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domenica 7 dicembre 2014

L’uomo di servizio

(Prima parte)




Non potendo, a causa dei miei fitti, pressanti, spesso ingombranti impegni, accudire degnamente alle faccende di casa, mi sono deciso ad assumere un uomo di servizio. Ho rinunciato ad assumere una donna perché, data la mia posizione – se sapeste qual è la mia posizione…–, so che le malelingue avrebbero di che malignare circa una mia tenuta in poco conto della donna (misoginia sarebbe eccessivo, anche se eccedere è il loro mestiere). Meglio, piuttosto, che esse facciano circolare un altro genere di voce calunniosa. Non saprei dire se questa voce è già in viaggio. Non m’importa. Ciò che mi sta a cuore mi pare sia chiaro.

Quest’uomo di servizio – non mi ha mai specificato se la definizione “domestico” lo urterebbe, perciò, nell’incertezza, giurai a me stesso che, in nessuna evenienza, in nessun caso, avrei usato questo appellativo nel riferirmi a lui – ha un nome e un cognome. Che non posso rivelare. In primo luogo perché egli ha diritto alla sua intimità (evito dispettosamente l’anglicismo d’obbligo). In secondo, ma non meno importante, perché li ignoro.



Sì, ho sentito la domanda. Ed ecco la risposta: non sono divorziato, né separato. Sì, ho vissuto per qualche tempo con una donna (nemmeno sotto tortura mi caverete di bocca quel termine, abusato, che indica, in sostanza, una concubina. Quel termine che fino a pochi anni fa usavano i comunisti fra di loro, e che ora i loro eredi si sono aboliti di bocca. Pubblicamente. So di già comunisti che continuano a rivolgersi quel termine in privato, tutt’al più in luoghi pubblici poco frequentati, e comunque badano a tenere la voce bassa. Sussurrano: “Come va, caro ***?” “Non c’è male, ***”. Non ce l’ho con i comunisti. Tutt’altro. Beh, forse “tutt’altro” è esagerato o addirittura non è il caso. Stabiliamo una volta per sempre che non ho niente contro i comunisti. Soprattutto perché non esistono più, si contrabbanda. Ma io ho motivo di ritenere che esistono eccome. Solo che hanno bandito – parzialmente – quella parola e hanno abolito il colore rosso. A me il rosso piace. Non lo avrei abolito, se fossi stato nei panni dei comunisti o, meglio, in quelli dei loro eredi. In casa mia il rosso abbonda. Qualche esempio? D’accordo: alcune tende, divano – ma più sul bordeaux – due belle seggiole in cucina: scarlatte, tendenti all’elettrico. In bagno c’è del rosso… Ecco, esattamente. Io stesso posseggo almeno due cravatte  rosse e un pullover rosso, di gradazione diversa.

Visto?

Quella donna, dicevo. I nostri contrasti erano troppo acuti, questo è vero, ma lei se andò di casa insieme alla domestica. Improvvisamente. Mi aveva accennato alla possibilità di un abbandono. Ma non avrei mai immaginato che mi avrebbe disertato portandosi dietro anche la donna di servizio – che lei, la mia convivente, aveva assunto senza gli scrupoli che in seguito mi sarei fatto io rispetto all’uomo di servizio che ora si occupa delle faccende cui io, personalmente, non posso far fronte per via dei miei intensi, straordinari imp… (Questo l’ho già detto. Scusate. È l’età. Non la mia: quella del mio collaboratore. Non so quanti anni abbia. Non glielo chiederei nemmeno sotto tortura, sua o di altri). Egli è intitolato – lo ribadisco – al suo riserbo. Stretto.

Quella donna, se posso: mi piantò in asso senza preavviso. Una mattina uscì di casa insieme alla donna di servizio e la sera non rientrò. Né il giorno dopo, la settimana dopo, il mese e l’anno dopo. Sono due anni. Non avvisai le autorità. E feci bene, perché tutti sapevano già che quella donna era svanita nell’aria fina insieme all’altra. I maldicenti non esitarono: una delle due si era innamorata dell’altra. Io so che non è così. Temo che la mia concubina fosse gelosa folle, vedesse un amorazzo fra me e la donna di servizio. Io ho la quasi certezza che l’abbia assassinata e fatta sparire: mettiamo nell’aria fina, in una palude o nell’acido. Ma deve essere successo qualcosa del genere. Non apro una parentesi per tre sole ma ottime ragioni: mi troverei la polizia per casa, uno; sarei internato, due; non sono uno scrittore di polizieschi, tre.
Quest’uomo, dicevo: ►

domenica 26 ottobre 2014

Amour fou (Amor amorfo)

“So che hai nascosto le foglie morte sotto il tappeto, amorfo!”

