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sabato 6 dicembre 2014

San Nicola di Bari e il principio di non contraddizione

Corsi e ricorsi della storia semo noi

(e voi siete ’na cozza grande)


Ancora, circa l’orrenda fine dell’Impero (o Regno – dopo i giorni del Governo in Esilio), vorremmo soffermarci su un curioso reperto video (e audio) risalente agli anni più dolorosi, in particolare quello della Rivelazione (ricorderete che l’allora Capitale capitolante fu colta e scossa di sorpresa – si diede a intendere nella furiosa concitazione del momento; tuttavia non si vollero riconoscere i prodromi della prossima disgregazione. Ciò, tipicamente, avvenne troppo tardi).
Il sogno della cozza
(Illustrazione di Stefano Baratti)
Il documento audiovisivo indica che la sera di un 5 dicembre un “canale televisivo” (ne abbiamo già trattato, ma torneremo sul concetto a vantaggio di coloro ai quali esso risulti tuttora aspro), con il compito di far superare senza traumi all’utente quel periodo critico della giornata (si pensi all’ora violetta o a quella che n’infrollisce ’l core) compreso fra le ore 20.30 e 21.00 (tempo estensibile a seconda delle esigenze del flusso pubblicitario – oggi più noto come sequenza di “messaggi liminali non occulti”, i limina fissati nella loro pianificata incertezza), “trasmetteva” (usiamo il termine pertinente a quella tecnologia) un trattenimento sovrinteso da una padrona di casa (detta anche “giornalista”; su questo concetto ritorneremo, ma si veda questo specimen) che ospitava tre chiari personaggi della mondanità dell’era, due dei quali vantavano la doppia (dubbia, ancorché in auge massima) qualifica di “giornalista-scrittore” (oggi Giano estinto) e un terzo (sempre secondo il vocabolario tecnologico allora in uso) detto, soprattutto da se stesso, “artista”, più precisamente “cantante” nonché “musicista”. Egli presenziava in forma virtuale, tramite il cosiddetto “collegamento esterno”.
La coppia “interna” aveva per nome rispettivamente Uther (spiegò: “Mamma e papà vollero omaggiare il pastore Martin Luther King, restando al di qua dello sfacciato esibizionismo; ecco il motivo della mutilazione”) e Diablo Sputafuoco. Nome e cognome autentici, sottolineò, e poi soprallineò che mamma e papà erano gente alla buona. (Voleva essere una furba quanto immotivata stoccata al collega – che sorrise fra il cereo e il terreo a dissimulare la bitchy resting face femminea).
La compagnia, dunque, per decisione statutaria della donna-anfitrione, “dibatteva” o “discuteva” intorno a un argomento all’apparenza vuoto, destituito di senso comune (come lo intendiamo noi, per carità) e specialmente (abbiamo potuto e dovuto constatare dopo molteplici disamine del “video” imprigionato nella fitta ragnatela del tempo) ispirato al o dal principio di contraddizione. Ci rendiamo conto che l’affermazione è ostica, oltre che rischiosa, pertanto cercheremo di spiegarci al meglio delle nostre capacità.
In quei giorni, il Regno o Impero (si è sopra accennato), quasi che la storia fosse incline – umile rivista d’avanspettacolo – a dar repliche (sappiamo che non è così),  era traversato da profondi sconvolgimenti (inizialmente dati per sotterranei), vi risuonavano largamente annunzi di una fine imminente o quantomeno incombente mica per ischerzo, con i cosiddetti barbari stavolta non alle porte, bensì saldamente radicati, incredibilmente rintanati nell’humus di quella società da, all’incirca, un sessantennio – forse abbondante (che oggi ci può parere un lampo, ma non è così). Essa, di primo sguardo sorretta da un anelito d’amore, si reggeva, se osservata da occhi sfoderati di prosciutto e annusata con narici non ottuse da polverine magiche, su una controversa dinamica, o, in altri termini, si fondava su una rara, smaccata, appassionata da sembrare innocente forma di quello che oggi, senza falsi pudori, denominiamo “internossismo” cui aderivano con allegria gli universi o quasi.
Per evitare il plagio, anziché sottolineare vogliamo qui evidenziare la caratteristica principe (per altro oggetto delle sinceramente finte lagne di que’ cavalieri del tavolo rotondo con seggiolino per il moschettiere esterno) di quel fantastico mondo, dove tutto, ruotando invero su se stesso, è diretto dal motore immobile primo variamente denominato: paccaspallismo, gomitammiccamento, duspaghismo o macaronismo (e culinarismi vari), ossia quel procedimento metodico, quel sistema a doppie, triple, quadruple, quintuple ecc. fino a onniple alla enneple, in grazia del quale aristidi e narcisi montano effimeramente in tolda spintivi, oltre che da (culinari) calci al culo, dalla convinzione che la proprietà eterna della città possa transitarsi tranquillamente su di loro.
Ma per non divagare esageratamente: l’elemento che spicca per contraddittorietà nel reperto visionato è l’oggetto della discussione, consistente, all’ingrosso, nella domanda (ideata personalmente dalla giornalista): “Ma davvero nel nostro Regno è necessario godere di appoggi, conoscenze altolocate, ammanigliamenti, calci al – passatemi il termine – sederino, per diventare persone (o personaggi) in vista?”
Luther non poteva essere d’accordo che sì, pur avanzando con un linguaggio assai complesso talune riserve (di riserva). Dello stesso parere si disse lo Sputafuoco. Incuriositi da tanta e ardita (dati i tempi e i costumi) controtendenza e successivamente indagando su altri reperti d’epoca, abbiamo trovato che lo Spitfire al tempo (si parla di un pugno di giorni innanzi) era fresco reduce da un rituale primitivo, vale a dire la “presentazione” (cercheremo di sviluppare in altra occasione anche questo concetto astruso) di un suo romanzo di poche pagine e meno senso, evento “partecipato” (dirimiamo subito: in quei tempi e in quei costumi questo verbo si poteva far tranquillamente transitare – pressappoco come l’eterno dell’urbe condita aglio, oglio, stanglio ad libitumque) da rappresentanti d’ogni consorteria mondana della caput di quell’Impero in putrefazione: schiere di giornalisti, scrittori, giornalisti-scrittori, giornaliste, scrittoresse di trilogie, triadi e tribadismi, figure in vista, figure nascoste, figure malcelate, figurine e figuracce; uomini chiunqui con donne qualunqui, finanzieri, finanziere, tardi manager prêt-à-manger, preti dei Prati, capibastone d’ogni fazione, attori e attore di fikcion-fuk-cion, esperti di comunikk-kekcion e di sti-kak-cion, ce n’era per tutti, abbiamo scoperto: e se non ce ne fosse stato, lì per lì (=2601) si distribuivano predicati come fossero ostie-lido: un “dottò” non si nega a nessuno, nemmeno a un primario di una clinica inchiestata. E (quasi) infine, uno o due, ma soprattutto un “cantautore” (altro concetto obsoleto: ma ci si dia un’infarinatura) vichiano, inventore della tesi filosofica secondo la quale la storia saremmo noi. Peccato davvero che non avesse chiarito chi fossimo noi. Oggi, anche grazie al nostro prezioso reperto, lo sappiamo.
Ecco la storia, infine, quella con non senza l’esse maiuscola, e il resto delle lettere mancanti: un mucchietto di popolani, arruolati nelle barracks e condotti in corriera al luogo del meeting, una libreria con 12 soppalchi e 3 parterre: biglietto pagato e buono mensa, eccoli lì, seduti par terre, in attesa del pax tecum di Sputafuoco: quella dedica personalizzata, seppure illeggibile (“Eh eh, me fa male er braccio e puro er gommito, ehh eh”) in frontespizio, che se fanno tanto de caccialli dalle barracks gnente gnente ja’a sbattono in muso a quarcuno.
Circa l’Uther, pardòn (la elle lo fa ’ncazzà), gli parlavano sopra, non s’è potuto – sinora – approfondire il carattere.
Quanto invece al personaggio in “collegamento”, vi confessiamo di aver faticato non poco ad afferrarne il pensiero nella sua articolata totalità. È del resto vero che si esprimeva in un linguaggio stranito, irto di “appunto” (ma lui non appuntava mica: tutto a braccio andava, tutto a braccio, manco un mezzo gobbo da fregargli la schiena, che così lo drizzava), schierati nell’area del fumetto che li conteneva ma che stentava a trattenere parole che tu dici umane, simili a cavalli di Frisia, a limitare i confini delle sue brachilogiche espressioni, quasi uguali a frasi, che si bloccavano con frenata improvvisa subito dopo soggetto e predicato, forse predicato e soggetto, magari anche soltanto oggetto, cosa, come un filosofo di Lagado con il suo carico di altrimenti indicibile. Appunto.
E il suo nome era F-Athos Morganos, all’apparenza un’illusione, un miraggio, ma simile a un moschettiere novecentesco; la voce roca e temibile, di uno che fa sul serio, i capelli artatamente screziati di tinture zebresche, e già che c’era informò d’aver anche lui scritto un libro, di soggetto vibratamente confuso (di titolo non ricordato o duro da strappare alla punta della lingua) – oggi, dopo la caduta della decadenza alla fine dell’Impero, diremmo “vacuo” –, forse, probabilmente incentrato su un non-concetto, quello di una inedita solitudine esistenziale, dovuta alla perdita dei vecchi compagnoni F-Ethos, F-Portos, F-Aramis, F-D’Artagnan.
Ma l’esistenziale, vuoi anche improbabilmente plagiato da Dumas, è carta infallibile a far breccia nel cuore dei viandanti perduti, e il libro (questo, in particolare) una letale arma di propaganda. Costui, come a parlare di un’illusione, di un miraggio (di se stesso, a se stesso), come in controtendenza ai controtendenti, sosteneva che “secondo me” (in ciò era indubbiamente un Galileo mancato – ma per un misero soffio) “conta quello che uno fa e vuole” (in ciò, invece, un mostro bicipite: Emerson e Schopenhauer incompleti, ma determinati a completarsi).
Cadde soltanto su una banale e faziosa domanda della anfitriona – per altro di ordine politico. Fu il suo spirito ribelle e anarcoide a fargli rispondere: “Non ho votato alle due ultime legislazioni” quando ella gli chiese birichina: “Per chi vota lei?”

