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venerdì 10 ottobre 2014

The Front Page: marsiano sbaglia un commento


9 ottobre 2014, ore 05.21



marsiano (con l’emme MINUSCOLO), commentatore e commendatore unico di questo blog with dirty lips, posta un ardito commento a un post intitolato “Si potrebbe cantare? ma il cui senso intimo è dato da una selezione di “tiny urli” con i quali si segnala il meglio della critica espressionistica espresso dagli impressionanti critici – bimbe e bimbi cresciuti ad amuchina e a uno (1) di numero malinteso film con Douglas figlio, e il cui sviluppo prosegue ora con la dolorosa accettazione (non in quel senso!...) del daimyo Frenzy –  di un noto sito dedito alla vendita, fra l’altro, di libri che spiccano al mondo infame per la loro bruttezza oggettiva (“libro carinissimo”, “bellissimo”, l’ideale per “un pomeriggio piovoso”, libro che si legge “tutto d’un fiato” e simili; De Benedetti e Croce allo stato puro, insomma).

Ma ecco, come d’abitudine, l’arguto (sopra si diceva “ardito”) commento di marsiano, il quale sceglie anche stavolta il cimento (termine che, fra queste parentesi, gli garba notevolmente) con i giochi di parole. Non pago del “tiny urlo di Tiny Dallara”, si espande (o si allarga) in “"invece di un "tiny urlo di Tiny Dallara" e' piu' carino un "urlettino etc."” (la ridondanza di virgolette è qui inevitabile).

Il gestore del blog – che qui chiameremo “doubtwater”, anche se dalle immagini (e dal susseguente botta e risposta) si rivela la sua identità – è pronto alla replica, che giunge alle 05.22 dello stesso giorno:

“carinissmo, vorrai /vorrò dire...” (il refuso, per altro, costerà caro anche a doubtwater).

marsiano pare digerire il benevolo rimbrotto, ignorando tuttavia che la stampa forcaiola e gossipara gli sta alle costole, tant’è che alle ore 08.44, con una missiva elettronica disperata, comunica privatamente a doubtwater che è “troppo tardi, si e' gia' sparsa la voce”, allegando la seguente copia photogimpata di quello che in realtà è il “Chicago Examiner” (che ci vuole a trasformare “Chicago” in un anonimo “City”?):


Per dovere e onestà di cronaca, va detto che, fatta la bravata, nel frattempo marsiano ha tentato ruffianamente di far correggere il commento (“dai, correggimi tu il commento, uffa...”, ore 07.06, ecc.) allo stesso doubtwater, il quale, in osservanza dell’etica bloggara, naturalmente non s’è lasciato corrompere.
Ciononostante, fingendo di stare allo sporco gioco, doubtwater attribuisce lo scoop a Hildebrand “Hildy” Johnson, verosimilmente plagiato da Walter Burns.

Alle ore 08.49, a una seconda email contenente il laconico “sono rovinato”, marsiano allega una seconda presunta testimonianza della persecuzione di cui è vittima da parte della stampa forcaiola: un’altra photogimpata, stavolta di una non ben definita “Repubblica”:


La dura replica di doubtwater è: “che repubblica è? dela [sic] linea gotica?
La prima controreplica appare nervosa, e citarla non farebbe giustizia alle seconda, ben più brillante e degna del suo senso dell’umorismo: “e' una repubblica del fagiolo con le gotiche” (ore 12.40).

(Intanto il dibattito fra i due prosegue sulla pagina del Comicomelò. Ma marsiano, come la ruggine, non dorme).

Parrebbe dunque arrivato il momento della distensione, ma doubtwater, ad attenta analisi della prima pagina della “Repubblica (del fagiolo con le gotiche)” rileva una svista mostruosa. Perciò, in forma privata, ma crudelmente, scrive al suo corrispondente: «Hildebrand “Hildy” Scalfari sbaglia clamorosamente concordanza sulla “Repubblica del fagiolo con le gotiche”. Walter Burns non glielo perdona» (ore 13.29).

Alle 13.57 la tremenda rivalsa di marsiano (testo falsamente solidale “questi diavoli di gossippari”):



E lo scambio continua nel pomeriggio (saltiamo le ore, se no si diventa pazzi: dovete accordarci fiducia): doubtwater: “stampa forcaiola”; e marsiano, con leggerezza calviniana: “se ne accorsero, ma troppo tardi per correggere, ormai era gia' nelle rotative”; e ancora “in realta', in seguito a psicanalisi di Lazzul, si scopri' essersi trattato di clamoroso lapsus lazzuliano, insinuante che solo un visitatore su un milione potesse visitare quotidianamante (sic) quel sito” (marsiano, infatti, come si apprende dalla viva lettura dei commenti blogghici, teme i milioni di visitatori che fattoquotidianamente fanno ressa alle porte del comico melò per dire la chissenefottibile loro, ma noi non gli si apre: si preferisce appunto il commentatore e commendatore unico); “forchettaiola” e “del resto bisogna pure magna'”, insiste marsiano sempre in riferimento alla temuta stampa. E, se pensiamo al diavolo a otto fatto da Hildy e Walter intorno a quel disgraziato di Earl Williams, non ha esattamente tutti i torti dell’universo.

