I libri del doppio professore
© 2014 Mauro Pascolat
Stando alla consolidata tradizione, a Carnevale ogni scherzo vale, ma quello di cui rimane inizialmente vittima uno dei protagonisti di questa storia, nel volgere di poche ore assumerà i contorni di un mistero
che finirà per riguardare un’intera comunità. A partire dall’evento
paradossale che pare esserne all’origine – e considerati gli elementi
letteralmente “inediti” che lo distinguono –, poco a poco prende forma
il sospetto che lo sconcertante fenomeno sia destinato a travalicare i
limiti di una burla carnevalesca, nel momento in cui i suoi effetti
dilagano nell’opinione pubblica al punto che questa ne percepisce
l’inverosimiglianza come invece qualcosa che rientra in un quadro di
perfetta normalità.
Una singolare coppia di detective, di fronte all’inspiegabile e
inarrestabile diffondersi di una sorta di “follia collettiva”, si
incaricherà di indagare sul “giallo in maschera”, nel tentativo
di far luce in una vicenda che, durante la settimana di carnevale,
sembra trasferirsi sul piano di una messinscena dai complessi orditi,
oscuramente orchestrati dal bizzarro concorso di indecifrabili
avvenimenti e dall’intervento di sempre nuovi attori.
Nel racconto, percorso da una vena ironica, a tratti comica nella
caratterizzazione dei personaggi e per il succedersi di situazioni
grottesche, emerge altresì, in sintonia con la presentazione in chiave
allegorica dello spirito cui il contesto aderisce, una lettura satirica
della manipolazione della realtà resa possibile dall’intricata giungla
della comunicazione mediatica al critico volgere del XX secolo.
Questo “giallo in maschera” troverà una soluzione nella sfida
stessa che esso pone al lettore: con la richiesta di sospendere la sua
incredulità per portarlo oltre il racconto che il libro contiene e – i personaggi ne sanno qualcosa… – nel quale il libro è contenuto.
Leggi il Capitolo 1 (e un estratto del Capitolo 2) online
“Tu chiacchieri, chiacchieri”, disse Laverdure, “non sai fare altro”. | Blog with dirty little lips.
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domenica 5 ottobre 2014
sabato 29 marzo 2014
Che cosa non seppe il Cavallo del piccolo romanzo fiume Novantuno
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| G. Manganelli, Centuria |
Zooppass, in quanto fresco cane poliziotto, in quanto fresco cane poliziotto d’acqua in bocca, ma soprattutto in quanto cane, non emise alcun commento.
Quelli che narrano, narrano che fosse già stato cavallo in una vita precedente – non da tiro, beninteso: cavallo da corsa sciolto, sventuratamente in un’epoca in cui non si scommetteva sui cavalli, ma sull’eventualità che presto o tardi nascesse la figura del fantino. Quando sul volto sfaccettato della terra fece la sua (e di chi altri sennò?) comparsa il primo fantino, Zooppass il nostro aveva già lasciato quella vita precedente, per occuparne una successiva – pur sempre precedente ad altre che se ne stavano in fila agli sportelli della metempsicosi.
Quelli che in questa delicata scienza sanno il fatto loro (non meno di quanto sappiano quello della trasmigrazione animale), sovente non sanno il fatto altrui, diversamente sarebbero esplosi di meraviglia – nella brandellosa ricaduta divenendo molecole integrative della fede – nell’apprendere, dalle certe fonti che loro hanno, come Zooppass nella vita replicata fosse ancora una volta cavallo. Il che cesserebbe il dire consolatorio che le vite sono belle perché varie.
Cavallo di specie, senza specializzazione, né carne né pesce, tuttavia cavallo di cavallinità comprovata (dai bimbi elementari che ne’ loro disegni rappresentandolo, lo rendono indiscutibile col dargli un’altezza che in quei paesaggi comparativi sovrasta altri quadrupedi eretti e non eretti radamente alloggiati in prati tirati a strie verdi dove, più che sbucare, “stanno” vegetali [tipo il fiore per lui parla il gambo e tipo l’albero per lui parla il tronco, marron] che, a non sempre rispettosa proporzione dei primi praticoli, dal basso offrono umile rallegrante ornatura a una casa che ben mette in guardia il cielo dal profanare il vuoto, spaventevole bianco confine, fra il sopra celeste e il sotto detto, stabilito dalla sezione immacolata del foglio, il niente di nessuno dove sei certo di una cosa sola, questo sì: che il cavallo è quello che contende al fumo del comignolo la tensione al cielo, e gli altri sono quelli che la contendono al cavallo), bisognoso di prove e occasioni mai avute, cavallo di destino interinale. Di fronte a questo genere di cavallo, anche se non hai mai aspirato a diventare padrone di un cavallo, vedrai che lo diventi.
