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domenica 7 dicembre 2014

L’uomo di servizio

(Prima parte)




Non potendo, a causa dei miei fitti, pressanti, spesso ingombranti impegni, accudire degnamente alle faccende di casa, mi sono deciso ad assumere un uomo di servizio. Ho rinunciato ad assumere una donna perché, data la mia posizione – se sapeste qual è la mia posizione…–, so che le malelingue avrebbero di che malignare circa una mia tenuta in poco conto della donna (misoginia sarebbe eccessivo, anche se eccedere è il loro mestiere). Meglio, piuttosto, che esse facciano circolare un altro genere di voce calunniosa. Non saprei dire se questa voce è già in viaggio. Non m’importa. Ciò che mi sta a cuore mi pare sia chiaro.

Quest’uomo di servizio – non mi ha mai specificato se la definizione “domestico” lo urterebbe, perciò, nell’incertezza, giurai a me stesso che, in nessuna evenienza, in nessun caso, avrei usato questo appellativo nel riferirmi a lui – ha un nome e un cognome. Che non posso rivelare. In primo luogo perché egli ha diritto alla sua intimità (evito dispettosamente l’anglicismo d’obbligo). In secondo, ma non meno importante, perché li ignoro.



Sì, ho sentito la domanda. Ed ecco la risposta: non sono divorziato, né separato. Sì, ho vissuto per qualche tempo con una donna (nemmeno sotto tortura mi caverete di bocca quel termine, abusato, che indica, in sostanza, una concubina. Quel termine che fino a pochi anni fa usavano i comunisti fra di loro, e che ora i loro eredi si sono aboliti di bocca. Pubblicamente. So di già comunisti che continuano a rivolgersi quel termine in privato, tutt’al più in luoghi pubblici poco frequentati, e comunque badano a tenere la voce bassa. Sussurrano: “Come va, caro ***?” “Non c’è male, ***”. Non ce l’ho con i comunisti. Tutt’altro. Beh, forse “tutt’altro” è esagerato o addirittura non è il caso. Stabiliamo una volta per sempre che non ho niente contro i comunisti. Soprattutto perché non esistono più, si contrabbanda. Ma io ho motivo di ritenere che esistono eccome. Solo che hanno bandito – parzialmente – quella parola e hanno abolito il colore rosso. A me il rosso piace. Non lo avrei abolito, se fossi stato nei panni dei comunisti o, meglio, in quelli dei loro eredi. In casa mia il rosso abbonda. Qualche esempio? D’accordo: alcune tende, divano – ma più sul bordeaux – due belle seggiole in cucina: scarlatte, tendenti all’elettrico. In bagno c’è del rosso… Ecco, esattamente. Io stesso posseggo almeno due cravatte  rosse e un pullover rosso, di gradazione diversa.

Visto?

Quella donna, dicevo. I nostri contrasti erano troppo acuti, questo è vero, ma lei se andò di casa insieme alla domestica. Improvvisamente. Mi aveva accennato alla possibilità di un abbandono. Ma non avrei mai immaginato che mi avrebbe disertato portandosi dietro anche la donna di servizio – che lei, la mia convivente, aveva assunto senza gli scrupoli che in seguito mi sarei fatto io rispetto all’uomo di servizio che ora si occupa delle faccende cui io, personalmente, non posso far fronte per via dei miei intensi, straordinari imp… (Questo l’ho già detto. Scusate. È l’età. Non la mia: quella del mio collaboratore. Non so quanti anni abbia. Non glielo chiederei nemmeno sotto tortura, sua o di altri). Egli è intitolato – lo ribadisco – al suo riserbo. Stretto.

Quella donna, se posso: mi piantò in asso senza preavviso. Una mattina uscì di casa insieme alla donna di servizio e la sera non rientrò. Né il giorno dopo, la settimana dopo, il mese e l’anno dopo. Sono due anni. Non avvisai le autorità. E feci bene, perché tutti sapevano già che quella donna era svanita nell’aria fina insieme all’altra. I maldicenti non esitarono: una delle due si era innamorata dell’altra. Io so che non è così. Temo che la mia concubina fosse gelosa folle, vedesse un amorazzo fra me e la donna di servizio. Io ho la quasi certezza che l’abbia assassinata e fatta sparire: mettiamo nell’aria fina, in una palude o nell’acido. Ma deve essere successo qualcosa del genere. Non apro una parentesi per tre sole ma ottime ragioni: mi troverei la polizia per casa, uno; sarei internato, due; non sono uno scrittore di polizieschi, tre.
Quest’uomo, dicevo: ►

mercoledì 1 gennaio 2014

Tragedie (e drammi) di Capodanno

Precediamo il tradizionale bollettino botti e disgrazie di Capodanno, notificatoci dalle brave e belle giornaliste del TG meridiano che gode del più alto indice di gradimento presso le famiglie italiane e che può vantare il più sofisticato senso del macabro, con due incredibili e fatali eventi all’inizio del tunnel del 2014.