E così – come dice ille De Gregori – la sera è già notte.
Ritorna infine la serenità – come dice invece il Gigante Pensaci Tu.

marsiano inaugura una divertente monografia sul tema del vomito (del tennista, curva a, vomitolo di lana, farsi largo a vomitate, che – col suo di lui permesso – forse un giorno… non pubblicheremo! ah ah ah, beccati questa!).

Stamattina, 10 ottobre 2014, alle ore 04.25, dopo aver lottato per almeno 10 ore con tutti i giganti della valle al silicone senza trovare una risposta sensata a certe questioni di plugins, doubwater – sbagliando per altro il proprio account d’invio – non può che ricorrere a marsiano. Qualche secondo dopo, tutto finisce in un trionfo.

In fondo marsiano è più Johnson/Lemmon che Burns/Matthau. Magari un bourru bienfaisant? No, impossibile!
C’è però da augurarsi che non regali mai una cipolla d’oro a doubtwater.


Intanto il post Sofia Loren ipsum langue desolato.

domenica 5 ottobre 2014

Giallo in maschera

I libri del doppio professore
© 2014 Mauro Pascolat

Stando alla consolidata tradizione, a Carnevale ogni scherzo vale, ma quello di cui rimane inizialmente vittima uno dei protagonisti di questa storia, nel volgere di poche ore assumerà i contorni di un mistero che finirà per riguardare un’intera comunità. A partire dall’evento paradossale che pare esserne all’origine – e considerati gli elementi letteralmente “inediti” che lo distinguono –, poco a poco prende forma il sospetto che lo sconcertante fenomeno sia destinato a travalicare i limiti di una burla carnevalesca, nel momento in cui i suoi effetti dilagano nell’opinione pubblica al punto che questa ne percepisce l’inverosimiglianza come invece qualcosa che rientra in un quadro di perfetta normalità.
Una singolare coppia di detective, di fronte all’inspiegabile e inarrestabile diffondersi di una sorta di “follia collettiva”, si incaricherà di indagare sul “giallo in maschera”, nel tentativo di far luce in una vicenda che, durante la settimana di carnevale, sembra trasferirsi sul piano di una messinscena dai complessi orditi, oscuramente orchestrati dal bizzarro concorso di indecifrabili avvenimenti e dall’intervento di sempre nuovi attori.
Nel racconto, percorso da una vena ironica, a tratti comica nella caratterizzazione dei personaggi e per il succedersi di situazioni grottesche, emerge altresì, in sintonia con la presentazione in chiave allegorica dello spirito cui il contesto aderisce, una lettura satirica della manipolazione della realtà resa possibile dall’intricata giungla della comunicazione mediatica al critico volgere del XX secolo.
Questo “giallo in maschera” troverà una soluzione nella sfida stessa che esso pone al lettore: con la richiesta di sospendere la sua incredulità per portarlo oltre il racconto che il libro contiene e – i personaggi ne sanno qualcosa… – nel quale il libro è contenuto.


Leggi il Capitolo 1 (e un estratto del Capitolo 2) online

domenica 23 febbraio 2014

Che cosa vide l’Uomo del piccolo romanzo fiume Ottanta

G. Manganelli, Centuria
... nella forma di un gran controattribuito, [vide] uno di quei pensatori... come dire... un filosofo d’istinto!, eccoli lì, che incocci ’a’ voglia nella vita; che anzi la vita restituirebbe se stessa al big bang pur di non annoverarli fra le sue creature... Uno di quei delinquentelli non perseguibili, ma rognosi, calunniosi – in primis di se medesimi –, callosi del loro rabbioso vizio di far frullare la lingua, i quali ramingano tuonando cannonate di paraponzeria per le strade del mondo, indugiando di tempo in tempo in cerca di prede, specialmente nei granitici scenari delle stazioni ferroviarie – le loro naturali, neutrali stoà – dove si accomodano, i primati, qua e là, su panchine, su scalinate, o appoggiandosi ai muri, nell’aspettativa del trascorrere del tempo... ed ecco che, senza previa dichiarazione di battaglia, arrivano, si posizionano, paiono studiare uno schieramento, in singola pazzoide fila profondità uno, ossia se stessi solitari, con quell’aria imbriaca e anchenò, ma vicina ad esserlo, esemplari – ma non è razzismo, questo, semmai revisionismo lombrosiano – microfrenici, loro e le loro caratteristiche, per e con la quale dotazione fisiognomica ti si pianta davanti uno d’essi e ti astrologa e piposofa dei suoi non ancora smaltiti scazzi quotidiani, colpevole la moglie solitamente salopetta definita che non ci dà bada a lui, se non per spronarlo, sto zombio de fame, già di mattina a buon’ora, dopo una notte di improperi e sgraffi, ad andarsene a girare il pollice da qualche parte, a guadagnarsi, insomma, i pretesi diritti (con tutto il degrado che essi comportano) che lui avanzerebbe, di paterfamilias, primo fra tutti – come egli dichiara, con la più alta convinzione delle terre emerse, finanche dell’Everest – che lei, questo cacabuccio di donnetta, lo gratificasse una volta, una sola volta, dico, della cosiddetta; fatto sta che tu, presempio, mentre che te ne sei al bar ferroviario, vai a infrangerti contro questa autocertificata vittima, pecoreggiante, delle magagne matrimoniali le più disperate: tu, proprio tu, ma guarda tu! Con quel fiato che ti odora di fango muffo: e andiamo, fai la coppetta con la manina pelle liscia-liscia: annusa! Che ne dici, uh? senso, ne? Va’, corri in cesso di stazione, datti risciacquata in bocca senza il tramite, fra i labbri e il rubinetto, della mano-acquedotto; fra tanto, l’occhio si appaga dello spettacolo, osservabile appena obliquamente sopra a dx, su muro tazebao, di accorati appelli d’amor che alcun perdona, d’altamiresca arte murale: neopuntinismo manure, opera acrobatica d’un uomo-mosca; neofauvismo ordure, opera digitale e insieme gesto sacrificale estremo di sensibile-alla-carta; e dàgli, tu, svelto!, di stomaco, ché almeno una valida giustificazione tu l’avrai, ben-bon, per l’alito che sgradevolmente s’effonde.

