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domenica 19 ottobre 2014

venerdì 10 ottobre 2014

The Front Page: marsiano sbaglia un commento


9 ottobre 2014, ore 05.21



marsiano (con l’emme MINUSCOLO), commentatore e commendatore unico di questo blog with dirty lips, posta un ardito commento a un post intitolato “Si potrebbe cantare? ma il cui senso intimo è dato da una selezione di “tiny urli” con i quali si segnala il meglio della critica espressionistica espresso dagli impressionanti critici – bimbe e bimbi cresciuti ad amuchina e a uno (1) di numero malinteso film con Douglas figlio, e il cui sviluppo prosegue ora con la dolorosa accettazione (non in quel senso!...) del daimyo Frenzy –  di un noto sito dedito alla vendita, fra l’altro, di libri che spiccano al mondo infame per la loro bruttezza oggettiva (“libro carinissimo”, “bellissimo”, l’ideale per “un pomeriggio piovoso”, libro che si legge “tutto d’un fiato” e simili; De Benedetti e Croce allo stato puro, insomma).

Ma ecco, come d’abitudine, l’arguto (sopra si diceva “ardito”) commento di marsiano, il quale sceglie anche stavolta il cimento (termine che, fra queste parentesi, gli garba notevolmente) con i giochi di parole. Non pago del “tiny urlo di Tiny Dallara”, si espande (o si allarga) in “"invece di un "tiny urlo di Tiny Dallara" e' piu' carino un "urlettino etc."” (la ridondanza di virgolette è qui inevitabile).

Il gestore del blog – che qui chiameremo “doubtwater”, anche se dalle immagini (e dal susseguente botta e risposta) si rivela la sua identità – è pronto alla replica, che giunge alle 05.22 dello stesso giorno:

“carinissmo, vorrai /vorrò dire...” (il refuso, per altro, costerà caro anche a doubtwater).

marsiano pare digerire il benevolo rimbrotto, ignorando tuttavia che la stampa forcaiola e gossipara gli sta alle costole, tant’è che alle ore 08.44, con una missiva elettronica disperata, comunica privatamente a doubtwater che è “troppo tardi, si e' gia' sparsa la voce”, allegando la seguente copia photogimpata di quello che in realtà è il “Chicago Examiner” (che ci vuole a trasformare “Chicago” in un anonimo “City”?):


Per dovere e onestà di cronaca, va detto che, fatta la bravata, nel frattempo marsiano ha tentato ruffianamente di far correggere il commento (“dai, correggimi tu il commento, uffa...”, ore 07.06, ecc.) allo stesso doubtwater, il quale, in osservanza dell’etica bloggara, naturalmente non s’è lasciato corrompere.
Ciononostante, fingendo di stare allo sporco gioco, doubtwater attribuisce lo scoop a Hildebrand “Hildy” Johnson, verosimilmente plagiato da Walter Burns.

Alle ore 08.49, a una seconda email contenente il laconico “sono rovinato”, marsiano allega una seconda presunta testimonianza della persecuzione di cui è vittima da parte della stampa forcaiola: un’altra photogimpata, stavolta di una non ben definita “Repubblica”:


La dura replica di doubtwater è: “che repubblica è? dela [sic] linea gotica?
La prima controreplica appare nervosa, e citarla non farebbe giustizia alle seconda, ben più brillante e degna del suo senso dell’umorismo: “e' una repubblica del fagiolo con le gotiche” (ore 12.40).

(Intanto il dibattito fra i due prosegue sulla pagina del Comicomelò. Ma marsiano, come la ruggine, non dorme).

Parrebbe dunque arrivato il momento della distensione, ma doubtwater, ad attenta analisi della prima pagina della “Repubblica (del fagiolo con le gotiche)” rileva una svista mostruosa. Perciò, in forma privata, ma crudelmente, scrive al suo corrispondente: «Hildebrand “Hildy” Scalfari sbaglia clamorosamente concordanza sulla “Repubblica del fagiolo con le gotiche”. Walter Burns non glielo perdona» (ore 13.29).