La brigata – si esamini pure il nostro reperto, noi siamo qui a disposizione – s’intrattenne allegra per 35 minuti, dando l’idea di star impartendo una dura lezione al viandante smarrito, insieme a una sonora bastonata al principio di non contraddizione. Resta poco da aggiungere, ma d’un certo interesse storico.
In fumo nel fumo del tempo, dimenticati da tutto (consideriamo che dimenticare richiede qualche impegno e un minimo di attenzione a ciò che si dimentica: non vorremmo finire col contraddirci), ma non da tutti. Quella notte, il 6 dicembre di due secoli fa (197 anni, per la precisione), San Nicolò di Myra (detto anche di Bari) omise la sosta presso le abitazioni di Uther, Diablo Sputafuoco e F-Athos Morganos.
La maledizione vige ancora per i loro discendenti.

giovedì 24 luglio 2014

L’uomo particolarmente cattivo

L’uomo particolarmente cattivo
Un tirapiedi veglia sull'incolumità dell'uomo
particolarmente cattivo.
Redattori di Chi l'ha visto indicano in questa figura ambigua
una delle possibili sembianze assunte dall'AntiCristo
o dall'Anti-Bugs Bunny.
(Illustrazione di Stefano Baratti).
L’uomo particolarmente cattivo è riconosciuto pressoché universalmente come tale, nella misura in cui quasi tutti sanno distinguere la cattiveria dalla bontà, ovverosia il male dal bene – anche con, rispettivamente, la “m” e il “b” maiuscoli.
L’uomo particolarmente cattivo misura 131 cm in altezza, pur non essendo affetto da nanismo. Ne può costituire una prova il suo avere prestato servizio militare presso i Granatieri di Sardinia (quelli dal motto “tante sighe, poca frinia”), ancorché come addetto di führeria, nello specifico incaricato di stilare le tormentate liste concernenti le punizioni da somministrare a lavativi e a sospetti imboscandi. Con tanto impegno e fantasia assolse a questa incombenza, da meritarsi, negli ultimi tre mesi di naja, il privilegio di ideare castighi corporali e spirituali di rara crudeltà ed efficacia.
L’uomo particolarmente cattivo ha un volto tanto curioso quanto fuorviante: in un ipotetico mondo popolato da Bugs Bunnies, esseri proverbialmente carichi di simpatia, egli potrebbe essere considerato l’Anti-Bugs Bunny, così come noi delle civiltà occidentali a radici cristiane vantiamo, temendola, la controversa figura dell’AntiCristo. Ma di questo infame spettro – poiché “chi l’ha visto?” – non si può asserire con certezza che sfoggi due incisivi cunicolari. Né che sorrida mutamente nel compiere una malefatta, o, specialmente, dopo averla compiuta. Che invece è tratto distintivo primario dell’uomo particolarmente cattivo: le sue vittime, in prima battuta lo trovano simpatico, in seconda realizzano che è troppo tardi per ogni cosa, che esistere è doloroso fino all’ingiusto, che meglio morire e tutta una serie di cupi azzardi da melanconici.
Stando a un’opinione diffusa, e ingrassata dal detto deandreiano, uno come lui sarebbe una “carogna di sicuro” per avere “il cuore troppo vicino al buco del culo”; ma questa illazione-accusa non ha fondamento: abbiamo già premesso come, a dispetto della modica statura fisica, la microsomia (in senso clinico) gli sia aliena.
Non è affar nostro indagare sull’eziologia della sua malvagità. Anzi, cattiveria. Esponiamo per conoscenza i fatti, alla stregua di giornalisti su da bravi. Ma non siamo giornalisti, questo ci teniamo a sottolinearlo, con quella forza infusa dai blogger paranoici nei loro indiscriminanti disclaimer, laddove essi paventano l’avvento, agli albori del giorno, di qualche forza speciale (marines, teste di cuoio ecc.) che, dopo lo spavaldo assalto, resili inoffensivi con camicie costrittive, provvede successivamente alla chiusura della loro fonte di sussistenza.
Inoltre – altra importante sottolineatura ed evidenziazione – voi che ci leggete (le statistiche ci dicono che siete milioni) ci siete testimoni che non è nostra intenzione urtare i nani, ma semplicemente stigmatizzare uno o più attimini quanti ci pare poter far cadere nella categoria degli uomini (con la “u” maiUscola) particolarmente cattivi.
L’uomo particolarmente cattivo, con tutto il suo sorriso smagliante, conta numerosissimi detrattori, lo scopo della cui esistenza è detrarlo dalle spese, un progetto destinazione eternità fallimentare. Precedendoli (grazie ai servigi di addestrati tirapiedi ed esperti spioni), egli li detrae dal mondo annichilandoli in tempo utile. Quella che segue è una rivelazione shock (usiamo questo vezzoso sintagma di fresco conio ma già largamente in auge fra gli amici giornalisti), ma disgraziatamente vera, benché non – ai fini penali – comprovata: si ha ragione di credere che l’uomo particolarmente cattivo abbia fatto assassinare le sue prime sei mogli per il gusto di eguagliare il primato detenuto dallo scismatico (forse anche scisso) Enrico VIII re d’Inghilterra e di Erin, odiato perché notoriamente misurava 131 cm – solo in larghezza: 180 ca. in altezza.
Un appello: mettete in guardia l’eventuale settima.