Ma adesso: si fa café olé e crossante croiccant?

Come ti risollevi dallo sforzo, lui ti è dietro, con l’epa croia che rimostra dalla scamiciatura, con la protestante braca sbrecciata poco sopra il cavallo che tuttavia testimonia l’uso della mutanda, suffragato dall’alone paglierino facilmente intravisto. E chissà da quanto, a quell’ora, già verbalizzava incontenibile, incontentabile, esso, nella generale noncagance del nomade popolo di toeletta, accosto accosto quasi tu gli avessi dato l’appuntamento sull’onda dell’ebrezza del Primo Amor (che la mattina seguente al suo fiorire, pur recandoti al risveglio farfalle, colombe e campane, t’opprime alla nuca e ti rompe il cuor), e altro non stesse ad aspettare che la prima limonata, quella che di regola ti lascia la bocca altrui in bocca, quella, sarebbe a dire, che te ne vorresti ancora, d’un lato, ma da quell’altro tu ti sembri un cannibale, cioè credi d’avergliela mangiata la lingua al/alla partner (merita fare una riflessione: presente? che ci stavano, negli anni sessanta/settanta, quei pinguini o ghiaccioli o calippi comunque gelati allo stecco, di forma, dico, sexy, e l’anima analoga ad un midollume gelatinoso, prodotto pianificato e confezionato a bella posta, da istituire nell’iniziando – prime campagne reclamistiche erotocentriche – la scabrosa convinzione d’una sorta di autosufficienza garantita dalla forte quanto sottile suggestione del bacio alla franzosa; essendo già in discorso, si potrebbe, del pari, riferirsi agli occhiali a raggi X, pensati per violare ogni limite di privatezza e dunque vedere il nudo sotto il vestiario – delle donne, specialmente; e continuando non si completerebbe mai, forse, l’elenco dei mille schemi riservatici dai pragmatici surrogatori di altrimenti impossibili educazioni sentimentali).

Quasi tu gli avessi dato un appuntamento. Con la sua bocca di fuoco odor di stock, spalancata sul muso tuo rubrico per i conati, eccolo lì il signore sì che se ne intende, pronto per l’espugnata: “Che ne pensa lei? Non ho forse ragione io? Che farebbe lei al posto mio? Non mi stia a dire che lei, a la femmina, almeno una volta al mese, nei rapporti e tutto quanto, lei non… Non me lo stia a dire neanche per scherzo! Ma mi dica: lei, a casa, ce l’ha una donna, la sua donna che l’aspetta, intanto che la cenetta va a freddarsi, con il grembiale magari come dire allacciato con un bel fiocco sopra due fior di chiappette come dire belle pienotte, che l’aspetta sulla soglia o giù al portone come chi magari attende l’operaio che torna tutto nero dal cantiere, questa pocahonta tutta unta e i capelli come dire come spinaci, qualche briciola di pane appiccicata qua e là, e che mazzo – si capisce – si deve essere fatta tutto il giorno, ma finalmente in pausa, magari appoggiata al manico della scopa, come una Tina Modotti appoggiata magari al piccone del comandante Carlos – oppure, sfinita, distesa sul canapé, con un occhio al tv e un’orecchia alla lavatrice che come dire gorgoglia di là… Una donna così, lei ce l’ha? Questa donna che si spende in duplice sacrificio: una donna di queste, angelo del vostro focolare, tipo, frutto dal vostro sudore coniugale, ma che alla bisogna sa come dire diventare una di quelle magari… Scommetto che lei ce l’ha?”
Si limitò a mormorare: “No, non ce l’ho”.

E l’omino girmi, accettando cavallerescamente la perdita della scommessa, voltò i tacchi, puntando sulla tabaccheria, forse per andarsi a ricaricare le batterie delle provate eliche.

© 2014 - Mauro Pascolat - Yaşasın▲


CORRELATI: Che cosa non seppe il Cavallo del piccolo romanzo fiume Novantuno

lunedì 30 dicembre 2013

Le favole senza tempo e fuori luogo di Nonna Assunta Todorov Brontolon

(Illustrazione di Stefano Baratti)
Nonna Assunta Todorov Brontolon, classe 1964, nonna precoce (ma in attesa di nipotini pur non avendo figli) e precaria ante litteram, è lo pseudonimo di Assunta P.G.R. che, a sua volta, è lo pseudonimo di un anonimo autore o autrice di favole, fiabe, racconti fantastici, surreali e irreali — nonché fuori dal tempo e dal luogo — per bambini cresciuti e/o per adulti rimasti sufficientemente bambini.
 