Alle 13.57 la tremenda rivalsa di marsiano (testo falsamente solidale “questi diavoli di gossippari”):



E lo scambio continua nel pomeriggio (saltiamo le ore, se no si diventa pazzi: dovete accordarci fiducia): doubtwater: “stampa forcaiola”; e marsiano, con leggerezza calviniana: “se ne accorsero, ma troppo tardi per correggere, ormai era gia' nelle rotative”; e ancora “in realta', in seguito a psicanalisi di Lazzul, si scopri' essersi trattato di clamoroso lapsus lazzuliano, insinuante che solo un visitatore su un milione potesse visitare quotidianamante (sic) quel sito” (marsiano, infatti, come si apprende dalla viva lettura dei commenti blogghici, teme i milioni di visitatori che fattoquotidianamente fanno ressa alle porte del comico melò per dire la chissenefottibile loro, ma noi non gli si apre: si preferisce appunto il commentatore e commendatore unico); “forchettaiola” e “del resto bisogna pure magna'”, insiste marsiano sempre in riferimento alla temuta stampa. E, se pensiamo al diavolo a otto fatto da Hildy e Walter intorno a quel disgraziato di Earl Williams, non ha esattamente tutti i torti dell’universo.

E così – come dice ille De Gregori – la sera è già notte.
Ritorna infine la serenità – come dice invece il Gigante Pensaci Tu.

marsiano inaugura una divertente monografia sul tema del vomito (del tennista, curva a, vomitolo di lana, farsi largo a vomitate, che – col suo di lui permesso – forse un giorno… non pubblicheremo! ah ah ah, beccati questa!).

Stamattina, 10 ottobre 2014, alle ore 04.25, dopo aver lottato per almeno 10 ore con tutti i giganti della valle al silicone senza trovare una risposta sensata a certe questioni di plugins, doubwater – sbagliando per altro il proprio account d’invio – non può che ricorrere a marsiano. Qualche secondo dopo, tutto finisce in un trionfo.

In fondo marsiano è più Johnson/Lemmon che Burns/Matthau. Magari un bourru bienfaisant? No, impossibile!
C’è però da augurarsi che non regali mai una cipolla d’oro a doubtwater.


Intanto il post Sofia Loren ipsum langue desolato.

giovedì 9 ottobre 2014

... Si potrebbe cantare?

(tiny urli)

 

http://tinyurl.com/njmz9eh

http://tinyurl.com/p4kr455

http://tinyurl.com/pcyq2g8 

http://tinyurl.com/kb9pa69

http://tinyurl.com/mxd59x9 
  


Ultimissima: marSiano (con l'M minuscolo e l's MAIUSCOLO), commentatore e commendatore unico di questo blog with dirty little lips, ci segnala un
urlino






Lasciate che urlino (volete?)

Volete? Cantargliele e suonargliele?
Dài, il vostro urlino-urletto qui sotto... eddài! e che vi costa? Nemmeno € 0,89...



Extry, extry, read all about it!

Questa poi! (anzi: testè!)

Hildy Johnson la fa in barba a Walter Burns (e per giunta photoscioppa cassando “Chicago”). Che scopo!...
marsiano è finito. Incassando,  porta a casa
(il giornale, che ha pagato, pure...)

Ma non è finita qui, tutt'altro ►

venerdì 6 giugno 2014

Paolo impara l’arte ma disimpara a vivere

(Tutto per non essere da meno a suo cugino Claudio) 1

 

“La solita pischionata”, rifletté Paolo, “in un indefinito metà strada
tra freudiano e San Frediano”.
(The Duende Transfusion, illustrazione di Stefano Baratti)