L’uomo particolarmente cattivo, nonostante tutto, si dichiara (ed è) un soggetto democratico e rispettoso – oltre che promotore dei valori – della Costituzione. Egli, a riprova che ciò non è favola, ogni 25 aprile, 2 giugno e 27-30 ottobre, espone ai balconi più vessilli dai tre colori: bianco, rosso e verde nei giorni d’autunno, con però bleu in lieu del verde in quei due di printempo.
L’uomo particolarmente cattivo – a momenti ci dimenticavamo di precisarlo – è un capace e ardito intraprenditore. Sua non troppo occulta ambizione è diventare, un giorno, più famoso di John Lennon (e sappiamo cosa ciò sottintenda) e più benemerito dei Giovanni Agnelli. Perché il piano s’inveri, è necessario agire freneticamente, stringendo patti e alleanze di contorni alterni, chiudendo gli occhi su compromessi avventati, trascurando inutili calcoli preventivi. L’audacia gli ha consentito, in pochi anni, l’avviamento di decine d’intraprese e l’imbarco in inevitabili avventure, in forme variegate.
Alla luce dell’iter e della routine contraddistinguenti di volta in volta le iniziative (l’uomo particolarmente cattivo inaugura una data attività; assume decine di padri e madri di famiglia, legandoli al suo destino con un contratto scritto in piccolo piccolo, più in piccolo che le giuste precisazioni-minaccia bancarie e/o delle compagini di sicurtà; presi sui nervi e per bisogno, i futuri dipendenti [meglio: collaboratori] non sprecano tempo nel tentare di decrittare quelle parole incise su capestro, e si mettono al lavoro, pieni di buona volontà, di speranza in un avvenire migliore per sé e per le loro proli, illusi trattarsi d’un segnale di ripresa finalmente fattosi carne secondo le preveggenze degli economisti, un preannunzio di quella famosissima luce là dove ha fine la galleria, di – a tanto ammonta la loro credulità-disperazione – un indizio messo lì a bella posta, e con sapienza evocativa platonica, dalla provvidenza sociale. Ma, scadute le prime tre settimane e mezzo, l’uomo particolarmente cattivo dichiara fallimento e lascia tutti quanti con un palmo di naso), si è sparsa la voce che questa creatura in 16° sia affetta da turbe in testa – piuttosto che da cattiveria, o malvagità. Si è sparsa perché il coraggioso columnist di un foglio locale di proprietà del piccolo-grande errore, dicendosi forte di prove inconfutabili (e rassegnato al licenziamento), ha rivelato, in articolo definitivo, testamentario, mortis, il suo padrone essere – con alto numero di probabilità – un minus habens. Oltre a ciò, il giornalista ha fatto circolare la registrazione di un colloquio fra l’uomo particolarmente cattivo e un professionista del settore turbe al capo, il quale – pare certo – lo ha avuto (e lo ha,  ancora per poco) in cura. Ascoltando il compromettente reperto, si può riassumere tanto:
il pericoloso incrocio di psicologo e psichiatra, rassicurato dai generosi “pagherò” esibiti dal paziente, diagnostica: “Lei non è cattivo: è soltanto indisposto”. Dopodiché gli prescrive, anziché,  come logica e tradizione vorrebbero, la dolce euchessina, uno psicofarmaco, di recente introduzione, a effetto contrario: nella fattispecie/sottospecie – come la generalità degli antidepressivi, affamante – con aumentati poteri astringenti.
L’unico possibile riscontro – conclude l’indagine dell’ardimentoso giornalista – al più alto desiderio espresso dall’uomo particolarmente cattivo, il quale, consapevole che nulla al mondo lo avrebbe elevato al metro e 80 di Enrico VIII, si sarebbe parzialmente consolato, eccedendo nell’alimentazione e frustrando volonterosamente la fase ultima che ne segna il ciclo, fino a uguagliare il sovrano e superarlo in larghezza alla vita.

C’è un episodio, suddiviso in due parti, la prima delle quali può essere scambiata (è umano) per “momento di lucidità” da parte dell’uomo particolarmente indisposto.
A seguito di uno dei tanti pasticci combinati, una delegazione di accomiatati senza giusta causa, su suggerimento del di lui avvocato (“tanto non hanno letto il contratto”, è il suo mica da ridere argomento), ottenne udienza dall’uomo particolarmente cattivo (o indisposto). Erano decisi, questi padri di famiglia, a inchiodarlo a certe sue responsabilità. L’anfitrione stette ad ascoltarli, ignorando finanche i mille squilli generati da tirapiedi previo accordo. Si mostrò sinceramente interessato ai loro discorsi studiatamente fermi, alle loro rivendicazioni di stampo democratico, alle loro lamentele vuoi anche ricattatorie (figli da mandare a scuola, bollette da pagare, mettersi nei nostri panni ecc.). Per un  attimo, anzi, credettero gli ex dipendenti (o collaboratori, ma comunque ex) di star sul punto d’averla avuta vinta e dunque liberarsi dell’infamante marchio, ex, per l’appunto.
Questa la prima parte.
La seconda.
L’uomo particolarmente cattivo/indisposto sviluppò un rossore da parere un vasto eritema, quel rubizzo malato dei bevitori irredimibili, ché le gote ne tremarono come collateralmente; gli incisivi sembravano battere assurdamente l’uno a indispettire l’altro, prima che sugli apparenti decidui della dentizione inferiore (semplici marci per incuria – il giornalista sopra, malignamente, sostiene per natura). Cercava – era evidente a tutti i presenti – un alito per i pensieri, ma trovò salivette, che sputicchiò soffrendo chissà quale sentimento di vergogna.
D’un folle improvviso, ritornò con onnipotenza a sé. Diede l’indispensabile retta al richiamo di un fisso con le parole: “Ora sono impegnato”. Sdegnò un mobile.
Guardò l’avvocato suo, l’avvocato lo guardò, senza nemmeno azzardare sottecchi da briscola. Pertanto l’uomo particolarmente cattivo non vide altra soluzione che esprimere ai delegati: “Anche voi, però…” congedandoli poi con il gesto dell’ombrello.

C’è un altro episodio ancora, non meno dibattuto.
Tempo fa, all’uomo particolarmente cattivo, gli morì, d’una di quelle classiche disgrazie sul posto di lavoro, un collaboratore ancora nel fiore degli anni, un giovanottone buono e allegro, in vita appassionato di calcio, che praticava per diletto dando anima e corpo in una squadretta locale. Lui si presentò nella camera ardente appositamente allestita, dove la madre del ragazzo, straziata, persisteva nella tipica domanda che, vanamente, sogliono fare fra i singhiozzi le madri in questi casi. “Ma perché…. perché… Perché?...” Tutti i parenti, amici e conoscenti, a sfilare e a consolarla: “Coraggio, coraggio…” accompagnando l’esortazione (quasi un ordine) con un gesto simbolico, un tocco di braccio sulla spalla alla luttuosa, uno sfiorare di carezze, o mani tue fredde nelle mie tiepide e, infine, se hai bisogno di qualcosa.
Anche l’uomo particolarmente cattivo, su sincera indicazione del suo avvocato, si avvicina alla madre mutilata del suo creato. Non che le metta una mano sulla spalla, ma le presenta, con un consiglio, una verità: “Coraggio… Ora suo figlio dorme con gli angeli”.
La donna, senza nemmeno vederlo, prosegue incontenibile, urla indeterminatamente: “Ma perché?... Perché?...”
Per un istante tramutandosi in uomo particolarmente buono, si corregge: “Anzi, al fianco di Giacinto Facchetti”. Ne è certo.


