loro molto utile quando furono arrestati perché, un giorno, Lello si era dimenticato di boccakiare la moglie.
Gli avvocati si succhiarono il gruzzoletto e riuscirono ad evitare la galera a Lello e consorte: non c’era una legge che prevedeva la carcerazione delle prosciuttelle.
Fortuna che il governo la decretò lì per lì.
Lello prosciuttella e la moglie poterono dunque tornare nel loro personale Parlamento; anzi vi si trasferirono armi e bagagli e lì rimasero fino a quando i gatti ebbero mangiato tutti i topi e il popolo, spinto da rabbia e necessità, ebbe mangiato tutti i gatti.
Il popolo scambiò per gatti anche Lello e la sua sposa, nonostante lo straziante implorare dei due: “Siamo due prosciuttelle, due prosciuttelle di somaro!” E come poteva il popolo sovrano credere a quella pur veritiera dichiarazione?
In questo modo: con l’entrata in iscena di Provolino, il quale disse►:

giovedì 28 novembre 2013

’A naryce ’e Cyrana: una storia d'amore ai tempi della collera borbonica




Cyrana e Pincio con le rispettive promettenti naryci ai tempi (oltre che della collera [borbonica]) in cui le stesse erano ancora solo promesse.

PROLOGO
  
Durante il regno borbonico a Napoli (si parla di tanto tempo fa), sempre a Napoli c’era una ragazza di nome Cyrana, caratterizzata da un ampio naso con una grande e ricettiva mononarice.

ENTER PINCIO

Sempre a Napoli, a quell’epoca, prestava servizio militare Pincio Nez, un soldatino francese dotato di un naso lungo e affusolato, provvisto in punta di una micronarice tubicolare talmente stretta che Pincio doveva eternamente respirare con la bocca.
Era inevitabile che il destino li avrebbe fatti incontrare.

ENTER CYRANA

Ordunque: Cyrana si sentiva sola e indesiderata a causa dell’handicap rinico. Pincio Nez era triste poiché non sapeva dove ficcare il naso, ma soprattutto perché tutti lo chiamavano Pincio, che – badate bene – non era il suo vero nome. I commilitoni lo avevano così soprannominato in quanto egli era l’unico a sottoporsi di buon grado a uno dei più diffusi giuochi (o, se vogliamo, scherzi) di guerra, vale a dire il pinciamento sopra la turca finché, sopraffatto dalla fatica, crollava con il volto nella stessa. Più spesso che non, infatti, i goliardi solevano incitarlo, moschetti alla mano: “Pincia, pincia di buon grado, tanto col naso chiuso non senti niente”. Be’, in qualche modo gli venivano incontro, insomma.
Data la difficoltà a respirare con il naso, Pincio Nez decise di dedicarsi agli esercizi di respirazione Zen: ma poiché egli si chiamava Nez, gli esercizi gli riuscivano al contrario, e pertanto erano utili fino a un certo punto – non è dato di sapere quale.
Un giorno, mentre si trovava in libera uscita, Pincio Nez incontrette a Cyrana e fu subito elettrizzato dalla promettente ricettività della di lei mononarice.
Anche Cyrana era attratta dal naso a micronarice tubicolare in punta di Pincio. Fra i due non poteva che essere amore a primo olfatto.
Prima di andare sull’esplicito, tuttavia, Pincio Nez riempì la testa a Cyrana di concetti Zen. Arrivò al punto di scrivere per lei una serenata allusiva e propedeutica che apparentemente conteneva principi sull’arte della manutenzione della narice e sull’inutilità di tenerla serrata quando gli è inevitabile che l’aria prima o poi vi penetri.

Le parole dicevano:
Malgrado i tuoi immani sforzi turativi tu non riuscirai
ad evitare che le tue narici si riempiano d’ariaaaa…
ariaaaa…

La musica faceva – più o meno, naturalmente – così:
La-la-la-lalaa-la-la-la-laaa-la-laa… (ad lib.)


Che tradotta in termini di udibilità, ci dà tanto:






EPILOGO

Cyrana e Pincio, convolati a nozze a piedi, ebbero due gemelli (s’è mai visto qualcuno a cui nasce un gemello?), che chiamarono rispettivamente Rino e Rina, benché inizialmente volessero chiamarli rispettivamente Rina e Rino.

EXEUNT

’O mythos déloi un sacco di cose, ma in special modo che ’a naryce ’e Cyrana poteva essere esplorata sia da sinistra verso destra che da destra verso sinistra.