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venerdì 10 ottobre 2014

The Front Page: marsiano sbaglia un commento


9 ottobre 2014, ore 05.21



marsiano (con l’emme MINUSCOLO), commentatore e commendatore unico di questo blog with dirty lips, posta un ardito commento a un post intitolato “Si potrebbe cantare?” ma il cui senso intimo è dato da una selezione di “tiny urli” con i quali si segnala il meglio della critica espressionistica espresso dagli impressionanti critici – bimbe e bimbi cresciuti ad amuchina e a uno (1) di numero malinteso film con Douglas figlio, e il cui sviluppo prosegue ora con la dolorosa accettazione (non in quel senso!...) del daimyo Frenzy –  di un noto sito dedito alla vendita, fra l’altro, di libri che spiccano al mondo infame per la loro bruttezza oggettiva (“libro carinissimo”, “bellissimo”, l’ideale per “un pomeriggio piovoso”, libro che si legge “tutto d’un fiato” e simili; De Benedetti e Croce allo stato puro, insomma).

Ma ecco, come d’abitudine, l’arguto (sopra si diceva “ardito”) commento di marsiano, il quale sceglie anche stavolta il cimento (termine che, fra queste parentesi, gli garba notevolmente) con i giochi di parole. Non pago del “tiny urlo di Tiny Dallara”, si espande (o si allarga) in “"invece di un "tiny urlo di Tiny Dallara" e' piu' carino un "urlettino etc."” (la ridondanza di virgolette è qui inevitabile).

Il gestore del blog – che qui chiameremo “doubtwater”, anche se dalle immagini (e dal susseguente botta e risposta) si rivela la sua identità – è pronto alla replica, che giunge alle 05.22 dello stesso giorno:

“carinissmo, vorrai /vorrò dire...” (il refuso, per altro, costerà caro anche a doubtwater).

marsiano pare digerire il benevolo rimbrotto, ignorando tuttavia che la stampa forcaiola e gossipara gli sta alle costole, tant’è che alle ore 08.44, con una missiva elettronica disperata, comunica privatamente a doubtwater che è “troppo tardi, si e' gia' sparsa la voce”, allegando la seguente copia photogimpata di quello che in realtà è il “Chicago Examiner” (che ci vuole a trasformare “Chicago” in un anonimo “City”?):


Per dovere e onestà di cronaca, va detto che, fatta la bravata, nel frattempo marsiano ha tentato ruffianamente di far correggere il commento (“dai, correggimi tu il commento, uffa...”, ore 07.06, ecc.) allo stesso doubtwater, il quale, in osservanza dell’etica bloggara, naturalmente non s’è lasciato corrompere.
Ciononostante, fingendo di stare allo sporco gioco, doubtwater attribuisce lo scoop a Hildebrand “Hildy” Johnson, verosimilmente plagiato da Walter Burns.

Alle ore 08.49, a una seconda email contenente il laconico “sono rovinato”, marsiano allega una seconda presunta testimonianza della persecuzione di cui è vittima da parte della stampa forcaiola: un’altra photogimpata, stavolta di una non ben definita “Repubblica”:


La dura replica di doubtwater è: “che repubblica è? dela [sic] linea gotica?”
La prima controreplica appare nervosa, e citarla non farebbe giustizia alle seconda, ben più brillante e degna del suo senso dell’umorismo: “e' una repubblica del fagiolo con le gotiche” (ore 12.40).

(Intanto il dibattito fra i due prosegue sulla pagina del Comicomelò. Ma marsiano, come la ruggine, non dorme).

Parrebbe dunque arrivato il momento della distensione, ma doubtwater, ad attenta analisi della prima pagina della “Repubblica (del fagiolo con le gotiche)” rileva una svista mostruosa. Perciò, in forma privata, ma crudelmente, scrive al suo corrispondente: «Hildebrand “Hildy” Scalfari sbaglia clamorosamente concordanza sulla “Repubblica del fagiolo con le gotiche”. Walter Burns non glielo perdona» (ore 13.29).