Il celebre Congedo di un padre di famiglia
(dettaglio).
(Già in pinacoteca personale dell'uomo particolarmente
cattivo.
Attualmente sotto sequestro conservativo).

CORRELATO: Il signor Udo






sabato 19 luglio 2014

(Goodbye) Ruby Friday

En attendant Googlebot
(Illustration par Stéphane Étienne Bienarmé)
She would never say where she came from.
Yesterday don’t matter if it’s gone.
While the sun is bright,
Or in the darkest night,
No one knows, she comes and goes.

Goodbye Ruby Friday,
Who could hang an age on you?
When you change with every new day,
Still I’m gonna miss you.

Don’t question why I need to be so free.
I’ll tell you it’s the only way to be.
I just can’t be chained
To a life where nothing’s gained
And all is lost, at such a cost.

Goodbye Ruby Friday,
Who could hang an age on you?
When you change with every new day,
Still I’m gonna miss you.

There’s no time to lose”, they heard me say.
Seal her lips before she gives me away”.
Lying all the time,
She won’t be contented with a dime.
(Ain’t life unkind)?

Goodbye Ruby Friday,
Who could hang an age on you?
When you change with every new day.
Still I’m gonna miss you.

sabato 31 maggio 2014

Joe's Farage

U-KEEP it greezy so it’ll go down eezy

 

“Uhh, a coppola quartsa beer ’n
a faggy on the side... What else?”
(I mean.. not that faggy...)
Joe Cricket:
It wuzn’t very ludge
Dere was Justin Uffroom to cram the drums
In de conna ovuh by the dudge
It was a fifty-4
Wid a mashed up door
Anna Cheezy li’l
amp
With a sine on the front sad
“Fan the Champ”
Anna Sekkinhan guitar
It was a Strut-O’Custer wid a wham-me bar


Nigel:
We cood jam in Joe’s Farage
’is momma was screemin’
’is ded was med
We was playin’ de same old song
Indie aftahnoon ’n sometimes we wood
Play it all nite long
It was all we ’noo, ’n easy tew
So we woodn’t git it wrong
Awl we did was bender string like...




Hey!
Down in Joe’s Farage
We didn’t ’ave no dope or Ellis-D
But a coppola quartsa beer
Wood fix it so the intonashin
Wood not offend yer eer
And da same old chords goin’ over ’n over
B-came a symphony
We cood play it agin ’n agin ’n agin
Coz it sounded good to me
WON MO’  TIME!

We cood jam in Joe’s Farage
His mama was screamin’,
“TERN IT DOWIN!”
We was playin’ the same ol’ sung
Indie ’alf-to-noon ’n sometimes we wood
Play it all nite lung
It wez all we ’noo, ’n easy tew
So we woodn’t get it rawn
Ev’n if you played it on a sex-o’phone

We thawt we wuz pretty good
We tawkt about keepin’ the band to gather
’N we figgered that we shood
’Coz about dis time we wez gettin’ d-eye
Fum the gals inda naybahood
They’d all come ovuh ’n denser ’round like...

So we picked out a stew-pid name
’ad sum cards printed up f’r a coppola bux
’N we wez on our way to fame
Got matching soots
’N beetle boots
’N a sine on the back of the kerr
’N we was reddy to work in a gaw-gaw-buh
ONE 2 THREE 4
LASSIE IF YOU GOT S’MORE!

Peeples seemed to like our song
Dey got up ’n danced ’n maid a lotta noise
An’ it wasn't ’fore very long
A guy from a company we can’t name
Said we otta take his pen
’N sine on the line for a reel good time
But he didn’t tell us when
Diese “good times” would be sumfin’
Vat was reelly Appennin

So the band broke up
An’ it looks like
We will never play again...

Joe Cricket:
Gas you only gat one chance in life
To play a song dat goes like...

Mrs. Borg-Dreeny:
Tern it dowin!
Tern it
dowin!
I have chilrum sleeping ’ere... .
Dontcho boys know a knee-nice song?


Joe Cricket:
Well da
yahs was rollin’ by
’eavy meddle ’n glidda rock
’ad caught the poblic-I
Snotty boys with lipstick awn
Was reelly flyin-I
’N den dey got dat disco thang
’N new waive came along
’N all of a sudden I fawt the time
’ad come f’r dat old song
We you-ster play in Joe’s Farage
And if I am not ’rong
You will soon be dancin’ to the...


Mrs. Borg-Dreeny:
The WHITE ZONE is for loading and unloading only.

If you gotta load or unload, go to the WHITE ZONE..

Joe Cricket:
I said the yahs was rollin’ by, yeah
The
yahs was rollin’ by...
Mrs. Borg-Dreeny:
I’m calling the pawliss!
Joe Cricket:
So the
yahs was rollin’ by...
Mrs. Borg-Dreeny:
I did it!
Joe Cricket:
So the
yahs was rollin’ by...
Mrs. Borg-Dreeny:
They’ll be ’ere... shawtly!
Joe Cricket:
By, by, the
yahs was rollin’ by...

Nigel:
This is the PAWLISS...

(blehr-blehr-Blair... blehr-blehr-Blair... 
blehr-blehr-Blair... blehr-blehr-Blair...
blehr-blehr-Blair... blehr-blehr-Blair... )
I like you K-naydians...

Mrs. Borg-Dreeny:
He used to cut me grass, he was a very nice bloke...

giovedì 22 maggio 2014

Chiudete quella porta (Ciao Lalique)

(Ciao Lalique, illustrazione di Stefano Baratti)