Il delitto non del tutto imperfetto

Danilo R., un uomo di anni 45 portati sufficientemente bene grazie all’esercizio fisico e mentale, consistenti – il primo – nella manutenzione di armi da fuoco di precisione e nella passione – il secondo – per il reenactment di dolorosi ma necessari episodi storici (pare avesse già pronto il biglietto aereo per Dallas, dove – secondo quanto sostengono i vicini – intendeva appostarsi, in compagnia di un Carcano M91/38, a un piano alto del Texas School Book Depository in Dealey Plaza in attesa del passaggio del motorcade presidenziale di cui avrebbe fatto immancabilmente parte il Kennedy John – egli credendo fortemente nella reincarnazione e vichianamente nella ciclicità della storia, sempre secondo le affermazioni dei vicini; ma, a parte questo, dichiara forse faziosamente una vicina, era un uomo delizioso), viceversa subitaneamente accecato,  ammutolito e assordato dalla – a quanto pare – gelosia, la notte di San Silvestro (o forse la mattina di San Chiaro, Abate di S. Marcello di Vienne; San Frodoberto, Abate di Moutier-La Celle; San Fulgenzio di Ruspe, Vescovo; San Sigismondo [Zygmunt] Gorazdowski, Sacerdote; Sant’Almachio, Martire; Sant’Eugendo, Abate di Condat; Sant’Odilone di Cluny, Abate; Santa Zdislava, Madre di famiglia – secondo il sito santeparole.it) avrebbe martoriato a morte la convivente, Ombretta N., di anni 59 da compiere, a nutriti colpi d’ascia.
Giunte sul luogo del carnaio, le forze dell’ordine hanno potuto constatare la morte della N. non prima di averle preso il polso (per fortuna già staccato) e posto uno specchietto davanti alla bocca.
Danilo R., tradotto in una galera, si è detto (a segni) sereno e fiducioso nella giustizia.
Serenità e fiducia mai furono meglio ripagate: l’immediata autopsia sulla povera vittima, infatti, ha stabilito che la stessa è deceduta per un’improvvisa complicazione polmonare subentrata 8 secondi prima dell’attentato compiuto dal convivente.
Danilo R. è stato immediatamente scarcerato e già in mattinata del 1° gennaio ha potuto ricongiungersi con la sua seconda convivente, Asfodelia S., di anni 62, sofferente di una non grave forma di mania persecutiva e persecutoria.

Danilo R. in posa con i suoi gioielli.

Fonti vicine ai vicini forniscono una versione alquanto differente della tragedia (o dramma), come riferisce la bella multi-inviata dei TG 1, 2, 3, 4, 5, 7 (il 6 risulta ancora latente) anche quest’anno in lizza per l’alloro nel campionato italiano delle telegiornaliste, lodevole iniziativa indetta da un sito internet che, pur avendo, in teoria, molte altre cose di cui occuparsi, gestisce con successo la manifestazione di bellezza e bravura giunta ormai alla sua vigesima edizione.
A delicata ma pregnante domanda della corrispondente di massacri e drammi (o tragedie) della gelosia, risponde infatti il vicino Sòstene P., fonte giudicata attendibile dall’olfatto giornalistico della candidata Miss TG: “No, guardi, l’era un uomo tranquillo quello, più di John Wayne. A parte ’sta passione per le armi, insomma. Se vuole che gli dico la mia, signorina, secondo me gli è venuta una crisi come una rabbia, si potrebbe dire – se posso dire – contro la tennologia, che lui ci si sentiva un poco schiavo. Per questo ha sbrigato la faccenda con l’assia, e no col fusìl”.
“Ma a parte questo”, incalza professionalmente l’inviata, “lei cosa si sente di aggiungere?”
“Ma, veda – sempre se posso dire la mia – a mio modo di vedere ’l guardava troppi TG”.
“No, non può dire la sua”, conclude poeticamente la telegiornalista, per restituire la linea allo studio, dove un’altra telegiornalista (che l’anno scorso si è qualificata terza al campionato), dopo aver commentato “Bene. Ma voltiamo decisamente pagina”, ci informa su una seconda tragica fatalità occorsa la notte di San Silvestro (o forse la mattina dei santi di cui sopra).