Priva di un degno impiego sin dal 1984, ella trascorre gran parte del suo tempo a discorrere con gli uccellini, che nutre quotidianamente e dai quali si dice ispirata.
 

Virtualmente ferma nei — è proprio il caso di dirlo — favolosi nonché fantastici anni '80 / '90 del secolo breve, ella sostiene di scrivere a matita le sue storie meta-rodariane; ma in realtà usa un computer trasparente e sospeso a mezz'aria (marca YL-kakemono — si può dire, tanto non è pubblicità: lo possiamo vedere qui ►).
 

Non è affatto una brontolona, giacché parla molto di rado; ma con lo pseudo-cognome che si ritrova, ha ritenuto spiritoso crearsi un nom de plume che richiama un'opera del celebre commediografo veneziano di cui— dato il contesto delicato ci pude fare il cognome (ma il nome è fattibile: Carlo).
 

Circa la sua situazione esistenziale, ha recentemente dichiarato: "Se le cose continuano così, dovrò accettare le insistenti proposte matrimoniali di Karl". (Karl Senter [pron. "Call Center"], un vegliardo britannico incontrato a Venezia, durante una missione umanitaria a favore dei piccioni, presso la statua del suo idolo drammaturgo: "Karl me lo ricordava", dice Nonna Assunta", "ma non certo per il cognome". Ndr).

Dice (secondo i canoni di ghiugl intelligence): "Dove posso trovare un saggio della scrittura di Nonna Assunta"?

EN CLIQUANT ICI!


domenica 1 dicembre 2013

Boccakia mia (Boccakia in fiore) · Storia di coalizioni di maggioranza e opposizione in un Paese immaginario

Lallo e Lello in un'immagine di repertorio.

 (Utopia, distopia, ucronia)


Il capo della coalizione d’opposizione di Boccakia Mia (Boccakia in Fiore) era uno che non le mandava a dire. Quando la coalizione di maggioranza faceva una cosa un po’ scorretta, Lello (si chiamava il capo dell’opposizione) andava personalmente, in tram, presso la sede della coalizione di maggioranza e protestava vibratamente: “Guardate che queste cose non si fanno! Se fate ancora una cosa del genere, giuro che mi arrabbio e non vi voto più”.
Spaventatissimi, quelli della maggioranza gli sputavano in un orecchio, gli davano un calcio nella rotula e tutto tornava alla normalità.
“Oh, così mi piace”, commentava Lello, che poi riprendeva il tram e andava a casa ad aggiungere questo episodio nelle sue memorie. Le sue memorie consistevano in 50 pagine fitte fitte piene di episodi di questo tipo. Un giorno o l’altro le avrebbe pubblicate e fatto una barca di soldi per comprarsi una barca (amava andare in barca, ma anche in tram; solo che non era certo se fosse legale possedere un tram e soprattutto guidarlo per le vie della città. Si sarebbe informato in merito e, semmai, avrebbe fatto una proposta di legge per ottenere una legge che gli avrebbe permesso di possedere e guidare un tram).
 

Un giorno accadde un cosa brutta, a Lello: fu colto con le mani in un sacco pieno di biglietti di tram falsi. Sicché per anni aveva viaggiato in tram in modo illegale e scorretto.
La coalizione di maggioranza, facendo quadrato, disse che Lello doveva dimettersi e che essa avrebbe pensato a eleggere il suo successore. La coalizione di opposizione non poté che essere d’accordo.
Così, al posto di Lello, fu eletto Lallo.
“Lallo”, disse il capo della coalizione di maggioranza che aveva fortemente sostenuto il suo nuovo avversario, “è la scelta perfetta: infatti non commetterà mai azioni impure tipo viaggiare in tram con il biglietto falso, dal momento che, noi proponiamo, Lallo farà l’opposizione da casa sua, comodamente seduto in un banchetto dietro la lavagna con il cappello da somaro sulla testa”.
Maggioranza e opposizione trovarono questa soluzione ottimale e la plaudirono e la applaudirono.
 

