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giovedì 24 luglio 2014

L’uomo particolarmente cattivo

L’uomo particolarmente cattivo
Un tirapiedi veglia sull'incolumità dell'uomo
particolarmente cattivo.
Redattori di Chi l'ha visto indicano in questa figura ambigua
una delle possibili sembianze assunte dall'AntiCristo
o dall'Anti-Bugs Bunny.
(Illustrazione di Stefano Baratti).
L’uomo particolarmente cattivo è riconosciuto pressoché universalmente come tale, nella misura in cui quasi tutti sanno distinguere la cattiveria dalla bontà, ovverosia il male dal bene – anche con, rispettivamente, la “m” e il “b” maiuscoli.
L’uomo particolarmente cattivo misura 131 cm in altezza, pur non essendo affetto da nanismo. Ne può costituire una prova il suo avere prestato servizio militare presso i Granatieri di Sardinia (quelli dal motto “tante sighe, poca frinia”), ancorché come addetto di führeria, nello specifico incaricato di stilare le tormentate liste concernenti le punizioni da somministrare a lavativi e a sospetti imboscandi. Con tanto impegno e fantasia assolse a questa incombenza, da meritarsi, negli ultimi tre mesi di naja, il privilegio di ideare castighi corporali e spirituali di rara crudeltà ed efficacia.
L’uomo particolarmente cattivo ha un volto tanto curioso quanto fuorviante: in un ipotetico mondo popolato da Bugs Bunnies, esseri proverbialmente carichi di simpatia, egli potrebbe essere considerato l’Anti-Bugs Bunny, così come noi delle civiltà occidentali a radici cristiane vantiamo, temendola, la controversa figura dell’AntiCristo. Ma di questo infame spettro – poiché “chi l’ha visto?” – non si può asserire con certezza che sfoggi due incisivi cunicolari. Né che sorrida mutamente nel compiere una malefatta, o, specialmente, dopo averla compiuta. Che invece è tratto distintivo primario dell’uomo particolarmente cattivo: le sue vittime, in prima battuta lo trovano simpatico, in seconda realizzano che è troppo tardi per ogni cosa, che esistere è doloroso fino all’ingiusto, che meglio morire e tutta una serie di cupi azzardi da melanconici.
Stando a un’opinione diffusa, e ingrassata dal detto deandreiano, uno come lui sarebbe una “carogna di sicuro” per avere “il cuore troppo vicino al buco del culo”; ma questa illazione-accusa non ha fondamento: abbiamo già premesso come, a dispetto della modica statura fisica, la microsomia (in senso clinico) gli sia aliena.
Non è affar nostro indagare sull’eziologia della sua malvagità. Anzi, cattiveria. Esponiamo per conoscenza i fatti, alla stregua di giornalisti su da bravi. Ma non siamo giornalisti, questo ci teniamo a sottolinearlo, con quella forza infusa dai blogger paranoici nei loro indiscriminanti disclaimer, laddove essi paventano l’avvento, agli albori del giorno, di qualche forza speciale (marines, teste di cuoio ecc.) che, dopo lo spavaldo assalto, resili inoffensivi con camicie costrittive, provvede successivamente alla chiusura della loro fonte di sussistenza.
Inoltre – altra importante sottolineatura ed evidenziazione – voi che ci leggete (le statistiche ci dicono che siete milioni) ci siete testimoni che non è nostra intenzione urtare i nani, ma semplicemente stigmatizzare uno o più attimini quanti ci pare poter far cadere nella categoria degli uomini (con la “u” maiUscola) particolarmente cattivi.
L’uomo particolarmente cattivo, con tutto il suo sorriso smagliante, conta numerosissimi detrattori, lo scopo della cui esistenza è detrarlo dalle spese, un progetto destinazione eternità fallimentare. Precedendoli (grazie ai servigi di addestrati tirapiedi ed esperti spioni), egli li detrae dal mondo annichilandoli in tempo utile. Quella che segue è una rivelazione shock (usiamo questo vezzoso sintagma di fresco conio ma già largamente in auge fra gli amici giornalisti), ma disgraziatamente vera, benché non – ai fini penali – comprovata: si ha ragione di credere che l’uomo particolarmente cattivo abbia fatto assassinare le sue prime sei mogli per il gusto di eguagliare il primato detenuto dallo scismatico (forse anche scisso) Enrico VIII re d’Inghilterra e di Erin, odiato perché notoriamente misurava 131 cm – solo in larghezza: 180 ca. in altezza.
Un appello: mettete in guardia l’eventuale settima.