Ecco: c’è quella voce non la smette un istante: “Chiudete la porta, Cristo Dio, fate il favore; a che cosa servono le porte, sennò?” Allora io mi sono chiesto se quella è la sua voce. Più avanti, ho cominciato a chiederlo agli altri, a cominciare da Dorando, e su su – si fa per dire – fino a De Topis. I quadri intermedi mi davano l’idea di indifferenza, disinteresse, insensibilità vicina al callo. Sulle prime, risposte non dico certe, ma plausibili, zero via zero.
Poi, così, come dalla notte al giorno, qualcosa li ha spinti a tirare fuori la Giovanna d’Arco che è in loro e mi hanno spiegato la voce di chi è quella. Mi sono inquietato: “Non ci posso credere!” L’ho urlato in gola. Non ci potevo credere? E perché – o come – mai?
De Topis è capace di cose insospettabili, dunque. Lui, così dimestico del suo linguaggio, forte della sua parlantina... chissà come... Un quadernetto tipo da poeta velleitario, aveva. Me lo infila in una cartella come farebbe un carbonaro. Mi fa cenno di aspettare almeno fino alla pausa, e si allontana. Torna sui suoi passi. All’orecchio: “Di notte, ogni tanto, in cucina, tra le puzze dei piatti sporchi”. E si allontana.
Il partito si macera. Parentesi. Si mortifica nell’inesprimibile. Parentesi. Il partito è Caverna. Il partito è in torturata ascesi, sgrana rosari, inciliciato. Le cose, in verità, stanno come segue: al tempo dei tempi, il partito aveva il suo trono sulla montagna. Capite? Un quadernetto di quelli che ci si porta appresso nel tascone interno del cappotto e che ci si ferma a riempire in un bar, per esempio.
A capo.
Nella notte dei tempi Esso produceva agende e vademecum, che riforniva ai. Cassato. di cui riforniva i propri adepti. Costoro riempivano le agende di schizzi surrealistici durante le assemblee, mentre ascoltavano il partito, quando il partito non era taciturno, non era il film muto di adesso, ma aveva una parola sana, robusta e di buona costituzione per tutti, si attivava per prendere le misure agli ignudi e vestirli, pagare da bere agli assetati, stilare la lista della spesa per gli affamati, sollevare i bambini al cielo al proprio passaggio fra le transenne, moltiplicare i grani di latte in polvere nei petti delle donne. Lo sapevo ironico, ma non così pericoloso. A capo. 
Ora il partito non si pronuncia. Perché sospetta di essere impronunciabile. Perché voci in corridoio (in contrasto con la sua voce) danno il partito prossimo alla forbice dell’impronunciabile. Ma c’è ben altro, signori nostri. 
C’è una sovrapproduzione di agende e di vademecum da parte del partito. Le agende in eccedenza vengono – questo va riconosciuto come un merito – riciclate per i bimbi delle elementari che si impratichiscono nella rappresentazione di insiemi; i bimbi stanno imparando a disegnare insiemi di partiti: conoscono l’insieme FLOP, l’insieme FLIP, l’insieme FLAP, l’insieme FLUP (questo, le classi del primo ciclo). Mi ricorda le ingegnose invenzioni del capitano Lemuele Gulliver. Via via, imparano a conoscere l’insieme FLOPULP, FLIPALP, FLAPOLP, FLUPILP, fino agli insiemi più complessi, tra i quali includiamo il FLOPALPFLUPFF e il PFAFFLOPPLULLPPLL (FFFPPP). Di qui – ma nulla di più – l’indicibilità del partito”.
I vademecum erano pieni di errori di stampa. Per lo meno li avevano tolti dalla circolazione e dati da correggere.
Da questo punto di vista, ora sono un bijou. Però sono un disastro di sintassi. 
Be’, non farmele girare, adesso!” mi ha apostrofato De Topis, di ritorno dall’Elba.
Ha gonfiato le gote per mimare acqua in bocca. 
Cara?” gli ho chiesto goffamente con l’acqua in bocca. 
Figurati. Da spellarti fino all’osso”.
Ho girato e rigirato i pollici aspettando qualcosa. Forse che mi infilasse di soppiatto in un cassetto o in una cartella un quadernino riempito durante il soggiorno all’isola. Aumm aumm. 
Io... ho preso una decisione...” faccio. 
Sarebbe?” 
Rispedisco il vademecum, le agende e tutto quanto al mittente. Io non ce la faccio a... Il partito è ormai geroglifico...” 
Tu mi fai girar, tu mi fai girar”, ha canticchiato De Topis, “come fossi una bambola...”
Mi ha buttato un braccio intorno al collo: “Ti ricordi? Ti ricordi?” Aveva gli occhi rossi. Ho spostato la sigaretta. 
Certo”, gli ho risposto. “È per questo che ho preso la decisione di liberarmi del vademecum. È incomprensibile, illeggibile, e, forse, anche irriciclabile”.
Continuavo ad aspettare un segno. Un quadernetto.
De Topis si è alzato in piedi e facendo un giretto per la stanza ha intonato una delle sue prese di posizione in bilico sopra una stanchezza infinita: 
Io ti capisco. Fai. Però sappi che forse stai prendendo un abbaglio enorme. Il fatto è questo, vedi: il partito è così perché si sta rigenerando, capisci? Il partito è l’araba fenice”. Aumm aumm. “Voglio dire che il partito sta tentando di ritrovare la strada dei primordi, è alla ricerca dell’urlo originario e... e... significativo! Per questo siamo disorientati dalla sua vocina momentaneamente anonima, stridula e triviale. Credimi: sotto c’è un ribollir di tini, per così dire, inaudito”. 
Aumm aumm?” ho gridato. 
Ehi, ma che ti gridi... Fuori di sarcasmo: sta attuando sforzi, il partito”. 
Attuando sforzi”, ho ripetuto con voce normalizzata. 
Nel senso di una rifondazione, sulla linea di una rivisitazione e ridefinizione, in vista di...” si è interrotto stanchissimo De Topis e si è appoggiato coi gomiti sul davanzale della finestra che dava sulla strada piena di odori. “In vista di riacquistare la propria configurazione di...” Gli odori dei nostri fratelli, e le loro voci, e i rumori prodotti da ogni oggetto creato dai nostri fratelli “… partito forte, quasi tellurico!”
De Topis è venuto a sedermisi di fronte. Ha detto: “Hai visto quanti valori giù in strada?”
Il partito è innominabile. Vaga apollineo nell’Elicona, contornandosi di belle donne. Il partito è un essere alato e ha perciò diritto alla temporanea follia. Il partito è poesia. Deve solo rispondere al cuore, e a nient’altro. Sgorbi e ghirigori suggeriti dalle anime de li mortacci di Breton prendono due facciate del quadernetto. A capo.
Il partito si inebria di nettare; gliene se rapprende un sacco sulla bocca, e ogni tanto ne perde particelle, che dalle labbra piovono giù giù giù”. Trovato nella buca delle lettere. 

***
De Topis è stato espulso – e privato del “De” – in quanto infame. In realtà soffre di un qualche esaurimento. Sentiva le voci.

Cerco e trovo la compagnia di Dorando, anziano uomo di partito, pensionando.
Ve lo presento.
Saluta, Dorando! 
Buondì, sono Dorando”.
E poi? 
Non sto mai con le mani in mano, trovo sempre qualcosa da fare”.
Da quanto tempo? 
Da quarant’anni”.
E poi? 
Poi vado in pensione”.
Avrai una forte liquidazione? 
Sì, e se resisto altri cinque anni, sarà fortissima”.
Hai fatto la guerra, dunque, Dorando? 
Sì”.
Quanti ne hai fatti fuori? 
Nessuno”.
Mentre ora ne faresti fuori... 
Quasi tutti”.
Perché? 
Perché non si rimboccano le maniche”.
Resterà nel tempo un ricordo di te, Dorando? 
Come?”
Ho detto: credi in Dio, Dorando? 
No”.
Nonostante i nostri spazi e tempi collaterali?
Come?”
Voglio dire: che cosa ti hanno insegnato le riunioni del nostro Rotary? 
Ahi ohi”.
Che c’è? Qualcosa che non va? Ti senti poco bene? 
La schiena, l’artrosi...”
È cervicale, Dorando? 
Per forza!”
Vai in malattia Dorando? 
Vedremo”.
Hai altro da aggiungere, nel caso non ci vedessimo per qualche tempo? 
Sì. C’è pressapochismo e ingiustizia a questo mondo”.
Perché, secondo te? 
Bisogna sapersi rimboccare le maniche. C’è sempre qualcosa da fare in questo mondo qui”.
Dorando. Ti sei mai chiesto perché in tutti questi anni ti ho sempre dato ragione? 
Tu sei della razza mia, per fortuna. Scusa se te lo dico solo adesso, ma mi sono affezionato a te”.
Anch’io, Dorando, perché tu mi hai fatto capire una cosa: che ognuno può avere la propria opinione. Deve, talvolta. 

