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giovedì 18 settembre 2014

Carlito’s Way


Lezioni di modestia ai fanciulli

Carlito de La Rochefoucauld-Liancourt prima dell’invenzione
della modestia e di Al Pacino.

Sicché, mentre a lui, quello abituato a far fronte a catastrofi e cataclismi con il sorriso traditore di incisivi aguzzi, taglienti, si rivolgevano sopraffatti d’allarme addetti alla prevenzione di catastrofi e cataclismi, e ben esperti nel loro assegnamento, coll’indice indicando l’ingrossarsi di una nera apocalissi all’orizzonte distante questione di passi, insieme con l’acuirsi di odori di peste bubbonica, il dilagare incontrollabile di appestati per le vie, ai quali s’andavano, seppur con disgusto, alleando centurie di marcantoni e marcantonie armati di forconi, falci, pietroni, e tanti altri fantasiosi – non sempre improvvisati – strumenti di violenza, mentre di tutto pioveva sul nostro e sul vostro amore, insomma mentre, tra sospiri di “finalmente” e “fusse che fusse”, si avveravano taluni proverbi fino ad allora ritenuti conseguenti a ignoranza e superstizione, e via di fuga verosimili erano due: salto dalla finestra o trastullo con biglie colorate, paperine in gomma e pisellino di fresca scoperta, il Daimyo Sole XVI chiese a Carlito de La Rochefoucauld-Liancourt semmai avesse idea a che fosse imputabile tanta caciara – che, nondimeno, lo solleticava nemmeno – e, in seconda battuta, che gli andasse a ricuperare una paperella schizzata di vasca, ecco che Carlito, precisando trattarsi di “inappellabile rottura di coglioni” su tutti i fronti, e disobbedendo all’ultima richiesta del sire, fece alla maniera sua propria, di Carlito, appianando una pur improbabilmente futura controversia con quel dire semplice, magari primitivo d’argomentazione ma efficace (come la medicina amara) consistente nell’utilizzo di quel prolungamento di braccio e bile che risparmia biglie e paperelle ma non i reticenti ad allinearsi alle norme della buona creanza e i ribelli alle lezioni di modestia.
Carlito de La Rochefoucauld-Liancourt dopo l’invenzione della modestia e di Al Pacino.
Ma soprattutto alla notizia del mancato recupero della paperella.