Alle 13.57 la tremenda rivalsa di marsiano (testo falsamente solidale “questi diavoli di gossippari”):



E lo scambio continua nel pomeriggio (saltiamo le ore, se no si diventa pazzi: dovete accordarci fiducia): doubtwater: “stampa forcaiola”; e marsiano, con leggerezza calviniana: “se ne accorsero, ma troppo tardi per correggere, ormai era gia' nelle rotative”; e ancora “in realta', in seguito a psicanalisi di Lazzul, si scopri' essersi trattato di clamoroso lapsus lazzuliano, insinuante che solo un visitatore su un milione potesse visitare quotidianamante (sic) quel sito” (marsiano, infatti, come si apprende dalla viva lettura dei commenti blogghici, teme i milioni di visitatori che fattoquotidianamente fanno ressa alle porte del comico melò per dire la chissenefottibile loro, ma noi non gli si apre: si preferisce appunto il commentatore e commendatore unico); “forchettaiola” e “del resto bisogna pure magna'”, insiste marsiano sempre in riferimento alla temuta stampa. E, se pensiamo al diavolo a otto fatto da Hildy e Walter intorno a quel disgraziato di Earl Williams, non ha esattamente tutti i torti dell’universo.

E così – come dice ille De Gregori – la sera è già notte.
Ritorna infine la serenità – come dice invece il Gigante Pensaci Tu.

marsiano inaugura una divertente monografia sul tema del vomito (del tennista, curva a, vomitolo di lana, farsi largo a vomitate, che – col suo di lui permesso – forse un giorno… non pubblicheremo! ah ah ah, beccati questa!).

Stamattina, 10 ottobre 2014, alle ore 04.25, dopo aver lottato per almeno 10 ore con tutti i giganti della valle al silicone senza trovare una risposta sensata a certe questioni di plugins, doubwater – sbagliando per altro il proprio account d’invio – non può che ricorrere a marsiano. Qualche secondo dopo, tutto finisce in un trionfo.

In fondo marsiano è più Johnson/Lemmon che Burns/Matthau. Magari un bourru bienfaisant? No, impossibile!
C’è però da augurarsi che non regali mai una cipolla d’oro a doubtwater.


Intanto il post Sofia Loren ipsum langue desolato.

sabato 12 luglio 2014

I più bei film mai realizzati - 1. Vadi retro, Santana!

(Originariamente, nell’indecisione fra un western e un horror, Vade retro, Satana o Vieni avanti, Sartana)

Una filmina in bianco e nero, con un po’ di giallo (questo)

 

clič per vedere il film muto
Clič sulla figurina per lo spettacolo
Ardua sfida all’O.K. Corral con il cinema muto. Ma questa clip è molto di più di un film muto: primo caso di musical muto per cause di forza maggiore. La colonna sonora era stata affidata alla mel gibson di Carlos Santana (gran brava persona), che poi tirò indietro l’affare serio (che personaggio...) senza spiegazioni e senza paura, tanto non si era provveduto a stilare un regolare contratto con il musicista californicano. Senza musica, senza il supernatural secret chord progression ▲ del più grande chitarrista del mondo noto, si optò prima per un silenzio parziale alla Ingmar Bergman (partial tystnaden) e infine, per non lasciare le cose a metà, la scelta fu il silenzio totale, con effetto positivo sul già low-budget dato il risparmio su eventuale doppiaggio. Il risultato fu un effetto notte molto dark, il monologo al telefono del protagonista (l’esorcista Padre Emorth, novello Klaus Kinski, a colloquio con Fra’ Diavolo-Santana in perfetto romanesco), un esercizio di stile e bravura cinematografica inferiore solo alla Anna Magnani voce umana di Cocteau e superiore solo a quello di Ornella Muti nel remake della Magnani voluto da Citto (ma con Sophia è un’altra storia ancora), ma soprattutto un caso più raro che unico di esorcismo telefonico.

Il film corto ma mica tanto, infarcito di citazioni (dagli Stanlio Laurel e Ollio Hardy di Fra Diavolo e Satana al Pupi Avati delle finestre che ridono perché la mamma ha fatto i gnocchi, fino alla fine del mondo, all’Armageddon, all’Apocalypse Now, subito, alla svelta, che nun ciò tempo da perde, a ogni sorta di disgrazia, cataclisma, catastrofe), è fruibile a vari livelli. Anche terra terra. Ma in ultima analisi, in ultima sintesi e in ultimo tango a Zagarolo, è una tremenda vendetta ai danni del samba-pa-ti-to fedifrago, protagonista subliminale invisibile insieme al visibile e vivace (malgrado il nome) Padre esorcista, incisivo anche di dente. (Interessante la tematica allusiva alla reintroduzione dell’aglio, olio e peperoncino negli esorcismi).