A due mesi dalla sua elezione a nuovo capo dell’opposizione, Lallo vantava un numero di iniziative che si potevano contare sulla punta di un dito. Oltre a portare il cappello da somaro, aveva deciso di farsi impiantare una coda da somaro, perché, a suo modo di vedere, ciò avrebbe favorito un clima di distensione nel Paese (di Boccakia mia).
Lallo ebbe ragionissima: il Paese era distesissimo, anzi aveva la “forza dei nervi distesi”: fu Lallo stesso a coniare questo slogan, proponendosi altresì di utilizzarlo nelle venture elezioni democratiche. Ma…
Ebbene: la maggioranza redarguì aspramente Lallo dandogli dell’imbroglione in quanto aveva copiato lo slogan da una pubblicità degli anni Sessanta.
Lallo dovette riconoscere il suo errore politico e si disse pronto ad affrontare la giustizia, nella quale – sottolineò – aveva la massima fiducia. Insomma, Lallo credeva che lo avrebbero processato e che, magari, gli avrebbero inflitto una lieve condanna.
“Macché processare!” disse la maggioranza. “Ti strappiamo la coda per fare spazio e poi un bel calcio in julio!”
L’opposizione, obiettivamente, non poté che essere d’accordo.
Così Lallo scomparve dalla scena e si dedicò a scrivere le sue memorie. Purtroppo non aveva niente da ricordare e di fatto non poté scrivere le sue memorie; scelse allora di scrivere le memorie del capo della coalizione di maggioranza – su suggerimento dello stesso, il quale gli trovò un gost raiter che fece un lavoro coi fiocchi nel glorificare la magnanimità del committente.
Lallo era felice, perché – pensava – “ho finalmente combinato qualcosa nella vita: il mio nome campeggerà nelle vetrine e negli scaffali di tutte le librerie di Boccakia mia! (Boccakia in Fiore)”
Ma anche qui si dimostrò il somaro che era: il capo della maggioranza diede ordine che l’autore del libro delle sue memorie risultasse il gost raiter. “Così – dichiarò il capo – rivaluteremo questa lodevole figura di letterato oscuro ma valente”.
Il plauso fu generale ecc.
Ma ora si ripresentava il problema di una coalizione d’opposizione senza un capo. In un primo momento si pensò di eleggere Lillo, ma la proposta fece storcere il naso alla maggioranza.
Così fu deciso all’unanimità che il nuovo capo dell’opposizione sarebbe stato il capo della maggioranza. L’opposizione tutta fu talmente impressionata dalla genialità di questa soluzione, che non sapeva da dove cominciare per plaudire la faccenda.
Il capo della maggioranza, con l’abituale magnanimità, fece un gesto a significare che lui mica andava in cerca di consensi.

Venne dunque il giorno delle elezioni democratiche, preceduto da un’aspra campagna elettorale.
Nonostante il capo della maggioranza fosse anche il capo dell’opposizione, vi fu un colpo di scena imprevedibile: le elezioni furono vinte dall’opposizione, la quale festeggiò per due giorni e due notti la straordinaria, epocale vittoria.
Smaltita l’ebbrezza e fatta mente locale, l’opposizione si rese conto – sulle prime alquanto vagamente – che c’era poco da gioire, ché tanto il capo della nuova maggioranza era il capo della passata maggioranza, cioè l’opposizione era sostanzialmente la maggioranza.
La base della nuova maggioranza ex opposizione disse che c’era poco da gioire. Ma fortunatamente venne ad illuminarla un alto dirigente della nuova maggioranza ex opposizione, il quale scrisse un instant book di tre pagine in cui spiegava che il motivo di gioire c’era eccome! Infatti la ex opposizione nuova maggioranza aveva comunque vinto, essendo il capo della ex maggioranza nuova opposizione il leader indiscutibile della nuova maggioranza ex opposizione ed opposizione ex maggioranza.
Certo, essendo l’alto dirigente di professione filosofo, dapprima la sua tesi era difficilmente digeribile.
Fortuna che il capo della maggioranza-opposizione disse solennemente: “Ha vinto la democrazia”.
Immaginarsi il plauso del popolo! Tutti a battersi la capoccia: “Ma sì! Com’è che non ci avevamo pensato? Abbiamo vinto tutti insieme! Evviva noi!”
Qualche giorno dopo si insediò il nuovo governo di Boccakia mia (Boccakia in Fiore), composto da 951 ministri di una coalizione di maggioranza-opposizione, più tre filosofi esterni che scrivevano instant books e pamphlets.
Ah, che governo memorabile fu quello. E le riforme che fece! Ne elenchiamo le più notevoli:
 

- divieto di fumare senza prima farsi impiantare una coda da (vero) somaro;
- multa dai 3.000.000 ai 3.000.009 talleri d’argento a chi taglia le code ai somari;
- incentivi statali agli allevatori di somari;
- arresto fino a 32 anni per chi maltratta i somari;
- obbligo di fumare dall’età di 8 anni, per rimpinguare le casse dello stato (ma col divieto di cui sopra);
- obbligo di dotare i somari di casco;
- divieto di circolazione in tram di somari col casco;
(e ne potremmo citare a milioni…).

Ma seguirono gli anni della stretta morale, che ebbero per conseguenza nuove riforme, quali divieto di scaricare film dai camion, divieto di mangiare a stomaco vuoto, divieto di dormire per la ruggine, obbligo di una boccakiata quotidiana per signore e signorine, divieto di questo e obbligo di quello, obbligo di quello e divieto di questo. Un equilibrio perfetto.