C’è questa voce, da qualche parte, magari dietro una scrivania, sopra qualche sedia, chissà dove... c’è questa voce occulta che ripete: 
Chiudete la porta, santo Dio! Chiudete la porta quando uscite. Fa corrente, volano via le carte, vola via tutto quanto, ci buschiamo un raffreddore, un malanno... La volete chiudere, quella porta? È mai possibile che non riusciate a capire che le porte si devono chiudere? Quando si entra e quando si esce, che diamine!”
Tutti noi – compatti, ora – ci chiediamo se questa sia la sua mansione specifica. Perché c’è un gran viavai, qui. La gente entra ed esce in continuazione, e nella maggior parte dei casi non chiude la porta. È giusto ed educato chiudere la porta quando la si apre avendola originariamente trovata chiusa. La voce ha un’alta coscienza di questo principio. Non è un caso che spesso al suo grido aggiunga, abbassando il tono: “È una questione di civiltà, insomma”.
Tutti uniti, ora, ci chiediamo qualunquisticamente se questa voce venga pagata – e quanto – per l’adempimento del suo compito.
Un bel giorno, anzi, tirando fuori il Torquemada che c’è in noi, convochiamo il partito. Ci disponiamo in cerchio, radunati come una vittoriosa posse, a braccia conserte, intorno al partito, che abbiamo schiaffato sopra una sedia. Gli chiediamo con un certo tono una spiegazione su questa voce che grida di chiudere la porta e, pare, non faccia altro.
Il partito chiede che gli venga ripetuta la domanda. Noi sbuffiamo e picchiamo il muro col palmo della mano, e tuttavia gli ripetiamo la domanda, con un certo tono, molto meno conciliante del precedente. Il partito fa schioccare la lingua e si mette a guardare fuori dalla finestra il suo paesaggio da rebus: due are romane sotto un pero, miseri caseggiati, le rive di una delle due Dore, bambini che giocano a pallone tra le pozze, una militare che riparte salutando la sua bella alla fine della licenza; una vecchia dall’aria epica cerca di infilare il filo nella cruna, ma non ci riesce. Anche noi osserviamo quella scena insieme al partito. Scopriamo che il nipotino aiuta la vecchia, infila la cruna, la vecchia felice gli stampa un bacio in fronte, il bimbo si pulisce col dorso della mano, la vecchia si ricrede nel quadretto che serve alla versione stereoscopica del rebus. Vediamo ancora: orti devastati dalle talpe, padri di famiglia che attendono al gioco della morra al tavolino di un’osteria, passa una splendida giovane dal collo imperlato e si unisce a loro; e pescatori che stendono al sole le loro reti, una rada, due rade, tre rade. Una vecchia legge la regola, casamenti popolari e cala il tramonto.
Il partito si asciuga le lacrime, domandando scusa. Che facciamo? Lo scusiamo? Sì, certo, perché ha usato il preservativo. 
Ne siamo sicuri?”
Certo. Non si nota lo strato di malinconia sul suo viso? Esso non manca mai di formarsi dopo la sensazione di aver perduto un’occasione unica.
Il partito riprende fiato. Le sue domande successive sono: “Avete voluto fare i provocatori? Intendete perseverare?”
Noi replichiamo con indignazione: “Provocatori? Ma che c’entra la provocazione?”
Il partito si protende tutto, dice: “Okay, okay, non serve che vi scaldiate. Era per domandare, semplicemente per domandare”. Il partito si alza dalla sua sedia, si fa aiutare a infilarsi il cappotto e lascia frettolosamente la stanza – chiamato all’inderogabile.
Una voce urla: “Gesummio! E chiudetela quella porta quando uscite! C’è una corrente da stecchire una statua e voi lasciate la porta aperta. Chiudete la porta! La volete capire? Sennò, che cosa le fanno a fare, le porte?”
Il partito torna sui suoi passi, visibilmente imbarazzato. Dice: “Scusate”, e si allontana più in fretta, chiudendo dietro di sé la porta.

domenica 18 maggio 2014

L’uomo che affrontava le catastrofi con un sorriso

Il podestà-daimyo Ta-mei Frenzō, su quantomai appropriato
sfondo viola, fa intendere a gialle lettere
che il clan Daspo non è (molto) più grande
delle sue paure e dei suoi rancori.
La vicenda dell’uomo che affrontava le catastrofi con un sorriso ebbe inizio allorché egli, una volta nato e trascorso per un’infanzia igienicamente perfetta, concorse per due posti di podestà messi a bando da un antico Comune, dove l’aere era tosco e le cui genti, respirandone e aspirandone, parlavano una lingua variante a quella che, ai suoi stessi tempi, l’Allagheri di Bellincione e Bella ebbe l’immodesta pretesa di lustrare. Ne fu punito, soffrendo una catastrofe che affrontò sorridendo o piangendo punto.
Condensando illegalmente fra esordio ed esposizione (quasi a dire: fra il capo e il collo): sette secoli grosso modo (fra cui lo sciocchissimo XVII) navigati sotto i ponti gettati tra banco e banco ad agevolare l’ansioso itinerario terrestre dell’erratico vuoto, la Lingua quasi immutata e il vuoto non tendendo a colmarsi, riabilitato un bel mucchio di toschi rubelli che ebbero i papi, tutto parendo, insomma, nel Paese immaginato volgere alla rotta compresa fra quella di Laputa e l’altra di Caporetto, l’approdo fu viceversa all’evento più notevole registrato in tutta questa lunga longa (si provi a esperirla in prima persona! e poi ci si saprà dire), per massima parte inutile spanna di tempo: il Bandito Concorso a capigoverno locale.
I posti (ci ripetiamo) erano due. (Ah, perché chiedilo a nonno! – per modo di dire). L’uomo, affrontandolo con un sorriso e con un canarino suggeritore, si avvantaggiò d’uno. Il secondo (che dice nonno?) fu appannaggio d’un concorrente minore incapace di dare noia. Per ciò stesso costituiva una iattura. Benché non recepisse stipendi o emolumenti d’altra sorta. La iattura non tardò a tramutarsi in avvisaglia di catastrofe quando questo strambo prese a molestare il condivisore di potestà comunale seguendolo ovunque e in ogni tempo. Le sue intenzioni erano buie. Le sue azioni stentavano a realizzarsi. Non era passibile di intervento restrittivo di quell’attitudine fosca. Si escluse (per scongiurare violazione di questa o quella clausola dell’ampia Carta de’ Diritti Umani) la sua denunzia giudiziaria. Ogni volontà non poteva. La cittadinanza rivendicava cose. La rivendicazione ruotava su perno annoso: l’annoso primato della democrazia. Come la democrazia incidesse su se stessa pungolo i diritti (sempre rivendicati, anche se non Umani) che ne reggevano il peso, chi lo sapeva. Il podestà primo isolò inquadrandolo con freddezza allegra il fenomeno.
Riunì l’assemblea di governo. Impose la dichiarazione di stato di catastrofe. Il voto la sancì unanime. La catastrofe non era cornuta. Né offriva altre protuberanze per cui essere afferrata. La città rimase astratta. I cittadini sfogliavano l’organo di stampa inaugurato in nome della catastrofe. Il quale con reticenza infingeva novelle. Il loro sapore era stantio. Nulla invero metteva a giorno nulla. Gli sviluppi essendo troppo inviluppati. Il notiziere in carta fu soppresso – quando, vagliato, risultò incontestabile il suo vizio di forma: esso si scriveva da sé. Come, chi lo sapeva. Non soffrirono conseguenze patetiche quanti avevano contribuito alla sua fondazione e diffusione. I quanti non venendo fatti accomodare per istrada ma iscritti ad un albo. Bianco.
L'assemblea di governo assiste, con sorriso
più grande delle sue paure
e dei nostri rancori,
alla dichiarazione di stato di catastrofe.

La catastrofe dilagava. Nella persona dello strambo e nella sua ombra-minaccia ombra dell’ombra dell’uomo che affrontava le catastrofi con un sorriso.
Che vediamo un po’: il suo sorriso aveva un che di, anzi era irreversibilmente netto, breve-lampo, retrattile. (Questo, se i nostri occhi non sono un’opinione). Lampeggiante. S’accendeva e si spegneva, da parerne immotivata o esagerata oppure sopra le righe sotto le rughe, o, ancora, uno scialo, l’alternanza. (Questo, se l’ENEL non è un’opinione). Era un’arma, bianca – se vi piace – ma propria. Di lui. Dopo l’archibuso, il raggio della morte e l’ifix-tcen-tcen, la più temibile – si assicura – conosciuta dal mondo e dalla sua triste storiA (con quella conclusiva desolante inappellabile A maiuscola da Impero alla fine del ballo del qua-qua), per più di un verso simile a quella di Stefano Pelloni.