PS: Dice: "Cos’è sta storia di parlare al telefono in un film muto? Ciavete i sottotitoli?" — Dico: "Sottotitoli? Semmai i sopra-titoli, cioè ci stanno i fumetti, no?..." — "Ah, i fumetti... mo’ ho capito abbastanza".

mercoledì 16 ottobre 2013

Comicomelò, ebook di 23 racconti dove tutto diventa comico e da ridere

Ma anche maledettamente complicato

E ci spieghiamo meglio: 

 

23 racconti dove tutto diventa comico e da ridereQuesto e-libretto contiene 23 racconti (e si badi bene: 23 è un numero cabalisticamente mistico, in verità ci sarebbe poco da scherzare...) con la pretesa di intrattenere il lettore in modo divertente e, come i dicono i critici surreali, con storie surreali, molte delle quali fanno fare incontenibili risate a denti stretti, fanno spanciare dal ridere, proprio, che a momenti uno cade dal tram dove.. sì, perché, chissà perché, pare che i lettori di ebooks (le statistiche ci dicono che sono in costante, ineluttabile aumento) prediligano leggere sui tram, specie le donne fra i 30 e i 40 anni con una mano al passamano e l'altra al kindle (e sorridono... sorridono intente in tanto...), tutti con i loro bravi ereader in offerta speciale, con i margini delle pagine sdentellati, giustificazioni da spavento and all that jazz, insomma.

Ma dove eravamo rimasti (sperando di esserci rimasti)? O meglio ancora: dove eravamo partiti? Bene: roba da ridere. Tutti vogliono ridere e nessuno vuole piangere; è vero che le statistiche ci dicono che è meglio ridere che piangere, ché ridere ti allunga la vita (e se uno - per esempio un personaggio del TEX - è stanco di vivere? Sai... quando Tex gli chiede: "Stanco di vivere?"), ma è una dannazione, quando si pubblica (ossia di rende pubblico) un qualcosina, dover attirare i 400 lettori che, sempre secondo le statistiche, leggono libri nel Paese del sole e delle sòle, con parole chiavistello tipo "libro da ridere", "racconti che fanno ridere", "storie divertenti", "umorismo", e ancora quelle stramaledettte "risate a denti stretti", "satira", "satira politica e di costume" "satirici", "barzellette", "la sai l'ultima?", "che ridere quel libro!", "libro forte", "libri contro il potere", "libri colmi di parolazze" ma "che fanno riflettere sul malcostume"ecc.

 

Viceversa, in questo ebook c'è poco da ridere, benché non ci sia granché di cui piangere. È una disgraziata catena melodrammatica, ti scassa i nervi, devi continuamente chiederti "Ma chi è questo? Cosa vuol dire 'sta roba qua? Ah, magari sarà simbolismo, come dicono i critici simbolisti e simbolistici...". Questo eBook ti fa venire il mal di testa: 1) perché devi leggerlo con l'e-reader; 2) perché sì. Tipo Gadda o Manganelli.

Hanno ragione le studentesse universitarie che lamentano: "Ziocaro, questo Gadda mi fa venire le palle, come Giois"; "Che palle questo Deleuze: non si capisce una mazza, fa venire la palle ai ginocchi". Ma fortunatamente beccano 30 / 30 e lode.


(Qua si stenta a venire al dunque, e dunque):

23 racconti, anche se ce ne sarebbe un 24° consistente nelle NOTE (VIRTUALI) DI QUARTA DI COPERTINA in stile deleuze-iano, atte a tenere lontano il lettore, in modo da portare a 399 il numero complessivo dei lettori italiani -- e poi a 398, 397, 396, e via di seguito, fino a un bello 0 (zero) rotondetto.