Ma… e Lello? Vogliamo forse dimenticarci di lui? Che fine aveva fatto Lello, capo storico della più grande opposizione nella triste storia (a un dipresso simile a quella di Stefano Pelloni) della democrazia? Ebbene, contravvenendo al divieto di dormire per la ruggine, Lello dormì per dieci anni. Ovviamente quando il suo reato fu scoperto, fu aggregato in galera per 6 anni e 11 mesi.
In galera Lello ebbe agio di compiere una lunga e pacata riflessione, cui diede forma in un pamphlet al vetriolo di 12 pagine, che riuscì a far circolare clandestinamente.
Quando il pamphlet finì nelle mani del capo della coalizione di maggioranza-minoranza, egli disse: “La coerente perseveranza di Lello va premiata”.
E così fu.
Lello fu trasformato in somaro e – grazie a una legge speciale – poté essere macellato e da lui venne ricavata una discreta prosciuttella di dimensioni umane, che trovò posto in uno dei tanti (tutti) scranni vuoti del vecchio, desueto, abbandonato Parlamento.
Da quello scranno Lello riprese la sua solitaria battaglia politica. Peccato che, in quanto prosciuttella, non poteva dare forma verbale – o scritta – alle sue argomentazioni.
Ciononostante, fu rieletto per 12 legislature, grazie al sostegno della maggioranza-minoranza – che, fra l’altro, gli trovò anche una moglie prosciuttella, anch’essa rieletta per 12 legislature.
Per 12 legislature si recarono immancabilmente al palazzo del Parlamento, ogni giorno che fosse un dì, sedendo sui loro due scrannetti nel grande vuoto, in quella sede di dolore, mestizia e nullità rallegrata dalla presenza di erbacce, ragnatele e gatti randagi che davano la caccia a topazzi randagi. 
I due misero da parte un buon gruzzoletto, che fu loro molto utile quando furono arrestati perché, un giorno, Lello si era dimenticato di boccakiare la moglie.
Gli avvocati si succhiarono il gruzzoletto e riuscirono ad evitare la galera a Lello e consorte: non c’era una legge che prevedeva la carcerazione delle prosciuttelle.
Fortuna che il governo la decretò lì per lì.
Lello prosciuttella e la moglie poterono dunque tornare nel loro personale Parlamento; anzi vi si trasferirono armi e bagagli e lì rimasero fino a quando i gatti ebbero mangiato tutti i topi e il popolo, spinto da rabbia e necessità, ebbe mangiato tutti i gatti.
Il popolo scambiò per gatti anche Lello e la sua sposa, nonostante lo straziante implorare dei due: “Siamo due prosciuttelle, due prosciuttelle di somaro!” E come poteva il popolo sovrano credere a quella pur veritiera dichiarazione?
In questo modo: con l’entrata in iscena di Provolino, il quale disse►:

venerdì 29 novembre 2013

Venerdì nero ecc. ecc. ecc.

I gemelli De Rege-Marx
I gemelli De Rege-Marx colti nell’esplodere uno starnuto nero (lo abbiamo
corelphotato [mica c'abbiamo il sciop] noi, se no col cavoletto di Bruxelles
si vedeva) speculare che dà vita a una nebulosa.
È evidente che i due non si vedono l’un l’altro.
È altamente probabile che non vedano nemmeno lo specchio.
Altroché venerdì nero in arrivo: è già fra di noi il Black Sneeze, lo starnuto nero. Quelli che pensavano fosse un calesse, purtroppo dovranno ricredersi: è proprio un virus, di quelli col genitivo a regola d’arte.

La questione del virus col genitivo, come vedremo, non è di secondaria importanza.

Tutto il mondo dice ecc. ecc. ecc. oppure etc. etc. etc.
 

I filosofi di Mestre dicono: “A questo punto è più che evidente che la questione è squisitamente politica ecc. ecc. ecc.”.

Gli osservatori di costume svolgono impeccabili analisi sulla luce in fondo al tunnel, percorrono per giorni il tunnel a piedi, verso quella luce, e una volta giunti in prossimità del Vero e del Bello chiosano: “ecc. ecc. ecc.”. Non ci mica nasconderanno qualche orrenda verità non bella e non vera?

Gli economisti elaborano concetti imperscrutabili sulla “curva del 1997” per ore e ore; poi quando arriva il momento di tirare una sacrosanta somma, dicono: “ecc. ecc. ecc.”. Noi chiediamo spiegazioni su questa benedetta “curva del 1997” e loro ci deridono: “ecc. ecc. ecc.”. Mah, tutto può essere…

All’esame di Laurea, la studentessa di copywriting sorprende il Relatore e Controrelatore con questa ipo-tesi: “Fare la copywriter è una cosa che ti svegli la mattina, fai una docciua, bevi una spremuta di fichi d’India ecc. ecc. ecc.”.
Tutto concludendosi in gloria, nel ricevere un bacio poco accademico sente sussurrarle  nell’orecchio: “Non avrai mica copiato la tesi da un writer? (ecc. ecc. ecc.)”.


Chiedo a un passante di Mestre, non filosofo: “Scusi, c’ha mica d’accendere?” Lui estrae un accendino dicendo “ecc. ecc. ecc.”, cioè, l’accendino non funziona, è di quelli neri come lo starnuto, concepito per non tradire il livello terra terra del gas – ma gli studiosi di markettìn spiegano: “Serve come misura precauzionale affinché i bimbi, quando giocano con gli accendini – e sono miliardi, ’sti giocatori d’azzardo – non si accorgano che dentro c’è tanto gas da far esplodere l’accendino ecc. ecc. ecc.”.