domenica 20 luglio 2014

Quello che è quel ramo del lago di Como

Quello che non è quello che è il lago Como, bensì
quella che è la cruna dell’ago di Garda.
(Illustrazione di Stefano Baratti).
Quello che è quel ramo del lago di – come dire... – Como, che volge – in qualche modo – a mezzogiorno, tra due – se la matematica non è un opinione – catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli che sono quelli, vien, quasi a un tratto, ad andare a ristringersi, piuttosto che a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e – come lei mi insegna – un’ampia costiera dall’altra parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive, par – ma questa è una mia opinione personale – che renda ancor più sensibile – se possibile – all’occhio questa che è questa trasformazione, e – per così dire – segni il punto in cui il lago cessa, e l’Adda rincomincia, per ripigliar poi dopo nome di lago esattamente dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian l’acqua per certi versi distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e in nuovi seni. Detto questo, la costiera, formata – diciamo – dal deposito di tre – sempre se la matematica non è un’opinione – grossi torrenti, scende appoggiata a due – né più né meno – monti contigui, l’uno – se la memoria non m’inganna – detto di san Martino, l’altro, se vogliamo, con voce lombarda, il Resegone, dai molti suoi cocuzzoli in fila, che in vero lo fanno somigliare – in tutto e per tutto – a una sega: talché non è chi, al primo vederlo, purché sia di fronte, come per esempio di su le mura di Milano che guardano sostanzialmente a settentrione, non lo discerna tosto – senza se e senza ma –, a un tal contrassegno, in quella che è una lunga e vasta giogaia, dagli altri monti di nome evidentemente più oscuro e di forma più comune. Al netto di tutto ciò, per un buon pezzo, la costa sale con un pendìo lento e continuo; poi dopo si rompe in veri e propri poggi e in valloncelli, in erte e in ispianate, secondo l’ossatura de’ due monti, e il lavoro dell’acque. Il lembo estremo, in qualche misura tagliato dalle foci de’ torrenti, è quasi tutto assolutamente ghiaia e ciottoloni; il resto, campi e vigne, sparse di terre, di ville, di casali e quant’altro; in qualche parte boschi, che si prolungano su per la montagna. Lecco, la principale di quelle che sono quelle terre, e che – va da sé – dà nome al territorio, giace poco discosto dal ponte, alla riva del lago, anzi – ad essere precisi – viene in parte ad andare a trovarsi in quello che è il lago stesso, quando – beninteso – questo ingrossa: un gran borgo al giorno d’oggi, e che s’incammina a diventar città.  
Veda... Ai tempi in cui accaddero i fatti che prendiamo a raccontare – e non mi interrompa, che io non l’ho interrotta, per Dio!... –, quel borgo, francamente già considerabile, era anche un castello – questo me lo concederà –, e aveva perciò l’onore d’alloggiare un comandante, e il vantaggio di possedere una stabile guarnigione di soldati spagnoli – e  a parlare non un è pericoloso sovversivo –, che insegnavan – diciamo così – la modestia alle fanciulle e alle donne del paese, accarezzavan di tempo in tempo le spalle a qualche marito, a qualche padre; e, sul finir dell’estate propriamente detta, non mancavan mai di spandersi nelle vigne, per diradar l’uve, e alleggerire a’ contadini – e qui la questione è politica – le fatiche della vendemmia (sebbene che non glielo aveva mica ordinato il dottore). Dall’una all’altra di quelle terre, dall’alture alla riva, da un poggio all’altro, correvano, e corrono tuttavia – ci mancherebbe! –, strade e stradette, più o men ripide, o piane; ogni tanto affondate, sepolte tra due muri, donde, alzando lo sguardo, non iscoprite che un pezzo di cielo e – abbiate pazienza – qualche vetta di monte; ogni tanto elevate su terrapieni aperti: e da qui la vista spazia per prospetti più o meno estesi (correggetemi se mi sbaglio), ma ricchi – vivaddio! – sempre e sempre qualcosa nuovi, secondo che i diversi punti piglian più o meno della vasta scena circostante, e secondo che questa o quella parte campeggia o si scorcia, spunta o sparisce a vicenda – e almeno su una cosa siamo d’accordo. Dove un pezzo, dove un altro, dove una lunga distesa di quel vasto e variato specchio dell’acqua; di qua – se è vero, com’è vero – lago, chiuso all’estremità piuttosto che piuttosto smarrito in un gruppo – questo ve lo concedo –, in un andirivieni di montagne, e di mano in mano più allargato tra altri monti che si spiegano, a uno a uno, allo sguardo, e che – sia detto senza offesa – l’acqua riflette capovolti, co’ paesetti posti sulle rive; di là braccio di fiume, poi lago, poi fiume ancora, che va ad andare a perdersi in lucido serpeggiamento pur tra’ monti che – per inciso – l’accompagnano, degradando via via, e perdendosi quasi anch’essi nell’orizzonte. Resta il fatto che, il luogo stesso da dove contemplate que’ vari spettacoli, vi fa spettacolo da ogni parte, su questo non ci piove: il monte di cui passeggiate le falde – e qui concludo –, vi svolge, al di sopra, d’intorno, le sue cime e le balze, distinte, rilevate, mutabili quasi a ogni passo, aprendosi e contornandosi in gioghi ciò che v’era sembrato prima un sol giogo, e comparendo in vetta ciò che poco innanzi vi si rappresentava sulla costa: e – mi cito testualmente – “l’ameno, il domestico di quelle che sono quelle falde tempera gradevolmente il selvaggio, e orna vie più il magnifico dell’altre vedute” e via discorrendo.
Ma voltiamo decisamente pagina.


Manzoni Alessandro, Milano, uomo, 44 yo, single, sì perditempo, no fumatori, sì viaggiare (evitando le buche con acqua). Lavarsi piedi.
Mi piace: leggere, scrivere, far di conto.
Non mi piace: il Manzoni, l’ipocrisia, la falsità, la menta piperita.
Che altro dire di me... Sono una persona solare.