L’uomo particolarmente cattivo, nonostante tutto, si dichiara (ed è) un soggetto democratico e rispettoso – oltre che promotore dei valori – della Costituzione. Egli, a riprova che ciò non è favola, ogni 25 aprile, 2 giugno e 27-30 ottobre, espone ai balconi più vessilli dai tre colori: bianco, rosso e verde nei giorni d’autunno, con però bleu in lieu del verde in quei due di printempo.
L’uomo particolarmente cattivo – a momenti ci dimenticavamo di precisarlo – è un capace e ardito intraprenditore. Sua non troppo occulta ambizione è diventare, un giorno, più famoso di John Lennon (e sappiamo cosa ciò sottintenda) e più benemerito dei Giovanni Agnelli. Perché il piano s’inveri, è necessario agire freneticamente, stringendo patti e alleanze di contorni alterni, chiudendo gli occhi su compromessi avventati, trascurando inutili calcoli preventivi. L’audacia gli ha consentito, in pochi anni, l’avviamento di decine d’intraprese e l’imbarco in inevitabili avventure, in forme variegate.
Alla luce dell’iter e della routine contraddistinguenti di volta in volta le iniziative (l’uomo particolarmente cattivo inaugura una data attività; assume decine di padri e madri di famiglia, legandoli al suo destino con un contratto scritto in piccolo piccolo, più in piccolo che le giuste precisazioni-minaccia bancarie e/o delle compagini di sicurtà; presi sui nervi e per bisogno, i futuri dipendenti [meglio: collaboratori] non sprecano tempo nel tentare di decrittare quelle parole incise su capestro, e si mettono al lavoro, pieni di buona volontà, di speranza in un avvenire migliore per sé e per le loro proli, illusi trattarsi d’un segnale di ripresa finalmente fattosi carne secondo le preveggenze degli economisti, un preannunzio di quella famosissima luce là dove ha fine la galleria, di – a tanto ammonta la loro credulità-disperazione – un indizio messo lì a bella posta, e con sapienza evocativa platonica, dalla provvidenza sociale. Ma, scadute le prime tre settimane e mezzo, l’uomo particolarmente cattivo dichiara fallimento e lascia tutti quanti con un palmo di naso), si è sparsa la voce che questa creatura in 16° sia affetta da turbe in testa – piuttosto che da cattiveria, o malvagità. Si è sparsa perché il coraggioso columnist di un foglio locale di proprietà del piccolo-grande errore, dicendosi forte di prove inconfutabili (e rassegnato al licenziamento), ha rivelato, in articolo definitivo, testamentario, mortis, il suo padrone essere – con alto numero di probabilità – un minus habens. Oltre a ciò, il giornalista ha fatto circolare la registrazione di un colloquio fra l’uomo particolarmente cattivo e un professionista del settore turbe al capo, il quale – pare certo – lo ha avuto (e lo ha,  ancora per poco) in cura. Ascoltando il compromettente reperto, si può riassumere tanto:
il pericoloso incrocio di psicologo e psichiatra, rassicurato dai generosi “pagherò” esibiti dal paziente, diagnostica: “Lei non è cattivo: è soltanto indisposto”. Dopodiché gli prescrive, anziché,  come logica e tradizione vorrebbero, la dolce euchessina, uno psicofarmaco, di recente introduzione, a effetto contrario: nella fattispecie/sottospecie – come la generalità degli antidepressivi, affamante – con aumentati poteri astringenti.
L’unico possibile riscontro – conclude l’indagine dell’ardimentoso giornalista – al più alto desiderio espresso dall’uomo particolarmente cattivo, il quale, consapevole che nulla al mondo lo avrebbe elevato al metro e 80 di Enrico VIII, si sarebbe parzialmente consolato, eccedendo nell’alimentazione e frustrando volonterosamente la fase ultima che ne segna il ciclo, fino a uguagliare il sovrano e superarlo in larghezza alla vita.