Ma sul far d’una sera, mentre rincasando traversava i ponti vecchi affaticati benché lì a sopportare il Passatore vuoto, e col favore delle ombre, se quel lampeggiare cessasse, magari questo lo saprete voi – o, ancora, nonno. A quanto ci torna, e se l’ipotesi non è una tesi, non è improbabile, proprio allora, signori nostri, che il lume di quel sorriso, rischiarando l’emittente come arma di difesa, si smorzasse. Iattura, e non inedita. Perché il molestatore doveva essere appiattato in un qualche dove. Camuffato da un qualche qualcosa. Forse. Senz’altro. Altroché – dovette pensare non smentibile il podestà uno. Percepì sibili e suspiria, aliti, altri suoni di inquietudine e spavento, minacce tangibili dai tarli insiti nella mente sua, che, evàsine, dovettero aver esplorato l’aere tosco. Gli interstizi, le intercapedini del vespro che andava superandosi verso la notte. Il rapporto presentato dai tarli non sottintendeva. Il capoGiglio ebbe un fremito. S’attestò al limitare del ponte. (Uno dei – ma sempre Vecchio, da sempre, vecchio nato – appunto). Mise bocca al sorriso, ritratto, che – senza voto del pur (appunto) inutile consesso governativo dell’Ente locale – deliberò estrarre dal “qui si parrà la tua nobilitate”-fodero nel vano testa, applicandolo alla faccia illustrata di nevi – senza silenziatore, tutt’altro, ché all’inseguitore (o stolcher, in italiano) bisognava mettergli la fifa negra in brache anzi che la situazione si risolvesse nell’effetto inverso (od opposto o contrario) – in guisa Bond o Dorellik o “l’uomo invisibile diventa visibile”, sicché urge cambio strategia, e trasfigurossi tutto: quel volto Bellincione proiettò occhiate a tresessanta, a, individuandolo, stanare il potenziale assassino.
Qui, nell’abituale – di più: fanatica – osservanza del particolare canone, un urlo lacerò la notte (era sera, ma non importa: importa il rispetto del bistrattato canone; ma magari meglio “squarciò”?...).
Nessuno saprà mai dire se quell’urlo fu l’effetto o la causa di quello che avvenne o forse non avvenne, ma potrebbe avvenire – e anche non. Ma in un recesso… della... notte... Ma sì, della notte.
Improvvisa la procella intestina.
La corsa difficile, goffa eppure agile al più prossimo punto pubblico utile.
Il sorriso: tagliato netto, chiusura-lampo, retrattile.
“Dove scusi...”
“Là”.
“Grazie. Gimme 5”.
S’ciaff!

Il ninja Hirōtoro Torogirō (del clan dei Daspo), armato di pistola-compressore spegnisorriso atmosfere letali, era rimasto in attesa, nascosto nel pozzo nero della latrina, per 3 giorni e una sera. Quella.
Se la sua missione ebbe un successo (almeno parziale), lo saprete voi – mica noi.
Lordo, lo era ormai a sufficienza. Non fu quello il problema conseguente allo sparo d’aria che, centrato il nero occhio di toro, risalì le pareti viscide e impestate della burella connessavi fino a recapitarsi in inteso obiettivo.
Il guaio fu che il daimyo Ta-mei Frenzō, malgrado l’urlo che lacerò o squarciò la notte (ma in precedenza, o magari in contemporanea, le pareti del licet), prima di lasciare il locale di primo soccorso, nel riproporre al barista “Gimme 5”, contraccambiato con un invidiabile “S’ciaff!” forza cymbalo Slingerland in mano a tuo cugino, sciorinò, come panni in Arno, integro il sorriso (netto, nervo, scatto serramanico, e dunque retrattile) con cui affrontava le catastrofi.
Ma in quell’istante un urlo squarciò la notte. Sempre se la notte non è un’opinione.


Il ninja Daspo, camuffato da sua (di lui) sorella,
si addestra nelle giovenali arti marziali
con quel campione di nonno (tuo).





CORRELATO La donna che affrontava le catastrofi con un sorriso



ILLUSTRAZIONI DI STEFANO BARATTI

mercoledì 2 aprile 2014

F-35, un tasto dolente

A nostro modesto parere, i possibili punti di collocazione dell’F-35.
È la più interessante novità di Widows Apocalypse (“Apo”, per gli amici di wid), OS che il kolosso di Rodomont dovrebbe introdurre intorno al 2025: si tratta di un tasto posto sotto la tastiera del vostro pc (posto – non il tasto – che in quell’anno il pc dovesse esistere ancora nella sua attuale concezione – ma a Rodomont sono fiduciosi fino all’incoscienza, intesa come “unconsciousness”), lockato al momento dell’installazione di Apo, ma che ovviamente si può sbloccare previo pagamento (si parla di un toolino unblocker beta sui 300,000 [300mila] $), e che, una volta attivo (e premuto in combutta con il vecchio, caro CTRL – che tuttavia verrà aggiornato alla versione CTRL plus+ 0.0 [=0]: ma non aspettate l’ultimo momento, fate l’upgrade entro il 31 dicembre 2024) darà all’utente la possibilità di liberarsi di un altro utente che gli/le stia sulle palle – per dire palle a palle e win-o al win-o.
Ma vediamo di capire meglio la faccenda.

Gimmick particolarmente user-friendly, il suo utilizzo è semplicissimo. È sufficiente dotarsi del necessario. Per portare a compimento la missione di F-35, naturalmente bisogna essere in grado di navigare. A questo scopo, basta una speciale connessione (vrs. beta: Widows Blow-Up Unfriendly: si mormora di chiavetta [denominata un po’ nostalgicamente “Key LaVista”], durata 3 minuti ca., costo previsto 150,000 $: per il momento spara un colpo solo; ma è ricaricabile, per così dire, al costo di 60,000 $ – al colpo).
Quando tutto è bell’e configurato, è sufficiente individuare il computer della vittima (protetto tuttavia da Widows Firewall Stronghold: beta: costo: 30,000 $, costituito da una fortezza informatica virtuale – con tanto di fossato in cui sguazzano squali Widows Sharky, applicazioncine acquisibili al costo di 15,000 $ per sharky – munita di cannoni ad avancarica controwidows (Widower 0.0) virtuali a una palla [applicazioncina detta Monorx, beta, costo previsto al pezzo: 7,500 $], con tanto di scovolo (“Swabby”) per pulizia e deframmentazione della canna da inserire nella bocca (costo applicazione swabby: soli $ 3,250 – ma si possono trovare anche usati su ammmazzon, a costi talmente irrisori da scatenare una ridarella per giorni e giorni, senza limiti di tempo) del cannone ma, volendo, anche tua (se sei di bocca buona: il toolello “mouth cleaner” viene fornito gratuitamente se acquisti due swabby di seconda mano; e bada bene: puoi scegliere fra “swabby pink” e “swabby blue”, rispettivamente per femminucce e maschietti. Ovvio che se sei un feticista, tenderai a procurarti la versione del sesso opposto). Inoltre, per 1 (si dice UNO o UN!) $ puoi acquistare serventi ai pezzi NON VIRTUALI (trattasi di disperati in ossa [e un minimo di carne] oltre la soglia non solo della povertà, ma soggetti postkeynesiani, che accettano di svolgere questo servizio dopo essersi mangiati la famiglia [quelli che ne avranno avuta una – in caso contrario, Widows vi metterà a disposizione “Family Maker”, un tooluccio delta per farvi una famiglia e poi mangiarvela] e un paio di arti) che faranno tutto in vece del possessore del pc. Così manco ci si sporca le mani.