Tale librarolo inglese senza urgenza di nominazione personale, se non quella – specificazione – che al paese suo la scienza quella sopra lo avrebbe fatto bookmaker nell’addavenire, trovandolo vagabondo in da qualche parte molto squallida come si conviene a esseri interinali, e avendo un carattere contraddittorio che gli ingiungeva di detestare le cose che amava come il veglio Salamano, avendolo prima, a quel carcassato nomade, preso a busse e poi foraggiato, di nuovo motteggiato e poi carezzato e insollucherato, e poi notando nelle reazioni che gli scomponevano il muso come, disserrando la fauce scardinata, quel campione di cavallo tenesse una lingua assai straordinaria, ecco che lui gli diventa padrone.
Senza intenti assassini e successivamente glottosalmistratori.
Zooppass entrò a bottega da quel bibliofilo con l’incarico di correttore di bozzi qualora se ne presentassero sulle copertine di cuoio a processo di tomificazione completato. La sua lingua ruspida ripassava la superficie delle coperte, finché queste risultavano lisce come Dio comandava. E Dio erano tempi, quelli, che comandava.
Gli toccarono altre vite, anche sotto diversa specie, anche fortunate. Finché pervenne a questa.
(...)
Continua▲
© 2001-2014 Mauro Pascolat
CORRELATI: Che cosa vide l’Uomo del piccolo romanzo fiume Ottanta
domenica 23 febbraio 2014
Che cosa vide l’Uomo del piccolo romanzo fiume Ottanta
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| G. Manganelli, Centuria |
Ma adesso: si fa café olé e crossante croiccant?
Come ti risollevi dallo sforzo, lui ti è dietro, con l’epa croia che rimostra dalla scamiciatura, con la protestante braca sbrecciata poco sopra il cavallo che tuttavia testimonia l’uso della mutanda, suffragato dall’alone paglierino facilmente intravisto. E chissà da quanto, a quell’ora, già verbalizzava incontenibile, incontentabile, esso, nella generale noncagance del nomade popolo di toeletta, accosto accosto quasi tu gli avessi dato l’appuntamento sull’onda dell’ebrezza del Primo Amor (che la mattina seguente al suo fiorire, pur recandoti al risveglio farfalle, colombe e campane, t’opprime alla nuca e ti rompe il cuor), e altro non stesse ad aspettare che la prima limonata, quella che di regola ti lascia la bocca altrui in bocca, quella, sarebbe a dire, che te ne vorresti ancora, d’un lato, ma da quell’altro tu ti sembri un cannibale, cioè credi d’avergliela mangiata la lingua al/alla partner (merita fare una riflessione: presente? che ci stavano, negli anni sessanta/settanta, quei pinguini o ghiaccioli o calippi comunque gelati allo stecco, di forma, dico, sexy, e l’anima analoga ad un midollume gelatinoso, prodotto pianificato e confezionato a bella posta, da istituire nell’iniziando – prime campagne reclamistiche erotocentriche – la scabrosa convinzione d’una sorta di autosufficienza garantita dalla forte quanto sottile suggestione del bacio alla franzosa; essendo già in discorso, si potrebbe, del pari, riferirsi agli occhiali a raggi X, pensati per violare ogni limite di privatezza e dunque vedere il nudo sotto il vestiario – delle donne, specialmente; e continuando non si completerebbe mai, forse, l’elenco dei mille schemi riservatici dai pragmatici surrogatori di altrimenti impossibili educazioni sentimentali).
Quasi tu gli avessi dato un appuntamento. Con la sua bocca di fuoco odor di stock, spalancata sul muso tuo rubrico per i conati, eccolo lì il signore sì che se ne intende, pronto per l’espugnata: “Che ne pensa lei? Non ho forse ragione io? Che farebbe lei al posto mio? Non mi stia a dire che lei, a la femmina, almeno una volta al mese, nei rapporti e tutto quanto, lei non… Non me lo stia a dire neanche per scherzo! Ma mi dica: lei, a casa, ce l’ha una donna, la sua donna che l’aspetta, intanto che la cenetta va a freddarsi, con il grembiale magari come dire allacciato con un bel fiocco sopra due fior di chiappette come dire belle pienotte, che l’aspetta sulla soglia o giù al portone come chi magari attende l’operaio che torna tutto nero dal cantiere, questa pocahonta tutta unta e i capelli come dire come spinaci, qualche briciola di pane appiccicata qua e là, e che mazzo – si capisce – si deve essere fatta tutto il giorno, ma finalmente in pausa, magari appoggiata al manico della scopa, come una Tina Modotti appoggiata magari al piccone del comandante Carlos – oppure, sfinita, distesa sul canapé, con un occhio al tv e un’orecchia alla lavatrice che come dire gorgoglia di là… Una donna così, lei ce l’ha? Questa donna che si spende in duplice sacrificio: una donna di queste, angelo del vostro focolare, tipo, frutto dal vostro sudore coniugale, ma che alla bisogna sa come dire diventare una di quelle magari… Scommetto che lei ce l’ha?”
Si limitò a mormorare: “No, non ce l’ho”.
E l’omino girmi, accettando cavallerescamente la perdita della scommessa, voltò i tacchi, puntando sulla tabaccheria, forse per andarsi a ricaricare le batterie delle provate eliche.
© 2014 - Mauro Pascolat - Yaşasın▲
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