C’è un episodio, suddiviso in due parti, la prima delle quali può essere scambiata (è umano) per “momento di lucidità” da parte dell’uomo particolarmente indisposto.
A seguito di uno dei tanti pasticci combinati, una delegazione di accomiatati senza giusta causa, su suggerimento del di lui avvocato (“tanto non hanno letto il contratto”, è il suo mica da ridere argomento), ottenne udienza dall’uomo particolarmente cattivo (o indisposto). Erano decisi, questi padri di famiglia, a inchiodarlo a certe sue responsabilità. L’anfitrione stette ad ascoltarli, ignorando finanche i mille squilli generati da tirapiedi previo accordo. Si mostrò sinceramente interessato ai loro discorsi studiatamente fermi, alle loro rivendicazioni di stampo democratico, alle loro lamentele vuoi anche ricattatorie (figli da mandare a scuola, bollette da pagare, mettersi nei nostri panni ecc.). Per un  attimo, anzi, credettero gli ex dipendenti (o collaboratori, ma comunque ex) di star sul punto d’averla avuta vinta e dunque liberarsi dell’infamante marchio, ex, per l’appunto.
Questa la prima parte.
La seconda.
L’uomo particolarmente cattivo/indisposto sviluppò un rossore da parere un vasto eritema, quel rubizzo malato dei bevitori irredimibili, ché le gote ne tremarono come collateralmente; gli incisivi sembravano battere assurdamente l’uno a indispettire l’altro, prima che sugli apparenti decidui della dentizione inferiore (semplici marci per incuria – il giornalista sopra, malignamente, sostiene per natura). Cercava – era evidente a tutti i presenti – un alito per i pensieri, ma trovò salivette, che sputicchiò soffrendo chissà quale sentimento di vergogna.
D’un folle improvviso, ritornò con onnipotenza a sé. Diede l’indispensabile retta al richiamo di un fisso con le parole: “Ora sono impegnato”. Sdegnò un mobile.
Guardò l’avvocato suo, l’avvocato lo guardò, senza nemmeno azzardare sottecchi da briscola. Pertanto l’uomo particolarmente cattivo non vide altra soluzione che esprimere ai delegati: “Anche voi, però…” congedandoli poi con il gesto dell’ombrello.

C’è un altro episodio ancora, non meno dibattuto.
Tempo fa, all’uomo particolarmente cattivo, gli morì, d’una di quelle classiche disgrazie sul posto di lavoro, un collaboratore ancora nel fiore degli anni, un giovanottone buono e allegro, in vita appassionato di calcio, che praticava per diletto dando anima e corpo in una squadretta locale. Lui si presentò nella camera ardente appositamente allestita, dove la madre del ragazzo, straziata, persisteva nella tipica domanda che, vanamente, sogliono fare fra i singhiozzi le madri in questi casi. “Ma perché…. perché… Perché?...” Tutti i parenti, amici e conoscenti, a sfilare e a consolarla: “Coraggio, coraggio…” accompagnando l’esortazione (quasi un ordine) con un gesto simbolico, un tocco di braccio sulla spalla alla luttuosa, uno sfiorare di carezze, o mani tue fredde nelle mie tiepide e, infine, se hai bisogno di qualcosa.
Anche l’uomo particolarmente cattivo, su sincera indicazione del suo avvocato, si avvicina alla madre mutilata del suo creato. Non che le metta una mano sulla spalla, ma le presenta, con un consiglio, una verità: “Coraggio… Ora suo figlio dorme con gli angeli”.
La donna, senza nemmeno vederlo, prosegue incontenibile, urla indeterminatamente: “Ma perché?... Perché?...”
Per un istante tramutandosi in uomo particolarmente buono, si corregge: “Anzi, al fianco di Giacinto Facchetti”. Ne è certo.


Il celebre Congedo di un padre di famiglia
(dettaglio).
(Già in pinacoteca personale dell'uomo particolarmente
cattivo.
Attualmente sotto sequestro conservativo).