La parte più difficoltosa, superfluo sottolinearlo, è violare questo firewall. Non preoccuparti: il kolosso di Rodomont, a passi lievi, ti viene incontro, prospettandoti un’applicazioncina controfirewall prodotta da Widows stessa, in partnership con Morton De Fame-De Luxe, chiamata “Masoch Apocalyppa” (sempre 0.0); prezzo previsto (gamma): 200,000 talleri nordamericani. (Da notare che, se si esce dall’euro, per adottare l’arpa, tutti i costi sono da considerare dimezzati, una volta calcolato il cambio: per gli italiani in particolare sarebbe un affarone!).
A questo punto, in teoria, saresti pronto all’azione. Ma non va dimenticato che il tuo obiettivo si sarà a sua volta dotato di contro-masoch Apocalyppa di ideazione widowsiana: si tratta, per l’esattezza, di BlowItUp YR-S capace di neutralizzare qualsiasi contrattacco informatico. Costo approssimativo del tooletto di difesa: 400,000 bucks (ma da tenere sempre presente la questione euro-arpa).
È vero che a questo punto il complesso di parainphernalia dell’OS potrebbe risultare un acquisto proibitivo a livello di massa, ma soprattutto si potrebbe innescare uno stalling tale da non permetterti di completare la tua missione, ossia CTRL+F-35 e boom! Gli uomini – e le donne – di Rodomont si stanno infatti attivando per vedere se ci sia modo di ovviare a questa problematica. Per il momento non si sa cosa bolle in pentola (verosimilmente le bolle), ma fonti accreditate parlano di un progetto che non mancherà di spezzare questo circolo vizioso, vale a dire Widows Eternity, sostanzialmente una versione dell’Apo con le stesse funzionalità, ma a costi raddoppiati. Il che parrebbe illogico, ma non sottovalutare le sinapsi diaboliche di questi postcursori di Blade Runner: il loro evangelico (e mentre scriviamo inconfessato) intento di fondo è quello di impedire che l’OS capiti in mano alla massa (che, essendo emotiva, chissà cosa potrebbe combinare...), puntando piuttosto ad equipaggiare innanzitutto i “reasonable few”, cioè governi, istituzioni, enti (utili e inutili), stati e futuri.
(Il Regno d’Italia ha già prenotato l’acquisto di 16 milioni di OS con il tasto F-35. Pur non sapendo spiegare perché. Costo previsto: fatti tu due calcoli. Il Presidente di Widows, William Semimolli T. Cancello, si è detto soddisfatto. A giorni avrà un incontro con il Re d’Italia, probabilmente da tenersi a Teano. Ma non si esclude Canossa. Illustrerà al Sovrano il senso dell’operazione riferendosi all’opera omnia di Edward Lear, poeta-informatico cui il Cancello si ispira).
Ad ogni modo, nell’immediato, l’acquirente privato non avrà notifica esplicita delle (apparenti?) contraddizioni dell’OS. Egli fungerà da sperimentatore (a ogni possessore del Widows con tasto F-35, verrà impressa sulla fronte, a caratteri argentati, l’etichetta “Me
Ginii Piggu”, con una modesta spesa aggiuntiva di $ 990,89, ché sempre di argento si tratta, mica di carta stagnola...). Widows, oltre a fornire assistenza agli utenti in difficoltà presso suoi centri privati di détente shareware (“one small step for [a] man, one giant leap for Widows” – ha coniato W.S.T. Cancello), creerà per gli stessi appositi forum. E brecce. A colpi di cannone.

Il Re d’Italia (mangiatosi la famiglia e buona parte di se stesso),
collegato come periferica a un tablet Widows Apocalypse 0.0
a rotelle, comunica al Capo del Governo Italiano in Esilio
le sue prime impressioni sull’“attrezzo” (come lo definisce in
un’ardita commistione di modernità e antiquariato ravvisabile
anche nel telefono di foggia vetusta, pur rettogli
da un braccio androide).
(Illustrazione di Stefano Baratti).

RIASSUMENDO:

PROs:
- movimentazione di un numero incalcolabile di diseredati e reietti che troveranno collocazione nella fortezza virtuale (sia come serventi che come servitori – di un padrone). As a result, avremo azzeramento della disoccupazione a livello planetario;
- creazione di numero infinito di Widows, Widowers (e Orphans – ci permettiamo di far presente ai thinker-tanker di Rodomont).

CONs:
- il kolosso si è dimenticato di comunicare il prezzo dei cannoni (non saranno mica freeware? “one giant leap for mankind, one ultimate slip-up for Widows”...).
- se per caso qualche hacker dovesse essere punto da vaghezza e smanettare un attimo con CTRL+ F-35, azzererebbe pure lui – a modo suo, s’intende – la disoccupazione a livello planetario. Boom!

PS: quanto fa F - 35? Widows Apocalypse – sottolineano le truppe di Rodomont – è arricchibile di applicazioncina, detta “Qa-Balah Calculator”, in grado, fra l’altro, di svolgere operazioni alfa-aritmetico-matematiche di complessità inaudita, quali, per l’appunto, la sottrazione di un numero da una lettera (e, ovvio, viceversa), all’irrisorio costo aggiunt… OK, d’accordo… non scaldatevi… sarà per un’altra volta.

sabato 22 febbraio 2014

L’uomo che tossiva dal 1946

E come se la ride, mo’!
È notizia di oggi – di pochi minuti fa, anzi – che Alarico von Falkusfava, l’uomo che cominciò a tossire il 3 giugno 1946, all’indomani del Referendum che vide la non vittoria della Monarchia a detrimento della non sconfitta della non Monarchia, ha improvvisamente smesso di tossire.
(Chapeau!)
 

In questi quasi 68 anni, il suo curioso disturbo (l’origine del quale non è stata mai accertata) ha causato l’esaurimento nervoso di circa 2.553 persone che hanno avuto a che fare con lui. Fra costoro si sono altresì registrati numerosi decessi, secondo alcuni medici, che seguivano – da debita distanza – l’intossicato, direttamente o indirettamente connessi alla degenerazione degli stress neurosi in disorientamento culturale.
In questi lunghi e martoriati decenni, più volte avvicinato dalla stampa – sia garantista che forcaiola – per essere sottoposto a un’intervista, Alarico mai fu in grado di soddisfare le cortesi richieste a causa del flagello che gli impediva di parlare.
 

La tosse è stata per il von Falkusfava motivo di innumerevoli disagi, tra cui quello di non potere apprendere – sino ad oggi – gli esiti del Referendo, sia per connaturata mancanza di interesse nell’evento, sia per il frastuono della tosse (che lo rendeva sostanzialmente non udente), nonché per i violenti fremiti che questa gli provocava, incapacitandolo (verbo ampiamente improprio) a leggere un giornale o a guardare la tv.
Ha inoltre, in un primo momento, perso i denti, e, in un secondo, la dentiera (applicatagli con notevoli sforzi da un dentista-guaritore filippino, deceduto dopo l’intervento), senza mai – a differenza del fortunato Bruce Dern – ritrovarla, pur avendola cercata presso un binario triste e solitario.

Siamo ansiosi di incontrarlo per sapere almeno due cose fondamentali:
1) come sia riuscito a sopravvivere per tutti questi anni senza nutrirsi;
2) cosa pensi di Massimo Cacciari.

Possiamo anticipare che alla miracolosa guarigione è subentrato un riso quasi (per fortuna quasi, wow!…) ininterrotto, iniziato subito dopo che il vegliardo ha appreso i risultati del Reverendo di cui sopra.
Confidiamo di fargli altre domande circa la sua inusuale esperienza, sulla quale ci (più che vi… e a chi gliene cale una mazzeruola…) terremo informati e che – se Iddio vorrà – potrebbe risultare in un libro che non ci dispiacerebbe intitolare L’uomo che tossiva dal 1946, senzameno destinato al dimenticatoio.

(O forse è meglio L’Uomo che tossì per quasi 68 anni? eh? che ne dite? Cominciate a spammare il blog, anziché prendervela sempre con questo povero diavolo, forza!).


Illustrazione di Stefano Baratti.