Non lontano dal tònfano, i francolini futavano. Paolo ristette a studiare il cernecchio e lo smercovezzo inquartati nel pluteo. “È tempo che io risecchi il ranno, diversamente lo zarùcane del canòpo s’aggotterà al pari del pisimùreto che avrei dovuto escòdere”.
D’altra parte – ragionò – il lèndine che infrogiava tuttalmente il craccio, nonostante l’acinace colliquasse intrafinefatta il tràpeto, non revellava lo scarcaglioso pómero.
Paolo non mancava – giornalmente – di scommare la mulacchia, anche quando la curasnetta gualcava il pudellato tutto, e, talvolta anche senza scuffinare la raperella, giulebbava con foga la rizza. Da molte settimane, oramai, Paolo allappolava il tropeolo, lapazzando per benino il digrumante strofanto e, gnaulando, squittinava le palanfre che stangonavano immancabilmente i mànfani sulle piattebande. Lo stozzaccio e lo sciàvero, in verità, non era agevole caponarli; ma, usando d’un cataraffio apposito, Paolo riuscì a bollerare abilmente alcuni brocatelloni: era già qualcosa – pensò.
Non era infrequente che l’archipenzolo e l’ambrogetta s’ingavonassero, specie quando il filibotto incoconava lurcamente sull’incorrentare della licciaiuola, intanto che la liccarda si puddellava – per l’appunto – morchiosamente, posliminio uno scannello terzigliante. La sorta di ghimberga che sicché ne era estrutta – con tanto di pellucido melappio – non pareva certo adatta all’atteso smergo: ci sarebbe voluta una pòsola, o forse un potacchio – sempre che la forfecchia avesse cotticciato per tempo.
Mentre, da qualche parte nel podere, la capitagna e la frettazza cempennavano, lì appresso un massellare di macco (intonso) rifrinzellò, ma come d’un sinistro – simile a un leardo bisègolo nel maggengo alidore – e quasi un che l’infrasconasse. Paolo, come un sol uomo, caprugginò la spongata e – s’immagini un opèrcolo levogiro – pigliò a pusignare con l’osteoclaste e a dilollare convulsamente un marabotto! Quindi, senza minimamente rasierare il topinambùro, stallò come in stacciaburatta – la pellètica che lo simigliava a uno stradiotto.
Il ribuzzo e il pelaghetto bombavano, come salincervi e misiricci, in un inedito ghindazzo di pispini e sbozzini, mentre alcuni tigliosi ciccioli (causa il sovescio, forse.. ma il ripiglìno? improbabile...) un saccomanno ruzzava da una sbattentatura.
Al che, Paolo, come magato, mise mano a un giornello (inopportunamente?) e arrampicò un mofètico guaiaco (ma era proprio necessario?); tentando di niellare il sovatto d’un torcoliere apparso accanto all’oricanno (ma che sia possibile?), riuscì – in parte – a spaniare gli africogni godendardi ben logati nel proprio camauro.
L’allodialità della gavozza – stando al resoconto di Paolo stesso – fu contestata da una giuccata che egli poté occare anche grazie ad alcuni frulloni e a un piccolo botro: a quel punto, le chiarine, i cavagni, i saracchi, i nottolini e i riàvoli (senza eccezione) mucciarono ducimasticamente, sotto lo scalco di alcune menaruole chianate tra di loro con dei grillotti di neccio (e di mazzocchio – giura Paolo). Ma non era tutto: la carpasfoglia di stamiglia che costui aveva mazzicato nel tentativo di terzarolare tutti gli altri ziti, s’addocciò analogamente a un caulicolo obrizzo, che licco impaniava (ancora?) tutto quel pachebotto di navarche; inoltre, il potacchio e il nanio, come in un escomio di checchie e canicchi moinardi, rabboccarono il lucco del rosticcio (e qui la storia si fa portento!), dopo che Paolo, con la destrezza di un aspo da bilbocchetto, aveva abballottolato svariate allicciature di fénore (sic!) insieme a un paio di bazzoffie con cioncata – in un compascuo, egli giura e spergiura – che più gargotta non si poteva.
Il guazzetto sembrava fatto, dunque. Nondimeno, un bicciacuto (che si vuole esculento), rinzaffato di cretto, curro e distendino, inciuscherando una duda e un èmbrice, strombò con la mano destra un ratafià, e con la sinistra due scuffine. Quale non fu il bersgrundo dell’edule Paolo!, che, pur avendo cerziorato con diforàna imbraca l’orliccio del migliarino e il frego del granitoio, ora si vedeva costretto a un menno calibeare, non diversamente da certe gretole coobate su biciàncole o nel lattóne dei rispettivi trecconi.
Linci, Paolo dovette scuffiare il rocchio dei due lezzini e le sgorbie di altrettanti trinellatori, nella speranza di coppellare le poche bure, i greppi e i gaschi che aveva in precedenza grattapugiato grazie a una deiscente rèdola. Solo allora divisò, da bell’epulone, il coltro dell’ombrina e del totano (questo sì), e, ingangherando un’obrettizia tramoggia, vi dimoiò il suo longinquo bigherino.