Ecco dunque le note di quarta ufficiose (che ci siamo ben guardati dall'inserire nel libro). Le note fanno quasi quasi un racconto a parte, che si potrebbe appropriatamente intitolare:

 

Il 24° racconto: le note di quarta di copertina

 

(con sottotitolo più che mai adeguato)

Fra Deleuze e Rewordify


(Da spezzare):


Parte prima:


Percorsi da suggestioni filmiche nella forma di richiami-rimandi a situazioni e personaggi (spesso) riconoscibili, e il cui monopolio è minacciato da infiltrazioni narrative di vario segno, i racconti compresi in questa raccolta sono convegno di mostri (monstra) vecchi, nuovi e futuribili, 23 anelli di una melodrammatica “catena della costernazione” (è il titolo del primo segmento) che si snoda incerta circa la propria reale natura, tuttavia destinata a un’inevitabile metamorfosi comica.
Lungo questo percorso ci imbattiamo in caratteri bisognosi della nostra solidarietà per affrancarsi da un universo pateticamente doloroso, mendicanti un riscatto dall’opprimente dubbio – di per sé logicamente sovversivo – “che cosa si può dire che non sarà già stato detto?”, quesito la cui unica risposta, nell’ipotesi più benevola, è un moto di ilarità.
Non si può però escludere che i nostri volenterosi intrattenitori ne siano sufficientemente appagati e che la loro percepita assenza da se stessi, l’ostinata latitanza dal tempo-durata corroborata da un linguaggio-memoria che afferma quale sola consistenza il rifacibile, finiscano per mettere in imbarazzo l’umanità del fare e del creare, interrompendo in ultimo l’ameno patto di complicità con il lettore. Che non si vuole spaventare ma con ciò preparare ad incontrare, in questo conflitto di makes e remakes, individui e peripezie appartenenti al dominio del “ce l’ho, manca”, fra cui:


(Parte seconda)


lo slow burn del primo anello della detta Catena,

il detective Pinkfinger (altrove “Ditarosate”) che non vedrà mai realizzato il sogno di una sfida al più celebre Goldfinger,

un tenente colonnello (generale? macché) Custer ospite di un centro rehab,

l’Apocalisse di Giovannin Senza Paura,

le vostre/nostre nonne incomprese,

Norman Bates ravveduto (?),

l’impegnativa e cavillosa gara a distinguere fra “liberalizzare” e “legalizzare”,

King Kong e i possibili difetti di una moderna democrazia,

cosa può succedere a frequentare una scuola serale di portamento,

il “sì lo voglio” di Molly (Bloom) nostra finalmente disvelato,

l’uomo è il migliore amico del cane,

inediti message boards dell’IMDB,

aspiranti fondatori di repubbliche di banane alla banana,

ritratto dell’Uomo Forte,

perché un papa senza nome (tandem!),

esemplificazione di microsceneggiatura di un remake filmico a regola d’arte,

un van Gogh di dubbia attribuzione, 

l’infinire e altro non anticipabile.

Ma ora che proprio il tempo, questa invenzione senza futuro, pare stringere peggio che una tenaglia, è meglio spicciarsi, fratello mio che tieni il sacco: in fretta, si va!


E vai!



Cineasti indipendenti scoprono le indie

«All’inizio dell’MM (che non è Il mostro di Düsseldorf di Fritz Lang con remake di Joseph Losey, noi chiamiamo così il 2000 per accorciare: noi siamo per farla breve, si sarà capito) un gruppo di cineasti disperati — alcuni praticamente desperados causa una decennale cura a base di Quentin Tarantino che li portò più di una volta davanti al giudice, tanto erano intrisi di filosofia sparatoria e macellara, e da lì a familiarizzare con il weekend jail, in ciò antesignani della Lindsay Lohan quando la teen-ager si limitava a sniffare la benzina dei motorini, abitudine esente da rehab —... si diceva: questa band of brothers multinazionale di malincolti, seppur medio-altamente colti grazie ai corsi, ricorsi e stra-corsi di cinematografia in senso lato frequentati (molti serali), capìta l'antifona "no mainstream for cats" (per non parlare delle slammate di porte in faccia ricevute dalle cricche "indie", nel gergo della compagine referred to as "torte in faccia" per rendere meno doloroso l’evento), non per questo se ne fece una rassegnata ragione.
Anzi, nell’età dell’innocenza del World Wide Web 1.0, essa — noi abbracciammo furiosi la causa della rete. Abbagliati dai prodigi del flash *acro*edia versione 5, decidemmo: il mainstream ci faceva un baffo, e passammo dal MAIN-STREAMING allo STREAMING, dando inizio così ai nostri futuribili radio days. Internet-daze, ci suggerì il nostro linguaggio multimediale innovativo. Già sentivamo intorno a noi il mormorare (dell’invidia): "Quei bravi ragazzi hanno capito al volo il potenziale della rete". Heaven Knows, Mr. Allison, se non era vero: pionieri di una nouvelle nouvelle vague, ci mettemmo l’anima e la carne, avremmo fatto sfracelli inauditi e soprattutto invisti.