CORRELATO: Il signor Udo






mercoledì 16 ottobre 2013

Cineasti indipendenti scoprono le indie

«All’inizio dell’MM (che non è Il mostro di Düsseldorf di Fritz Lang con remake di Joseph Losey, noi chiamiamo così il 2000 per accorciare: noi siamo per farla breve, si sarà capito) un gruppo di cineasti disperati — alcuni praticamente desperados causa una decennale cura a base di Quentin Tarantino che li portò più di una volta davanti al giudice, tanto erano intrisi di filosofia sparatoria e macellara, e da lì a familiarizzare con il weekend jail, in ciò antesignani della Lindsay Lohan quando la teen-ager si limitava a sniffare la benzina dei motorini, abitudine esente da rehab —... si diceva: questa band of brothers multinazionale di malincolti, seppur medio-altamente colti grazie ai corsi, ricorsi e stra-corsi di cinematografia in senso lato frequentati (molti serali), capìta l'antifona "no mainstream for cats" (per non parlare delle slammate di porte in faccia ricevute dalle cricche "indie", nel gergo della compagine referred to as "torte in faccia" per rendere meno doloroso l’evento), non per questo se ne fece una rassegnata ragione.
Anzi, nell’età dell’innocenza del World Wide Web 1.0, essa — noi abbracciammo furiosi la causa della rete. Abbagliati dai prodigi del flash *acro*edia versione 5, decidemmo: il mainstream ci faceva un baffo, e passammo dal MAIN-STREAMING allo STREAMING, dando inizio così ai nostri futuribili radio days. Internet-daze, ci suggerì il nostro linguaggio multimediale innovativo. Già sentivamo intorno a noi il mormorare (dell’invidia): "Quei bravi ragazzi hanno capito al volo il potenziale della rete". Heaven Knows, Mr. Allison, se non era vero: pionieri di una nouvelle nouvelle vague, ci mettemmo l’anima e la carne, avremmo fatto sfracelli inauditi e soprattutto invisti.

Vedevamo spalancarsi cancelli perlati, custoditi dal vecchio Pietro: per il timore di vederci sbarrare la strada ci umiliammo fino alla preghiera (ricattatoria): "Peter, se mi lasci sul cancello, io... io...". Nell’allucinazione il Santo gentile replicava: "Tu cosa? Voi de cche? Ma tornate quando sarete morti, a stomaco preferibilmente vuoto: ragazzi, di vita ce n’è una sola". Già, purtroppo eravamo vivi, ma fortemente allucinati. La frase del sant’apostolo, mal interpretata per via dell’apertura vocalica di quell’accento galileo, ci dava il tormento: "La vita è una sòla". Piano piano, ci stavamo trasformando in fanatici di una religione spiritual-tecnologica, per noi era quello il (doppio?) senso della vita. C’era chi, come Joe "Camarillo" Grillo, simile a un re pescatore, ripeteva all’ossessione "Il futuro è la rete, il futuro è il Web, distruggeremo l’ultimo metro di pellicola in celluloide, incendieremo ogni 8 mm sopravvissuta, daremo il fatto loro a ogni key grip, best boy, gaffer, clapper loader, script supervisor, location manager, stunt, inutili maestranze umane... e gli attori... ah, gli esosi attori... Via! Saremo noi gli attori della nostra arte: tutti a casa li manderemo, tutti a casa. Flash flaaash!" e talvolta abbracciava il computer, implorandolo: "Baciami, stupido!", le lacrime agli occhi come pioggia. Ma gli volevamo bene, non volevamo rivederlo a Camarillo.

Pima dei nostri film, avevamo già iniziato a girare nella mente il film delle nostre grandi speranze e della grande illusione. Ognuno si sentiva un million dollar baby, un padre pellegrino in missione possibile nel futuro senza ritorno dell’intelligenza artificiale. Invero eravamo un mucchio selvaggio di balordi, soldati di un’armata Brancaleone e costituiti in minuscole compagnie di ventura, micro-case di produzione cinematografiche, spesso così micro da potersi definire sgabuzzini (di produzione), a dispetto delle pretenziose, altisonanti, bombastiche denominazioni in inglese o simil-esperanto: I-Flix-Cine-Chen, Non Serviam Movies, The Want Row, Out-Archi-Pictures, Darfur Productions, Ides of Marx Brothers, In Good We Trust Films, On No One We Depend (significativo il doppio senso: Di Nessuno ci Fidiamo / Da Nessuno Dipendiamo) Corporation — e non di rado composte da un singolo individuo —, tutte prive di ragione sociale e di ragione tout court: ma più che underground, ci sentivamo overground, acrobati dell’iperuranio Web senza rete di sotto. Secondo l’uso dei metteurs en scène degli spaghetti western (che tanto piacciono a Tarantino, più gli spaghetti che i western, c’è da scommetterci), assumemmo non tanto pseudonimi quanto nomi falsi, ad evocare la nostra tensione all’universale: Pete Aquaan, Yogor Tangor, Keira "Yoshinaka" Yoshihisa, Orrin Onski, Mia Boca, Quentin R. DeNameland, Hugo Victor, J.L. Godhardon, Ed Wood-y Allen, Malcolm Banquo, Regan Lincoln, Titania O’Beron, Francesco Truffò, Botox Strauss, Aldo Movár, Dark-o Jurassic, Park Chan Charlie, il povero Sorvino ("parente di Mira Sorvino?" "No... quante volte glielo devo dire... Fermo restando che chiunque abbia un dato cognome deve necessariamente essere parente di un altro con lo stesso cognome, salvo casi incontrovertibili di nomi d'arte") e infine io stesso, prima Johnny "Guitar" Rotto, poi E. Johnny "prese-il-fucile" (sempre Rotto), ora a malapena integro. E tanti altri sognatori di pecore elettriche.»