Genti ben vestite,
in varie locazioni,
si danno bei bacìn.
Poi viene la sera,
feuilles mortes,
lacrimìn, ventolìn,
 
piovaschìn e neviskin.
Un caminètt, forse
qualche bacètt,
e poi scupètt.
Che ci vuoi far… così è la vie…
Si può sempre finir fra le sgrinfie di un
amour fou.

Mami dà di buzzo
buono; papi ha un dito puzzo
(parlo di tanti anni fa).
Poi veniva sera,
Lei fa “No!”
Bloccano.
Lui va ca’ e si arrangià.
Caso tragìck, forse…
ma verydick,
(capisci a mich…).
Che ci vuoi far… ’coz y est la vie…
Si può sempre finir fra le sgrinfie di un
amorfo.

Oggi vesti trendy,
fai casini orrendy,
ma sai quello che vuoy.
Poi viene la sera,
chiariscì,
lei fa: “Sì!”
(Siete entrambi modernì).
Fuori di voi, forse…
ma chi lo sa
quel che avverrà?
Che ci vuoi far… così è la V…
Si può sempre finir fra le sgrinfie di un
amourfo.




giovedì 28 novembre 2013

’A naryce ’e Cyrana: una storia d'amore ai tempi della collera borbonica




Cyrana e Pincio con le rispettive promettenti naryci ai tempi (oltre che della collera [borbonica]) in cui le stesse erano ancora solo promesse.

PROLOGO
  
Durante il regno borbonico a Napoli (si parla di tanto tempo fa), sempre a Napoli c’era una ragazza di nome Cyrana, caratterizzata da un ampio naso con una grande e ricettiva mononarice.

ENTER PINCIO

Sempre a Napoli, a quell’epoca, prestava servizio militare Pincio Nez, un soldatino francese dotato di un naso lungo e affusolato, provvisto in punta di una micronarice tubicolare talmente stretta che Pincio doveva eternamente respirare con la bocca.
Era inevitabile che il destino li avrebbe fatti incontrare.

ENTER CYRANA

Ordunque: Cyrana si sentiva sola e indesiderata a causa dell’handicap rinico. Pincio Nez era triste poiché non sapeva dove ficcare il naso, ma soprattutto perché tutti lo chiamavano Pincio, che – badate bene – non era il suo vero nome. I commilitoni lo avevano così soprannominato in quanto egli era l’unico a sottoporsi di buon grado a uno dei più diffusi giuochi (o, se vogliamo, scherzi) di guerra, vale a dire il pinciamento sopra la turca finché, sopraffatto dalla fatica, crollava con il volto nella stessa. Più spesso che non, infatti, i goliardi solevano incitarlo, moschetti alla mano: “Pincia, pincia di buon grado, tanto col naso chiuso non senti niente”. Be’, in qualche modo gli venivano incontro, insomma.
Data la difficoltà a respirare con il naso, Pincio Nez decise di dedicarsi agli esercizi di respirazione Zen: ma poiché egli si chiamava Nez, gli esercizi gli riuscivano al contrario, e pertanto erano utili fino a un certo punto – non è dato di sapere quale.
Un giorno, mentre si trovava in libera uscita, Pincio Nez incontrette a Cyrana e fu subito elettrizzato dalla promettente ricettività della di lei mononarice.
Anche Cyrana era attratta dal naso a micronarice tubicolare in punta di Pincio. Fra i due non poteva che essere amore a primo olfatto.
Prima di andare sull’esplicito, tuttavia, Pincio Nez riempì la testa a Cyrana di concetti Zen. Arrivò al punto di scrivere per lei una serenata allusiva e propedeutica che apparentemente conteneva principi sull’arte della manutenzione della narice e sull’inutilità di tenerla serrata quando gli è inevitabile che l’aria prima o poi vi penetri.