Vado al Festival dei Corti, vedo un corto di 54 secondi (che poi risulterà ben secondo classificato) chiamato Shrunk, dove c’è uno con una faccia da mezzo matto che tenta di infilarsi i pantaloni dopo un lavaggio fallimentare (sbagliato programma). Impreca alquanto, ed è subito notte: vedo trascorrere i titoli di coda: “ecc. ecc. ecc.”.

Vado al Festival del scìnema di Roma e fremo in attesa della Scarlett: finalmente arriva, in tutto il suo splendore scarlatto, si dimostra molto disponibile – commenta un critico-poeta di un tg – nel firmare autografi per ben 5 minuti. Poi dice: “etc. etc. etc.” e se ne va. Non male, per mezzo testanzone. Anche la disponibilità ha un prezzo: questo è il prezzo della disponibilità.

Finalmente arriva uno dell’Associazione difesa consumatori e accusa sprecatori. Fa: “Ma scusate, dico io: perché usare tre ‘ecc.’ quando ne basterebbe uno? Abbiamo calcolato che se tutti, in questo Paese (che certo ci sono segnali di ripresa e autovelox di ripresa – magari un po’ troppi, i secondi intendo) noi (plurale pagliacaudato) ci limitiss… limiterebb… insomma, se userebbimo meno ‘ecc.’, potram…. Insomma, si va a sparagnare fino a 10 miliardi di vecchi euro all’anno luce”.
 

Ah, apriti cielo! Arrivano quelli che vedono comunisti come noi, genti comuni, quando ci guardiamo allo specchio, vediamo prima di tutto lo specchio.
E dàgli di Gatling: “Ma lei cosa vuole capire… Io capisco che lei quando io… Non mi interrompa, che io non l’ho interrotta, se non interrompendola per dirle che io capisco che lei ma non capisco che lei mi interrompe… Vergogna! Vergogna! Capra! Capra! ecc. ecc. ecc. … Viva la Libertà! Viva il contrario della Monarchia! Viva V.E.R.D.I.! ecc. ecc. ecc. … Traditore! Capra Spiatoria!”


Un Professore di Lettere Antiche (di centro – dunque non sospetto), che per caso passa di là, chiede cortesemente la parola. Non gliela danno. Allora lui si rivolge a una maestranza intenta ad analizzare twittate sul loggione tubi innocenti: “Scusi, ma et cetera è sufficiente ai nostri fini. Lei crede che Seneca, nella sua corrispondenza con Lucilio, si congedasse con 3 et cetera? Nemmeno con uno, a dire il vero. Si limitava a un Vale – che è come dire… ”
“Salute!” sembra augurargli la tuittera.
“Etcì etcì etcì” non si trattiene il Professore non sospetto in quanto di centro. “Mi scusi…”
“Si figu… etciùm etciùm etciùm” non si trattiene la bella.
“Che fa?… etcì etcì etcì…” chiede il Prof. “Declina?”
“Mannaggia, mi ha trasmesso il Black Sneeze… etciùm etciùm etciùm...”
“Un etciùm è sufficiente… etcì etcì etcì” puntualizza incoerentemente l’uomo di Lettere Antiche, “anche se un ‘etciorum’ sarebbe più corretto…” e si copre con forza la bocca, e si tura il naso.


Nell’arena, fra le tribune innocenti, tutti iniziano a interrompere tutti: “Etciùm etcì etciùm etciùm etcì.. Viva la Libertà! Etcì… etciùm… Vergogna! Capra! Capra… etciùm… borscevicchio!… Vergogna! (etcì etcì etcì)”.

ecc. ecc. ecc.

In fondo al tunnel nero si intravede il virus del Black Sneeze. C’est l’empire à la fin de la décadence.
 

Ma sempre meglio della peste bubbonica. Forse.

Come al (quasi)  solito, un ringraziamento a Marsiano (Commentatore e Commendatore Unico di questo blog with dirty little lips), il quale mi ha informato di questo Venerdì nero che io sapevo esistesse minga. Credevo fosse un virus, e invece – ma guarda tu, a volte... quando si dice... – è proprio un calesse.

mercoledì 16 ottobre 2013

Comicomelò, ebook di 23 racconti dove tutto diventa comico e da ridere

Ma anche maledettamente complicato

E ci spieghiamo meglio: 

 

23 racconti dove tutto diventa comico e da ridereQuesto e-libretto contiene 23 racconti (e si badi bene: 23 è un numero cabalisticamente mistico, in verità ci sarebbe poco da scherzare...) con la pretesa di intrattenere il lettore in modo divertente e, come i dicono i critici surreali, con storie surreali, molte delle quali fanno fare incontenibili risate a denti stretti, fanno spanciare dal ridere, proprio, che a momenti uno cade dal tram dove.. sì, perché, chissà perché, pare che i lettori di ebooks (le statistiche ci dicono che sono in costante, ineluttabile aumento) prediligano leggere sui tram, specie le donne fra i 30 e i 40 anni con una mano al passamano e l'altra al kindle (e sorridono... sorridono intente in tanto...), tutti con i loro bravi ereader in offerta speciale, con i margini delle pagine sdentellati, giustificazioni da spavento and all that jazz, insomma.