In tane volutamente cupe che per squallore sfidavano i crummy dump e i run-down hotel della golden age del noir americano, partorivamo chilometriche sceneggiature, storyboard michelangioleschi, che si dovevano concretizzare in film da realizzare con computer forti di 8 Mb di Ram.

Dopo mesi di cova pre-produttiva, benché inconsapevole di questi limiti, uno di noi — di cui non faremo il nome —, un super ivory-iano di ferro e fuoco, partito in quarta con un progetto cyber-kolossal, con disperante convinzione hitleriana un bel giorno di un giorno da cani (com’erano immancabilmente i nostri giorni) spiegò sul pavimento della Wolfsschanze la sua mappa per l’uscita dalla sacca di Stalingrado: la sceneggiatura completa di Vanity Fair: A novel without a Hero (La fiera delle vanità) del compianto William Makepeace Thackeray. Il naso fumante di polverina della felicità, agli angoli della bocca stalattiti di bava, pesanti borse sotto gli infuocati oci ciornie, il Bondarciuk-Superciuk del terzo Millennio per ore illustrò i dettagli riguardanti la fase di studio, pre-produzione, lavorazione, produzione, post-produzione del film, terminando la conferenza con la sentenza "Come minimo, finiremo sulla copertina di Vanity Fair". Pur avendo le compagnie associate rinunciato a maestranze di sorta, ci avvalevamo del supporto tecnico di un geek informatico autodidatta, il quale, seppur umanamente squilibrato, fece sensatamente notare all’epigono di David Lean (maestro supplente del suddetto James Ivory, beninteso) il problema della banda. Il cui nocciolo fu compreso dal cyber-filmmaker solo un paio di settimane dopo: era impossibile "far girare" in streaming su internet un film del peso approssimativo di 1.600 megabyte.

«Fu un brutto colpo per tutti noi cineasti venire a conoscenza di questa spietata regola del gioco, fatta di concetti aspri quali "upload", "download" ma in particolare "loading", il tempo necessario perché un film completasse il proprio caricamento prima che gli spettatori del Web ne potessero godere. Tutto il progetto rischiava di andare in santo fumo. Il cultore del maestro del cinema ipnogeno, sul punto di gettare la spugna, in un estremo scatto di orgoglio credette di aver trovato la soluzione all’ostacolo: “Be’, potremmo spezzare il film in due parti, la seconda delle quali consisterebbe nel loading della prima e viceversa”. Il geek informatico, incerto se quello fosse il delirio di un keeg o di un dummy, si astenne dall’infierire, commentando: "Avrei due FAQ: quando ci sarà sufficiente banda da sostenere tutte e due le Fiere e tutte — quante che siano — le Vanità? E soprattutto: noi ci saremo?". All’impatto di quella bocciata, la caduta degli dèi non fu diversa da quella di una lunga fila di birilli, il progetto grandioso fu accantonato. Lo sceneggiatore, heautontimorumenos, si sbronzò di Pupi Avati fino a perdere coscienza. Fu ritrovato, riverso nel suo vomito di artista, in una camera con vista su un vicolo cieco, sordo, muto, pieno di gatti morti con cui banchettavano ratti circondati da iene in crisi d’astinenza che trattavano con Kenneth Branagh. Fu salvato dall’apparizione di Helena Bonham Carter e Jeremy Irons. Ma il danno era fatto.