1 Questo qui






venerdì 29 novembre 2013

Venerdì nero ecc. ecc. ecc.

I gemelli De Rege-Marx
I gemelli De Rege-Marx colti nell’esplodere uno starnuto nero (lo abbiamo
corelphotato [mica c'abbiamo il sciop] noi, se no col cavoletto di Bruxelles
si vedeva) speculare che dà vita a una nebulosa.
È evidente che i due non si vedono l’un l’altro.
È altamente probabile che non vedano nemmeno lo specchio.
Altroché venerdì nero in arrivo: è già fra di noi il Black Sneeze, lo starnuto nero. Quelli che pensavano fosse un calesse, purtroppo dovranno ricredersi: è proprio un virus, di quelli col genitivo a regola d’arte.

La questione del virus col genitivo, come vedremo, non è di secondaria importanza.

Tutto il mondo dice ecc. ecc. ecc. oppure etc. etc. etc.
 

I filosofi di Mestre dicono: “A questo punto è più che evidente che la questione è squisitamente politica ecc. ecc. ecc.”.

Gli osservatori di costume svolgono impeccabili analisi sulla luce in fondo al tunnel, percorrono per giorni il tunnel a piedi, verso quella luce, e una volta giunti in prossimità del Vero e del Bello chiosano: “ecc. ecc. ecc.”. Non ci mica nasconderanno qualche orrenda verità non bella e non vera?

Gli economisti elaborano concetti imperscrutabili sulla “curva del 1997” per ore e ore; poi quando arriva il momento di tirare una sacrosanta somma, dicono: “ecc. ecc. ecc.”. Noi chiediamo spiegazioni su questa benedetta “curva del 1997” e loro ci deridono: “ecc. ecc. ecc.”. Mah, tutto può essere…

All’esame di Laurea, la studentessa di copywriting sorprende il Relatore e Controrelatore con questa ipo-tesi: “Fare la copywriter è una cosa che ti svegli la mattina, fai una docciua, bevi una spremuta di fichi d’India ecc. ecc. ecc.”.
Tutto concludendosi in gloria, nel ricevere un bacio poco accademico sente sussurrarle  nell’orecchio: “Non avrai mica copiato la tesi da un writer? (ecc. ecc. ecc.)”.


Chiedo a un passante di Mestre, non filosofo: “Scusi, c’ha mica d’accendere?” Lui estrae un accendino dicendo “ecc. ecc. ecc.”, cioè, l’accendino non funziona, è di quelli neri come lo starnuto, concepito per non tradire il livello terra terra del gas – ma gli studiosi di markettìn spiegano: “Serve come misura precauzionale affinché i bimbi, quando giocano con gli accendini – e sono miliardi, ’sti giocatori d’azzardo – non si accorgano che dentro c’è tanto gas da far esplodere l’accendino ecc. ecc. ecc.”.

Vado al Festival dei Corti, vedo un corto di 54 secondi (che poi risulterà ben secondo classificato) chiamato Shrunk, dove c’è uno con una faccia da mezzo matto che tenta di infilarsi i pantaloni dopo un lavaggio fallimentare (sbagliato programma). Impreca alquanto, ed è subito notte: vedo trascorrere i titoli di coda: “ecc. ecc. ecc.”.

Vado al Festival del scìnema di Roma e fremo in attesa della Scarlett: finalmente arriva, in tutto il suo splendore scarlatto, si dimostra molto disponibile – commenta un critico-poeta di un tg – nel firmare autografi per ben 5 minuti. Poi dice: “etc. etc. etc.” e se ne va. Non male, per mezzo testanzone. Anche la disponibilità ha un prezzo: questo è il prezzo della disponibilità.

Finalmente arriva uno dell’Associazione difesa consumatori e accusa sprecatori. Fa: “Ma scusate, dico io: perché usare tre ‘ecc.’ quando ne basterebbe uno? Abbiamo calcolato che se tutti, in questo Paese (che certo ci sono segnali di ripresa e autovelox di ripresa – magari un po’ troppi, i secondi intendo) noi (plurale pagliacaudato) ci limitiss… limiterebb… insomma, se userebbimo meno ‘ecc.’, potram…. Insomma, si va a sparagnare fino a 10 miliardi di vecchi euro all’anno luce”.
 