Le parole dicevano:
Malgrado i tuoi immani sforzi turativi tu non riuscirai
ad evitare che le tue narici si riempiano d’ariaaaa…
ariaaaa…

La musica faceva – più o meno, naturalmente – così:
La-la-la-lalaa-la-la-la-laaa-la-laa… (ad lib.)


Che tradotta in termini di udibilità, ci dà tanto:






EPILOGO

Cyrana e Pincio, convolati a nozze a piedi, ebbero due gemelli (s’è mai visto qualcuno a cui nasce un gemello?), che chiamarono rispettivamente Rino e Rina, benché inizialmente volessero chiamarli rispettivamente Rina e Rino.

EXEUNT

’O mythos déloi un sacco di cose, ma in special modo che ’a naryce ’e Cyrana poteva essere esplorata sia da sinistra verso destra che da destra verso sinistra.

domenica 24 novembre 2013

La donna che diceva “Come dice, scusi?” a tutti

Cyber-fotoromanzo online


La nostra Donna all'età di 25 e di 82 anni
Tutti gli uomini – che mascalzoni! – erano attratti da una donna particolare, che potremmo definire “non esattamente repellente”, come Ciccio dalle torte che Nonna Papera suole mettere a raffreddare sul davanzale della finestra o, in altri casi, come le mosche sogliono essere attratte dalla merendina senza en, il noto medicamento finalizzato a raffreddare gli animi turbolenti. (Per inciso, sapete perché Ciccio dorme sempre – in particolare nel confortevole fienile? Perché Nonna Papera, non essendo nata ieri, tre volte accortasi [non una volta accortasi, giacché ella ha sempre bisogno di prova e controprova] dei raid di Ciccio, ha cominciato a solere arricchire gli ingredienti misteriosi della sua ricetta segreta con gocce di quel medicamento – per ottenere il quale, sia detto incidendo ancora, è necessaria e sufficiente la ricetta del medico (possibilmente con certificazione di laurea). Poiché la sorella di Zio Paperone – detto per un terzo inciso: forse non tutti sanno che la simpatica vecchietta è sorella a quello che [e forse non tutti lo sanno – e incidiamo vieppiù!] originariamente reca il nome di Uncle Scrooge, che, forse molti ma non tutti sanno, deve tale nome a un personaggio frutto della fantasia di Charles Dickens, il celebre scrittore [sia specificato per quelle due-tre persone al mondo che lo ignorano] inglese (per meglio dire, britannico –… Poiché Nonna Papera… Poiché cosa? Ah, pio bove! Abbiamo perso il filo. Ma tanto il bello dei blog è che – diversamente dalle avventure di Nonna Papera, fondate sul predeterminismo storico – per fortuna sono editabili, e semmai ci ritorneremo – e, per conciso inciso, ben volentieri – su questo “poiché” abbandonato “nei meandri della Storia”, con la “S” maiuscola – ché c’è anche quella con la “s” Minuscola, vale a dire la “storia” che non segue dopo un punto o non si colloca a inizio di paragrafo – come sogliono argomentare gli storici, ossia quegli uomini che a furia di guardare indietro finiscono per pensare all’incontrario – e non lo diciamo noi, credeteci, bensì Nietzsche, con tanto di avallo di Galbany, che – come molti di voi ben sanno – vuol dire “Fiducia”, in ucraino).

Torniamo dunque a noi, ma soprattutto agli uomini – che mascalzoni! –, tutti gli uomini, a livello globale, e al motivo della disperata attrazione che li condannava a macerarsi per questa donna, che talune riviste di storia con la “S” minuscola e di Costume con la “c” – forse si noterà – Maiuscola ponevano in testa alle loro inappellabili classifiche, in cui si dà ordine alle “100 Sexiest Women in the World”.
Si diceva: tutti gli uomini – nessuno escluso – provavano un’attrazione fatalistica nei riguardi di questa donna per una ragione semplicissima: ella – a giudizio dei disperati, va da sé – risultava essere non un gran pezzo, ma tutto di quella cosa che, per l’appunto, la distingueva dagli uomini – questi mascalzoni! –, i quali le stavano sempre addosso, come un corpo di ballo di bei tomi hollywoodiani a Marilyn Monroe o a Cyd Charisse, nel presentare loro diamanti, perle, zaffiri e assegni – questo, detto in modo del tutto incidentale – nel caso in cui le esigenze di produzione richiedessero un’accelerazione dei tempi di ripresa del dato film.
Il leggendario approccio di stingo di santo.
Per inciso: stingo, macho secho, teneva molto alla sua "S" Minuscola,
in onore non tanto dell'eroe dei P'lice pleese me, oh yeah,
quanto del personaggio di un romanzo di William Styron
(con la "s" maiuscola) di cui aveva letto numerose pagine