Ma dove eravamo rimasti (sperando di esserci rimasti)? O meglio ancora: dove eravamo partiti? Bene: roba da ridere. Tutti vogliono ridere e nessuno vuole piangere; è vero che le statistiche ci dicono che è meglio ridere che piangere, ché ridere ti allunga la vita (e se uno - per esempio un personaggio del TEX - è stanco di vivere? Sai... quando Tex gli chiede: "Stanco di vivere?"), ma è una dannazione, quando si pubblica (ossia di rende pubblico) un qualcosina, dover attirare i 400 lettori che, sempre secondo le statistiche, leggono libri nel Paese del sole e delle sòle, con parole chiavistello tipo "libro da ridere", "racconti che fanno ridere", "storie divertenti", "umorismo", e ancora quelle stramaledettte "risate a denti stretti", "satira", "satira politica e di costume" "satirici", "barzellette", "la sai l'ultima?", "che ridere quel libro!", "libro forte", "libri contro il potere", "libri colmi di parolazze" ma "che fanno riflettere sul malcostume"ecc.

 

Viceversa, in questo ebook c'è poco da ridere, benché non ci sia granché di cui piangere. È una disgraziata catena melodrammatica, ti scassa i nervi, devi continuamente chiederti "Ma chi è questo? Cosa vuol dire 'sta roba qua? Ah, magari sarà simbolismo, come dicono i critici simbolisti e simbolistici...". Questo eBook ti fa venire il mal di testa: 1) perché devi leggerlo con l'e-reader; 2) perché sì. Tipo Gadda o Manganelli.

Hanno ragione le studentesse universitarie che lamentano: "Ziocaro, questo Gadda mi fa venire le palle, come Giois"; "Che palle questo Deleuze: non si capisce una mazza, fa venire la palle ai ginocchi". Ma fortunatamente beccano 30 / 30 e lode.


(Qua si stenta a venire al dunque, e dunque):

23 racconti, anche se ce ne sarebbe un 24° consistente nelle NOTE (VIRTUALI) DI QUARTA DI COPERTINA in stile deleuze-iano, atte a tenere lontano il lettore, in modo da portare a 399 il numero complessivo dei lettori italiani -- e poi a 398, 397, 396, e via di seguito, fino a un bello 0 (zero) rotondetto.

Ecco dunque le note di quarta ufficiose (che ci siamo ben guardati dall'inserire nel libro). Le note fanno quasi quasi un racconto a parte, che si potrebbe appropriatamente intitolare:

 

Il 24° racconto: le note di quarta di copertina

 

(con sottotitolo più che mai adeguato)

Fra Deleuze e Rewordify


(Da spezzare):


Parte prima:


Percorsi da suggestioni filmiche nella forma di richiami-rimandi a situazioni e personaggi (spesso) riconoscibili, e il cui monopolio è minacciato da infiltrazioni narrative di vario segno, i racconti compresi in questa raccolta sono convegno di mostri (monstra) vecchi, nuovi e futuribili, 23 anelli di una melodrammaticacatena della costernazione” (è il titolo del primo segmento) che si snoda incerta circa la propria reale natura, tuttavia destinata a un’inevitabile metamorfosi comica.
Lungo questo percorso ci imbattiamo in caratteri bisognosi della nostra solidarietà per affrancarsi da un universo pateticamente doloroso, mendicanti un riscatto dall’opprimente dubbio – di per sé logicamente sovversivo – “che cosa si può dire che non sarà già stato detto?”, quesito la cui unica risposta, nell’ipotesi più benevola, è un moto di ilarità.
Non si può però escludere che i nostri volenterosi intrattenitori ne siano sufficientemente appagati e che la loro percepita assenza da se stessi, l’ostinata latitanza dal tempo-durata corroborata da un linguaggio-memoria che afferma quale sola consistenza il rifacibile, finiscano per mettere in imbarazzo l’umanità del fare e del creare, interrompendo in ultimo l’ameno patto di complicità con il lettore. Che non si vuole spaventare ma con ciò preparare ad incontrare, in questo conflitto di makes e remakes, individui e peripezie appartenenti al dominio del “ce l’ho, manca”, fra cui:


(Parte seconda)


lo slow burn del primo anello della detta Catena,

il detective Pinkfinger (altrove “Ditarosate”) che non vedrà mai realizzato il sogno di una sfida al più celebre Goldfinger,

un tenente colonnello (generale? macché) Custer ospite di un centro rehab,

l’Apocalisse di Giovannin Senza Paura,

le vostre/nostre nonne incomprese,

Norman Bates ravveduto (?),

l’impegnativa e cavillosa gara a distinguere fra “liberalizzare” e “legalizzare”,

King Kong e i possibili difetti di una moderna democrazia,

cosa può succedere a frequentare una scuola serale di portamento,

il “sì lo voglio” di Molly (Bloom) nostra finalmente disvelato,

l’uomo è il migliore amico del cane,

inediti message boards dell’IMDB,

aspiranti fondatori di repubbliche di banane alla banana,

ritratto dell’Uomo Forte,

perché un papa senza nome (tandem!),

esemplificazione di microsceneggiatura di un remake filmico a regola d’arte,

un van Gogh di dubbia attribuzione, 

l’infinire e altro non anticipabile.

Ma ora che proprio il tempo, questa invenzione senza futuro, pare stringere peggio che una tenaglia, è meglio spicciarsi, fratello mio che tieni il sacco: in fretta, si va!


E vai!