La defezione fu rapida, totale e vile. I nostri associati, spaventati dall’aleggiante spettro del mancato successo, della fame e della miseria (senza nobiltà veruna), ci misero mezzo minuto a dissociarsi, associandosi ratti ai topi, fiduciosi che almeno qualche trippa di gatto avrebbero potuto rimediare. Quasi totale, la diserzione. Rimanemmo io e Mirò — pure il geek diede forfait — a condurre un difficile ménage a (win)dos 95 (ché il 2000 — sostenevano i Pereira della comunità astrologica internazionale — sarebbe arrivato solo nel 2001: un assurdo paradosso motivo di conflitti che fortunatamente si spensero in breve tempo, ma pronti a ripresentarsi il 31 dicembre 2999).

Buon viso a cattiva sorte: l’extrema ratio fu la sceneggiatura e la produzione di brevi clip (corti narrativamente coerenti), che verosimilmente non ci avrebbero aperto le porte di Hollywood ma nemmeno quelle del di là da venire youtube. E neppure (da dentro) quelle del dump in cui ci eravamo segregati a preparare la nostra vendetta nei confronti del mainstream: video trailer condensati dei film che non avremmo mai realizzati, anche perché, in certo qual senso, erano stati già realizzati: per guadagnare tempo senza perderlo a stilare sceneggiature impossibili (ne avevamo bell’e pronta una su una strana comunità di vampiri e ZOMBI-zombie — i secondi sotto copertura governativa — che si combattono, a forza di scherzi atroci, di vendetta in vendetta, all’ultimo sangue — è il caso di dirlo — senza apparente ragione; ma la verità è che il governo, dopo il successo nella lotta al fumo, vuole liberarsi una volta per tutte della calamità costituita dai tv movie fantasy di vampiri stroncando nell’adolescenza questi teen-ager emaciati e nichilisti: e chi meglio degli ZOMBI può agire in nome del governo? Oltretutto gli zombi — anche grazie alla new age di Shaun — godono sempre di ottima salute e per definizione, come il rock'n'roll, “can never die”: mica scemi i governi... Mentre i vampiri, ah, i vampiri, come dice oggi il mio amico Marsiano ► "ce li siamo giocati ormai, come Knocking on Heaven’s Door dopo che l'hanno rovinata i Guns N' Roses...)" sceneggiature ardite, dicevamo, tipo quella sulla costruzione del muro di Berlino (della cui caduta son piene le tasche del mondo), i retroscena del GRANDE COMPLOTTO, della COSPIRAZIONE INTERNAZIONALE che stava dietro l’edificazione del vallo tedesco-orientale:

la verità(aaa), signori nostri (ma non vi possiamo anticipare di più... in cuor nostro non disperiamo nell’apertura delle porte di Hollywood — quelle di Cinecittà magari no o sì, dipende dalla reggente), la vera verità sta tutta in un MAGICO WAFER, grazie al quale i comunisti conquistarono il mondo (soprattutto quello occidentale) con uno stratagemma che manco ve lo immaginate; altroché le fantasie sulla Guerra Fredda dei film cold-warari — in particolare negli anni ’60 — che fecero la fortuna di Michael Caine. Ma la verità ancora più vera e agghiacciante è che i comunisti sono ancora fra noi, c’è poco da deridere l’Uomo Forte ► che il mondo ci invidia, in virtù di una combinazione letale di wafer e rock'n'roll... ah, è inutile che ci deridiate anche a noi... ma tanto quel ghigno vi si cancellerà dalla faccia quando uscirà questo film... allora sì che starete freschi! (e ne fisserete di capre...)


Alla RISCOSSA!

 

Per il momento, Sorvino ed io, teniamo duro con la nostra rivoluzione retroattiva,  i nostri film trailer interattivi (e qui sta il bello, no?): hai voglia a sorbirti i trailer fuorvianti, che poi vai al cinema — il "rituale collettivo",
Spettatori all'entrata di una sala cinematografica
partecipano volentieri al rituale collettivo

come dicono i cineasti comunisti, che sono ancora tra noi — e ti becchi una sonora fregatura, oltre che gli afrori (puzza di ascelle sudate, aliti killer) che fanno parte del rituale collettivo stesso: cineasti come noi — che la mamma non ne fa più, per il momento — indipendenti e indie puntano al rituale individuale dell’interazione: vedi un trailer che ti dà l’idea di essere fuorviante e falsificatore? Un colpo di mouse al clip interattivo e si risolve la situation comedy: in pratica, se mi freghi ti cancello».




Prego, per qui si va nella cinecittà dolente, ma per fortuna lungi dell'afrore.

E. Johnny "prese-il-fucile", 1° gennaio 3000.

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