Nella più parte dei casi – per fare un esempio – uno di questi uomini (per inciso, quasi tutti timidi e complessati) si avvicinava alla donna, rimanendo impalato e interdetto per alcuni secondi, per poi prorompere in un inusitato: “Io ti amo”. Al che, la donna replicava confusa: “Come dice, scusi?”
stingo si becca il primo di una lunga serie di
“Come dice, scusi?”
“Ma io... bo-bo-mm-bf...”
Solitamente, a quel punto, l’invaghito balbettava: “Oh niente, le chiedo scusa… Io non volevo… cioè… è che io… Io… io…”
La donna, tuttavia, mossa da una curiosità patologica, insisteva: “Come dice, scusi?”

“No, niente… lasci perdere, signorina” (per inciso: nonostante la legge fosse esplicita nel deprecare, quando non proibire, l’uso del termine “signorina” in favore del più corretto “signora”, questi uomini, in spregio al primato del Diritto, non venivano mai meno a quell’indelicato vocativo).
Ma la donna, non datasi per vinta, ribadiva: “Come dice, scusi?” a sottintendere “Ma perché non vedi di andare a farti benedire in quel paese o a farviti fottere?” e proseguiva per la propria strada. Nel proseguire, pensava “Gli è andata bene che non gli ho
“Ma perché non vedi di...” è la reazione
apparentemente scomposta della nostra eroina.
assestato uno schiaffo di taglio…” Ma, di solito, fatti pochi passi, si arrestava, si portava un dito alle labbra a manifestare riflessione e analisi approfondita dell’evento (come sogliono fare i filosofi: si portano un dito – di norma l’indice – ai labbri, a verificare ipotesi le più strambe e a ponderare se non sia il caso di promuoverle a tesi), dopo di che tornando su quei medesimi passi (spesso muovendo all’incontrario, come suole fare lo storico o come suole fare il calzolaio), raggiungeva l’uomo che le si era tanto goffamente dichiarato, lo afferrava per la collottola volgendolo a favore dei propri splendidi occhi e lo apostrofava: “Come dice, scusi?”
Ai farfugliamenti di “Niente… io veramente…” del perdutamente perduto, la donna d’alta classifica e classe soleva aggiungere un nuovo e più perentorio:
"Forse ci siamo", pensa saggiamente stingo
“Come dice, scusi?” per poi invitarlo immantinenti nel suo loft – ché, detto per inciso – costei viveva in un attico super con vista super una delle più belle città del mondo – e mai vi diremo di che città si trattava, benché sia evidente di quale Paese si tratti.
Che c'è di meglio prima di una docciua?
Una volta nell’attico o loft, la donna estraeva dal frigidèr una bottiglia di vino rosso o bianco – dipendeva dall’ora – e se ne versava una modica quantità (ma per più volte, sarebbe risultato in seguito) in un bicchiere – da vino, proprio, con tutti i crismi –, soggiungendo: “Vado a farmi una docciua con l’acciua”. Nel frattempo, l’uomo soleva svenire, non prima di aver mutamente esultato, rinvenendo in tempo per udire lo scrosciuo dell’acciua della docciua e fantasticando chissà quali pazze reverìe.