Vedevamo spalancarsi cancelli perlati, custoditi dal vecchio Pietro: per il timore di vederci sbarrare la strada ci umiliammo fino alla preghiera (ricattatoria): "Peter, se mi lasci sul cancello, io... io...". Nell’allucinazione il Santo gentile replicava: "Tu cosa? Voi de cche? Ma tornate quando sarete morti, a stomaco preferibilmente vuoto: ragazzi, di vita ce n’è una sola". Già, purtroppo eravamo vivi, ma fortemente allucinati. La frase del sant’apostolo, mal interpretata per via dell’apertura vocalica di quell’accento galileo, ci dava il tormento: "La vita è una sòla". Piano piano, ci stavamo trasformando in fanatici di una religione spiritual-tecnologica, per noi era quello il (doppio?) senso della vita. C’era chi, come Joe "Camarillo" Grillo, simile a un re pescatore, ripeteva all’ossessione "Il futuro è la rete, il futuro è il Web, distruggeremo l’ultimo metro di pellicola in celluloide, incendieremo ogni 8 mm sopravvissuta, daremo il fatto loro a ogni key grip, best boy, gaffer, clapper loader, script supervisor, location manager, stunt, inutili maestranze umane... e gli attori... ah, gli esosi attori... Via! Saremo noi gli attori della nostra arte: tutti a casa li manderemo, tutti a casa. Flash flaaash!" e talvolta abbracciava il computer, implorandolo: "Baciami, stupido!", le lacrime agli occhi come pioggia. Ma gli volevamo bene, non volevamo rivederlo a Camarillo.

Pima dei nostri film, avevamo già iniziato a girare nella mente il film delle nostre grandi speranze e della grande illusione. Ognuno si sentiva un million dollar baby, un padre pellegrino in missione possibile nel futuro senza ritorno dell’intelligenza artificiale. Invero eravamo un mucchio selvaggio di balordi, soldati di un’armata Brancaleone e costituiti in minuscole compagnie di ventura, micro-case di produzione cinematografiche, spesso così micro da potersi definire sgabuzzini (di produzione), a dispetto delle pretenziose, altisonanti, bombastiche denominazioni in inglese o simil-esperanto: I-Flix-Cine-Chen, Non Serviam Movies, The Want Row, Out-Archi-Pictures, Darfur Productions, Ides of Marx Brothers, In Good We Trust Films, On No One We Depend (significativo il doppio senso: Di Nessuno ci Fidiamo / Da Nessuno Dipendiamo) Corporation — e non di rado composte da un singolo individuo —, tutte prive di ragione sociale e di ragione tout court: ma più che underground, ci sentivamo overground, acrobati dell’iperuranio Web senza rete di sotto. Secondo l’uso dei metteurs en scène degli spaghetti western (che tanto piacciono a Tarantino, più gli spaghetti che i western, c’è da scommetterci), assumemmo non tanto pseudonimi quanto nomi falsi, ad evocare la nostra tensione all’universale: Pete Aquaan, Yogor Tangor, Keira "Yoshinaka" Yoshihisa, Orrin Onski, Mia Boca, Quentin R. DeNameland, Hugo Victor, J.L. Godhardon, Ed Wood-y Allen, Malcolm Banquo, Regan Lincoln, Titania O’Beron, Francesco Truffò, Botox Strauss, Aldo Movár, Dark-o Jurassic, Park Chan Charlie, il povero Sorvino ("parente di Mira Sorvino?" "No... quante volte glielo devo dire... Fermo restando che chiunque abbia un dato cognome deve necessariamente essere parente di un altro con lo stesso cognome, salvo casi incontrovertibili di nomi d'arte") e infine io stesso, prima Johnny "Guitar" Rotto, poi E. Johnny "prese-il-fucile" (sempre Rotto), ora a malapena integro. E tanti altri sognatori di pecore elettriche.»