Ah, apriti cielo! Arrivano quelli che vedono comunisti come noi, genti comuni, quando ci guardiamo allo specchio, vediamo prima di tutto lo specchio.
E dàgli di Gatling: “Ma lei cosa vuole capire… Io capisco che lei quando io… Non mi interrompa, che io non l’ho interrotta, se non interrompendola per dirle che io capisco che lei ma non capisco che lei mi interrompe… Vergogna! Vergogna! Capra! Capra! ecc. ecc. ecc. … Viva la Libertà! Viva il contrario della Monarchia! Viva V.E.R.D.I.! ecc. ecc. ecc. … Traditore! Capra Spiatoria!”


Un Professore di Lettere Antiche (di centro – dunque non sospetto), che per caso passa di là, chiede cortesemente la parola. Non gliela danno. Allora lui si rivolge a una maestranza intenta ad analizzare twittate sul loggione tubi innocenti: “Scusi, ma et cetera è sufficiente ai nostri fini. Lei crede che Seneca, nella sua corrispondenza con Lucilio, si congedasse con 3 et cetera? Nemmeno con uno, a dire il vero. Si limitava a un Vale – che è come dire… ”
“Salute!” sembra augurargli la tuittera.
“Etcì etcì etcì” non si trattiene il Professore non sospetto in quanto di centro. “Mi scusi…”
“Si figu… etciùm etciùm etciùm” non si trattiene la bella.
“Che fa?… etcì etcì etcì…” chiede il Prof. “Declina?”
“Mannaggia, mi ha trasmesso il Black Sneeze… etciùm etciùm etciùm...”
“Un etciùm è sufficiente… etcì etcì etcì” puntualizza incoerentemente l’uomo di Lettere Antiche, “anche se un ‘etciorum’ sarebbe più corretto…” e si copre con forza la bocca, e si tura il naso.


Nell’arena, fra le tribune innocenti, tutti iniziano a interrompere tutti: “Etciùm etcì etciùm etciùm etcì.. Viva la Libertà! Etcì… etciùm… Vergogna! Capra! Capra… etciùm… borscevicchio!… Vergogna! (etcì etcì etcì)”.

ecc. ecc. ecc.

In fondo al tunnel nero si intravede il virus del Black Sneeze. C’est l’empire à la fin de la décadence.
 

Ma sempre meglio della peste bubbonica. Forse.

Come al (quasi)  solito, un ringraziamento a Marsiano (Commentatore e Commendatore Unico di questo blog with dirty little lips), il quale mi ha informato di questo Venerdì nero che io sapevo esistesse minga. Credevo fosse un virus, e invece – ma guarda tu, a volte... quando si dice... – è proprio un calesse.

mercoledì 27 novembre 2013

Grave Oddity: l'uomo che ebbe per lapide il monolito di "2001: Odissea nello spazio" dacché scelse per epitaffio quanto segue:




Mi dispiace di morire, ma son contento,
son contento di morire, ma mi dispiace.

Mi dispero di cotanto, ma son marice,
mi m'oriento di 'sti "dice", ma son compare.

Mi discondo di torace, ma son di spire,
mi cospiro di mendacie, ma son portento.

Mi contento di mimire, ma son spadace,
mi disdice di comere, ma son spomanto.

Di dimane mi pascire, ma condimento,
mi dirime di conare, ma son spidento.

Mi cimento di do' spari, ma son mirante,
mi c'ho posto di mirare, ma son discente.

Mi dissento di coppare, ma son romito,
mi ci spero di micare, ma son dimento.

Mi, sporadico rapito ma con triremi,
mi scontento di rimare, ma son dipinto.

Mi esperanto di edipire, ma son accento,
mi rimane di s*c*o*p*a*r*e1, ma son di dinto.

Mi dicette di spuntare, ma son matito,
mi rapace di spedire, ma son carento.

Mi, capace di sprecare ma mo' son tonto,
mi ci pento di donare, ma son morente!