Evitando l’inciso, diremo che l’uomo – il più delle volte – aveva una faccia tipo Sting e fisico matching macho non esagerato, però. La donna, uscita dalla docciua con la chioma appropriatamente bagnata e indossando un comodo e molto sagging pullover di Armani e leggings di McQueen (non Steve, ché mica lei era la Ali) ma entrambi suoi, sorseggiava il vino umettandosi i labbri negli intervalli di sorseggiamento. (Per inciso che supplisce a una nostra negligenza narrativa: prima del lavacro, la donna soleva lasciare lo stingo di santo in compagnia di una bottiglia di vino californiano 1  invitandolo a “servirsi pure”).
Per i due estranei, a quel punto, cominciava il processo di de-estraneizzazione, per lo più iniziativa della donna, che poneva cento languide domande al suo ospite – questioni a volte pertinenti e altre meno, rimanendo in assente ascolto delle risposte che o chiosava con osservazioni metafisiche o con – data l’assenza – la domanda: “Come dice, scusi?”
Al calar delle ombre e al crepitar di un improbabile fuoco in un improbabile caminetto e di un cd (o meglio ancora, vinile, che – pare – sia più durevole e comunque oggi trende [proprio perché crepita, così dicono], ma se ti cade per terra si sdentella, quantomeno – a me, personalmente, è capitato con… ma ne riparleremo) di jazz for dummies – il più delle volte Pat Metheny – o di rock for dumbs: immaginate guaiti Coldplay –, la coppia si scaraventava
  
Purtoppo non possiamo mostrarvy dettagly ben più piccanty
di questa couch story


sul divano esotico, Lei sbranandogli il casual di sopra e quello di sotto – a rivelare rispettivamente petto depilato e boxer diesel ma suo (la mutanda, l’occhiale, la scarpa, ecc., impone oggi l’idioletto modistico nel suo contributo alla lotta agli sprechi nel Mondo) – e Lui non osando sganciarle l’indumento che, nascondendo, lo hornizzava massimamente. Non vale la pena soffermarsi su quanto accadeva tra le due dissolvenze (che a questo serve la dissolvenza, no?… Vale forse la pena riportare una topica della donna, quando, più ebbra che no, poneva la sua epigrafe all’atto venturo: “Non perdiamo tempo, facciamo l’amore, dài [pausa sospirante per il climax]…
"La dissolvenza è tutto", soleva dire Napoleone
prima di ogni Bataille e di ogni Deleuze
ché l’amore, non esistendo, dobbiamo farlo” – d’altro canto lei, come vedremo – forse – più avanti, mica per niente era, nonostante la tenera età, avvocato in una nota firma tipo -Berg&-Stein, o qualcosa del genere, nel ramo penalista-esistenzialista).
Ma sul letto inondato dalla luce della prima alba essi giacevano nel sonno dei giusti, verosimilmente ignudi, protetti dal solo ninzuolo bianco, fosse, di fuori, la temperatura anche venti gradi centigradi al di sotto dello zero 2 .
Un grappino doppio e un bel "Come dice, scusi?"
alla -Berg&-Stein in divisa d'ordinanza
Primo al risveglio, l’uomo rimirava la donna come la mamma il neonato. Dando ella segni di ritorno alla veglia, lui le sfiorava i labbri, che, disserrati, liberavano quell’alitino che si sa (aggravato dai fermenti vinosi)… Ma lui, con l’olfatto compromesso da ben altri fermenti irrisolti, quelli dell’innamoramento, mica ci dava peso. Le sussurrava, con frasi lievi, il consistere del suo sentimento.
Finalmente la donna, tutta presente a sé, o quasi – loro, là, dicono hangover, laddove noi, spreconi, ci ricamiamo un racconto breve – soleva sguardarlo di uno sguardo cisposo, per poi scattare seduta (l’orlo del ninzuolo su al dove si confà), come a tenere la distanza dai sussurri, e sbottando: “Come dice, scusi?” e “Ma chi [diavolo – nel migliore dei casi] è lei?” e “Che cosa ci fa nel mio letto?” “Se ne vada immediatamente o chiamo la polizia”, nonché “OMG… devo aver bevuto troppo ieri sera”. Sì, in effetti lo doveva avere.
Lo stingo – stando attonito quanto e più della terra al nunzio dell’improvvisa dipartita di Napoleone – era incapace di muoversi (immobile, siccome), attitudine che non migliorava la situazione. Biascicava: “Ma io… tu… noi… ”
“Come dice, scusi?”
Facendo ella l’atto di digitare il 911, lui, schioppatagli intorno la bolla dell’amore in cui era prigioniero, levava le gambe, e boxer alla mano, spendagliante tutto, prendeva la porta (figuratamente, s’intende) e la via delle scale, trovandosi subitaneamente in strada discinto tutto, per essere di norma fermato dal poliziotto e in quelle condizioni tradotto alla centrale per i soliti, scontati, noiosi accertamenti.