In tane volutamente cupe che per squallore sfidavano i crummy dump e i run-down hotel della golden age del noir americano, partorivamo chilometriche sceneggiature, storyboard michelangioleschi, che si dovevano concretizzare in film da realizzare con computer forti di 8 Mb di Ram.

Dopo mesi di cova pre-produttiva, benché inconsapevole di questi limiti, uno di noi — di cui non faremo il nome —, un super ivory-iano di ferro e fuoco, partito in quarta con un progetto cyber-kolossal, con disperante convinzione hitleriana un bel giorno di un giorno da cani (com’erano immancabilmente i nostri giorni) spiegò sul pavimento della Wolfsschanze la sua mappa per l’uscita dalla sacca di Stalingrado: la sceneggiatura completa di Vanity Fair: A novel without a Hero (La fiera delle vanità) del compianto William Makepeace Thackeray. Il naso fumante di polverina della felicità, agli angoli della bocca stalattiti di bava, pesanti borse sotto gli infuocati oci ciornie, il Bondarciuk-Superciuk del terzo Millennio per ore illustrò i dettagli riguardanti la fase di studio, pre-produzione, lavorazione, produzione, post-produzione del film, terminando la conferenza con la sentenza "Come minimo, finiremo sulla copertina di Vanity Fair". Pur avendo le compagnie associate rinunciato a maestranze di sorta, ci avvalevamo del supporto tecnico di un geek informatico autodidatta, il quale, seppur umanamente squilibrato, fece sensatamente notare all’epigono di David Lean (maestro supplente del suddetto James Ivory, beninteso) il problema della banda. Il cui nocciolo fu compreso dal cyber-filmmaker solo un paio di settimane dopo: era impossibile "far girare" in streaming su internet un film del peso approssimativo di 1.600 megabyte.

«Fu un brutto colpo per tutti noi cineasti venire a conoscenza di questa spietata regola del gioco, fatta di concetti aspri quali "upload", "download" ma in particolare "loading", il tempo necessario perché un film completasse il proprio caricamento prima che gli spettatori del Web ne potessero godere. Tutto il progetto rischiava di andare in santo fumo. Il cultore del maestro del cinema ipnogeno, sul punto di gettare la spugna, in un estremo scatto di orgoglio credette di aver trovato la soluzione all’ostacolo: “Be’, potremmo spezzare il film in due parti, la seconda delle quali consisterebbe nel loading della prima e viceversa”. Il geek informatico, incerto se quello fosse il delirio di un keeg o di un dummy, si astenne dall’infierire, commentando: "Avrei due FAQ: quando ci sarà sufficiente banda da sostenere tutte e due le Fiere e tutte — quante che siano — le Vanità? E soprattutto: noi ci saremo?". All’impatto di quella bocciata, la caduta degli dèi non fu diversa da quella di una lunga fila di birilli, il progetto grandioso fu accantonato. Lo sceneggiatore, heautontimorumenos, si sbronzò di Pupi Avati fino a perdere coscienza. Fu ritrovato, riverso nel suo vomito di artista, in una camera con vista su un vicolo cieco, sordo, muto, pieno di gatti morti con cui banchettavano ratti circondati da iene in crisi d’astinenza che trattavano con Kenneth Branagh. Fu salvato dall’apparizione di Helena Bonham Carter e Jeremy Irons. Ma il danno era fatto.

La defezione fu rapida, totale e vile. I nostri associati, spaventati dall’aleggiante spettro del mancato successo, della fame e della miseria (senza nobiltà veruna), ci misero mezzo minuto a dissociarsi, associandosi ratti ai topi, fiduciosi che almeno qualche trippa di gatto avrebbero potuto rimediare. Quasi totale, la diserzione. Rimanemmo io e Mirò — pure il geek diede forfait — a condurre un difficile ménage a (win)dos 95 (ché il 2000 — sostenevano i Pereira della comunità astrologica internazionale — sarebbe arrivato solo nel 2001: un assurdo paradosso motivo di conflitti che fortunatamente si spensero in breve tempo, ma pronti a ripresentarsi il 31 dicembre 2999).