Mi dispiace di morire, ma son contento,
son contento di morire, ma mi dispiace.

(zum zum!)


PS: non andate necessariamente a cercare peli negli anagrammi

1 - Timeo algorhythmos et dona ferentes


Getti Proigi Gigi Proietti
Getti Proigi: listen!
Addenda:
Son contace di morire, ma mi dispiento,
mi dispiento di morire ma son contace.

Di morace son contire mi ma dispiento,
dispiace consontire mi ma son tace...

sabato 16 novembre 2013

L’uomo che diceva “chapeau!” a tutti

A destra, senza chapeau, l'uomo che diceva "chapeau!" a tutti
aggredito dai tutti (tutti con chapeau)
L’uomo che se non si sbagliava era solito dire “Se non mi sbaglio…” ad ogni piè sospinto, avendo come disturbatore di questa sua abitudine dialettica l’uomo che se non andava errato, il quale gli rimproverava quel suo incessante sospingere il piede, piuttosto che l’abuso del luogo comune colloquiale.
 

L’uomo che se non andava errato ripeteva senza soluzione di continuità “Se non vado errato”, criticato aspramente dall’uomo che aveva dedicato la vita a risolvere la continuità, un’attività che, se l’uomo che non andava errato non andava errato, era risultata fino a quel punto fallimentare.
L’uomo che se non si sbagliava, per difendersi dagli attacchi dell’uomo che se non andava errato, decise un giorno di prendere le parti dell’uomo senza soluzione di continuità, certo di trovare in lui un alleato. E così fu.


Temendo di vedersi messo in minoranza, l’uomo che se non andava errato ebbe un abboccamento segreto con l’uomo che se non si sbagliava, in occasione del quale gli spiegò che se lui non andava errato e se l’altro non si sbagliava, avrebbero potuto unire le rispettive forze per isolare l’uomo senza soluzione di continuità.
Dopo un lungo dibattito, i due conclusero rispettivamente “se non vado errato” e “se non mi sbaglio” l’uomo senza soluzione di continuità “mi rende la vita invivibile” e “a me no, anzi”. Il negoziato pertanto fallì.
 

Nel frattempo l’uomo senza soluzione di continuità trovò inopinatamente la soluzione della continuità, e perciò smise di tormentare l’uomo che se non andava errato.
Questa sua impresa fu salutata con un entusiastico “chapeau!” dall’uomo che diceva “chapeau!” a tutti, qualsiasi cosa facessero.
I tutti, tuttavia, cominciarono a sospettare che dietro quell’immancabile “chapeau!” dell’uomo che diceva loro “chapeau!” vi fosse qualche secondo fine. Dopo una serrata indagine, i tutti, infatti, scoprirono il secondo fine, ma purtroppo non il primo. Cosicché decisero che non gli avrebbero dato tregua finché non avessero scoperto quale fosse il primo fine.
A tale fine e a tale scopo, assunsero un detective, fine esperto di primi fini, benché non di secondi – che per altro non lo riguardavano e non riguardavano i tutti.
Dopo una lunga indagine, il detective annunciò di aver scoperto quale fosse il primo fine dell’uomo che diceva “chapeau!” a tutti.
 

Similmente all’ispettore Red Dick, egli convocò i tutti in una villa di campagna allo scopo di renderli edotti circa il primo fine dell’uomo che diceva “chapeau!”.
Iniziò dunque il detective: “Se non mi sbaglio e se non vado errato…” ma fu immediatamente interrotto dai tutti, certi di aver riconosciuto in lui sia l’uomo che se non si sbagliava sia l’uomo che se non andava errato sotto mentite spoglie.
Il detective cercò di difendersi dall’infamante accusa, ma su sopraffatto dai tutti con un boato unisono: “Se non ci sbagliamo e se non andiamo errati…” ma anche il boato rimase incompiuto, giacché, di tra i tutti, emerse un uomo che chiese vigorosamente la parola. Che gli fu concessa.
Quando poté finalmente parlare, egli, accompagnandosi con un ampio ed elegante gesto del braccio destro, esclamò “Chapeau!” a sottolineare un qualcosa di sfuggente.


Questo successe a Sarajevo il 28 giugno 2014. Il resto sarà storia e ce la racconteremo.