Fatta la prima docciua quotidiana e una leggera colazione a base di zukini e prezzemolo, lavati da una tazzona di sostanza liofilizzata (“ma con molto, molto tsùcchero!”), la donna (imprecando sotto voce “OMG, OMG, OMG…”) chiamava “taxi!” e raggiungeva il tribunale, senza passare per la firma, dove l’attendeva la pagnotta.



Ella, sì e no 25enne, era – l’abbiamo detto, no? – uno dei più valenti attorno alle legge della città e forse dello Stato (non azzardiamo ipotesi a livello nazionale). Otteneva risultati strepitosi in casi apparentemente impossibili. Nei ritagli di tempo, per diletto, aveva risolto al computer – scriveva con dieci dita, senza guardare la tastiera, senza degnare di un’occhiata il monitor, sorbendo calici di vino servendosi unicamente delle belle labbra e dei denti perfetti – numerosi casi irrisolti e irrisolvibili, fra cui il caso Lindbergh, quello Sacco e Vanzetti (per i quali aveva naturalmente ottenuto il proscioglimento), aveva difeso con successo John Wilkes Booth, aveva fatto scagionare Jack Ruby e Lee Oswald (scongiurando in tal modo ben due assassinii), aveva appurato che la Dalia Nera era un’invenzione di James Ellroy – anche se ora era alle prese con un caso virtuale che si presentava un vero osso duro, un intrigo internazionale in piena regola, nel quale era coinvolto per un’infinità di reati un personaggio di spicco della politica di un celebre Stato dove la lingua più parlata era l’italiano. Ma non disperava né demordeva: all’età di 7 anni aveva risolto persino il caso di Topolino e il Piranka Kuka Baruka.

Solo 7 anni, e già risolveva complotti da capogiro
(Illustrazione di Stefano Baratti)
La donna era una tigre in corte: guardava il cliente imputato con occhi teneri ma alla sbarra era spietata con i testimoni a carico. Per il criminale che si metteva nelle di lei vellutate mani, il processo era una barzelletta. Una formalità.
La sua strategia era elementare e consisteva nel porre una raffica di domande al testimone, alle quali replicava: “Come dice, scusi?”
Quando il poveraccio ripeteva, ella, la linea rigida fra le mani: “Come dice, scusi?”
A quel punto era necessario l’intervento del Vostro Onore, che mediava in favore della giovane avvocata la risposta del deponente.
“Come dice, scusi?” ribatteva l’inflessibile. Manco un “Vostro Onore” buttava alle ortiche.
Cosicché al/alla giudice, ai 12 giurati e all’aula tutta sfibrati da mesi di “Come dice, scusi?” non rimaneva che cedere le armi. E vittoria era!
All’uscita dal palazzo di giustizia, la stampa – forcaiola e garantista, che in questo caso era concorde nel rilevare qualche vizio di forma (e di sostanza) – attorniava vanamente l’attorney subissandola di domande.

La distruzione di un testimone a carico
“Come dice, scusi?”
“Come dice, scusi?”
Invitata a prestigiosi tolc sciò, alle lunghe, complesse e articolate questioni poste dagli uomini e dalle donne d’ancora, ella – verrebbe quasi da dire sfacciatamente – non aveva da opporre che un filosofico “Come dice, scusi?”
In quello Stato i tori, numericamente e simbolicamente parlando, erano quelli e quello che erano, ma non ce n’era uno che non fosse decapitato.

 

E, come suole, arrivava la sera.
La donna si avviava verso casa canticchiando “Just a perfect day, la-la-la-la-lalalà…” tra la folla di milioni di potenziali corteggiatori.
Com’è ovvio, veniva continuamente avvicinata dallo stingo di turno.
E il rituale si ripeteva. Uguale a quello che abbiamo descritto.

Il Tempo, che si era stancato di ammonirla, non era tuttavia scemo.