Buon viso a cattiva sorte: l’extrema ratio fu la sceneggiatura e la produzione di brevi clip (corti narrativamente coerenti), che verosimilmente non ci avrebbero aperto le porte di Hollywood ma nemmeno quelle del di là da venire youtube. E neppure (da dentro) quelle del dump in cui ci eravamo segregati a preparare la nostra vendetta nei confronti del mainstream: video trailer condensati dei film che non avremmo mai realizzati, anche perché, in certo qual senso, erano stati già realizzati: per guadagnare tempo senza perderlo a stilare sceneggiature impossibili (ne avevamo bell’e pronta una su una strana comunità di vampiri e ZOMBI-zombie — i secondi sotto copertura governativa — che si combattono, a forza di scherzi atroci, di vendetta in vendetta, all’ultimo sangue — è il caso di dirlo — senza apparente ragione; ma la verità è che il governo, dopo il successo nella lotta al fumo, vuole liberarsi una volta per tutte della calamità costituita dai tv movie fantasy di vampiri stroncando nell’adolescenza questi teen-ager emaciati e nichilisti: e chi meglio degli ZOMBI può agire in nome del governo? Oltretutto gli zombi — anche grazie alla new age di Shaun — godono sempre di ottima salute e per definizione, come il rock'n'roll, “can never die”: mica scemi i governi... Mentre i vampiri, ah, i vampiri, come dice oggi il mio amico Marsiano ► "ce li siamo giocati ormai, come Knocking on Heaven’s Door dopo che l'hanno rovinata i Guns N' Roses...)" sceneggiature ardite, dicevamo, tipo quella sulla costruzione del muro di Berlino (della cui caduta son piene le tasche del mondo), i retroscena del GRANDE COMPLOTTO, della COSPIRAZIONE INTERNAZIONALE che stava dietro l’edificazione del vallo tedesco-orientale:

la verità(aaa), signori nostri (ma non vi possiamo anticipare di più... in cuor nostro non disperiamo nell’apertura delle porte di Hollywood — quelle di Cinecittà magari no o sì, dipende dalla reggente), la vera verità sta tutta in un MAGICO WAFER, grazie al quale i comunisti conquistarono il mondo (soprattutto quello occidentale) con uno stratagemma che manco ve lo immaginate; altroché le fantasie sulla Guerra Fredda dei film cold-warari — in particolare negli anni ’60 — che fecero la fortuna di Michael Caine. Ma la verità ancora più vera e agghiacciante è che i comunisti sono ancora fra noi, c’è poco da deridere l’Uomo Forte ► che il mondo ci invidia, in virtù di una combinazione letale di wafer e rock'n'roll... ah, è inutile che ci deridiate anche a noi... ma tanto quel ghigno vi si cancellerà dalla faccia quando uscirà questo film... allora sì che starete freschi! (e ne fisserete di capre...)


Alla RISCOSSA!

 

Per il momento, Sorvino ed io, teniamo duro con la nostra rivoluzione retroattiva,  i nostri film trailer interattivi (e qui sta il bello, no?): hai voglia a sorbirti i trailer fuorvianti, che poi vai al cinema — il "rituale collettivo",
Spettatori all'entrata di una sala cinematografica
partecipano volentieri al rituale collettivo

come dicono i cineasti comunisti, che sono ancora tra noi — e ti becchi una sonora fregatura, oltre che gli afrori (puzza di ascelle sudate, aliti killer) che fanno parte del rituale collettivo stesso: cineasti come noi — che la mamma non ne fa più, per il momento — indipendenti e indie puntano al rituale individuale dell’interazione: vedi un trailer che ti dà l’idea di essere fuorviante e falsificatore? Un colpo di mouse al clip interattivo e si risolve la situation comedy: in pratica, se mi freghi ti cancello».




Prego, per qui si va nella cinecittà dolente, ma per fortuna lungi dell'afrore.

E. Johnny "prese-il-fucile", 1° gennaio 3000.

comicomelò makes remakes ebook