 

Gus Guns mentre pronunzia la sua fatidica dichiarazione di intenti
Quando la donna invecchiò – non prima di essersi sposata con un ex carcerato e suo assistito, Gus Guns, che alla di lei domanda “Come dice, scusi?” aveva risposto “Io non dico e nella fattispecie mi scuso ancora meno” (per l’intera durata della loro unione non si parlarono e non si scusarono, anche perché, non  parlandosi, non avevano nulla di cui scusarsi) e soprattutto essere guarita da un numero incalcolabile di VD e aver avuto due figli, fra femmina e maschio, uno dei quali le diede un nipotino che fu chiamato Ciccio – soleva preparare delle torte squisite, come suole fare Bree Van De Kamp, anch’ella mezza alcolizzata e nota manizer, attività che aveva su di lei un effetto tranquillizzante rispetto all’ossessione della morte (ossessione infondata, in quanto, come forse pressoché tutti sanno, la torta rende immortale colei [ma non colui] che la crea [e non lo diciamo noi, ma Platone e Walt Disney]: come spiegare, altrimenti, l’eternità di Nonna Papera?) e rispetto a tutte le furie su cui la mandavano le incessanti, continue, maniacali incursioni del nipotino tortadipendente finalizzate a impossessarsi delle leccornie e delle leccornìe partorite dalla nonna.
stingo, in braghe di tela, standing on the corner,
senza nemmeno suitcase in his hand,
guarda la vita passargli accanto
(come accadde una volta a De Gregori)


A questo punto (siamo ormai al momento dei saluti – come suole dire una ben nota telegiornalista vincitrice di svariati campionati di telegiornaliste indetti da un delizioso sito internet che, pur avendo in teoria molte cose da fare, preferisce dedicarsi anima e corpo a questa commendevole iniziativa), non è da escludere che molti di voi (ma possiamo darvi del tu, pur sapendo che siete in milioni a leggere questa favola?…No? D’accordo, sarà per un’altra volta…) abbiano congetturato che il nome di questa donna fosse Nonna Papera. Fuocherello…


Ciccio - che mascalzone! - colto in flagrante
da Nonna Papera in persona e dagli ospiti del loft tutti
con la torta ormai mutilata

Note
1 Abbiamo notato – detto in uno stramaledetto inciso a scopo divulgativo – come abbia preso piede, nelle produzioni filmiche e telefilmiche statunitensi, l’uso e l’abuso, da parte soprattutto del sesso quello gentile, di vini d’ogni colore, consumati a ogni ora del giorno tramite quei bicchieri appositi da vino. A nostro modesto parere, la costumanza surroga il vuoto lasciato dalla tragica – in particolare per le compagnie del tabacco – scomparsa dei messaggi subliminali non occulti di cui si facevano un tempo latori i fumatori di Hollywood, l’antonomastico Humphrey Bogart in testa. Sarà paranoia, ma potremmo ipotizzare (e, in un secondo tempo, magari tesizzare) che dietro l’abitudine alcolica – un’evidenza che si tenta di passare in secondo piano (con il paradossale effetto del risalto) mostrando le bevitrici in incessante affaccendarsi nel taglio di quintali di zucchine (americano: zukini, sia sing. che plur.) e nel trituramento a dir poco compulsivo di interminabili mazzi di prezzemolo; e aggiungiamo che lo spettro delle verdure è di vastità imbarazzante – si celino interessi vignaiuoli di non misero conto. Non abbiamo ancora le prove che i produttori vinicoli siano eredi-parenti mica tanto alla lontana dei vari Morris, e che la loro attività sia il risultato di una riconversione industriale.


2 È una nota, questa: non ce la si meni con la storia dell’inciso. Dunque: come si possa continuare a dormire (e  a poltrire) per ore e ore e ore senza persiane, tapparelle, quantomeno veneziane o analoghi tegumenti al nudo vetro della finestra, è poco spiegabile. Come, inoltre, il fatto in Italia non sia ancora riuscito a imporre (oltre alla scarpa, l’occhiale, la mutanda, la braca, ecc.) in certe appetitose piazze estere il civile uso di taluni utili infissi, resta anche questo un mistero tale da farti venir voglia di scriverlo con la ipsilon – mystero, insomma. Desta altresì stupore come – sempre in consimili piazze – non vi sia verso di rendere diffuso il caffè non finto e soprattutto la moka, in luogo, rispettivamente, di sostanze liofilizzate e riscaldini di vetro. (Materiale pirofilo, d’accordo, ma non è questo il punto).


CORRELATI: L’uomo che diceva “chapeau!” a tutti