Fatalità (o tragica bravata?) nel mondo dello spettacolo

Tragica fine di Rozzha Xexxa, attrice di pellicole per soli grandi. Forse perché a lungo emarginata dal mondo dello spettacolo o non sufficientemente valorizzata, aveva deciso di prendersi una rivalsa con lo stabilire il record planetario di rapportarsi con più partner contemporaneamente (per quanti non lo sapessero, situazione tecnicamente nota nel mondo dello spettacolo come “ghenga-benga”) nella speranza di un futuro migliore e più equo.
Tutto essendo stato predisposto per l’evento la notte di San Silvestro (o di Santa Colomba di Sens, Vergine e martire; Santa Donata e compagne, Martire [sic!] a Roma; Santa Melania la Giovane, Penitente; Santa Paolina, Vergine e martire, secondo il sito santeparole.it, in contrasto con sito santiebeati.it, che annovera, fra gli altri, anche san Zotico, sacerdote, che provvide al sostentamento degli orfani; Beato Domenico de Cubells, predicatore mercedario; San Barbaziano di Ravenna, pure egli sacerdote; e altri), l’evento si è svolto ogni cosa parendo andare, lì per lì, per il verso giusto.

Rozzha sarebbe infallibilmente entrata nel guinness dei primati se solo, dopo l’atto o atti, ciascuno dei 412 uomini non avesse voluto fumare una sigaretta, pretendendo per altro che Rozzha, a sua volta, fumasse un sigaretta con ognuno di loro a gesto d’amore consumato.
Sventuratamente, i partecipanti all’impresa (tutti volontari, stando a fonti vicine al mondo dello spettacolo) sono morti asfissiati dal fumo esalato dalle 412 sigarette, mentre Rozzha è decessa, per conto proprio, alla 78a sigaretta.

 
Rozzha Xexxa ai tempi on cui non aveva contratto
il vizio del fumo.

Gli inquirenti, dopo aver sequestrato i videonastri documentanti l’evento con l’intento di vederci chiaro, si sono dovuti arrendere alla non evidenza del fatto determinata dalla spessissima coltre di fumo predominante nel locale dove ha avuto luogo la tragica bravata.
Ma voltiamo decisamente pagina.










Una telegiornalista impegnata in una prova di bravura e bellezza
in una delle prime edizioni del
campionato delle telegiornaliste

Illustrazioni di Stefano Baratti

lunedì 9 dicembre 2013

Punti cardinali · L’uomo che venne da lontano e andò ben oltre

L’ Uomo che venne da lontano
in un singolare schizzo. La testa, apparentemente assente,
è un semplice effetto trompe l’oeil

In tempi non sospetti (ché avevano ampiamente dimostrato la loro estraneità a se stessi c/o chi di dovere), noi froggers (with dirty little lips), come accade a caratteri con calibro dell’apocalittico Giovanni(n) (Senza Paura punta) ma soprattutto dell’entità di Nostradamus, Menagramus, Isacco Giacobbo e innumerevoli oltre-uomini di profezia, fummo punti da una benché non cercata vaghezza in virtù della quale ci trovammo, un bel giorno, a tener compagnia e botto alla schiera degli aruspici, in testa ai quali saremmo inclini a installare il felino Malachia, che nei suoi celeberrimi quanto criptici 111 motti espose visioni fatali di papi e anti-papi (si badi – detto divagando alquanto – che è uno dei pochi affari degli ultimi quattro e oltre secoli in cui non ha parte alcuna l’Uomo dell’ultimo dì mercedonio), con abbraccio che si estendeva dal pontificato del Celestino II fino a quelli compresi nella Fine dei Tempi, ci pare di capire. E qui cominciamo bene: non siamo pratici di cose astrofisiche (vedete: manco abbiamo la certezza che si tratti di cose astrofisiche), ma ammettendo e concedendo (tutto, fino a restare ignudi) una visione allucinata e prosaicamente impensabile dalla mente umana come lo spazio entro il quale si collocherebbe un evento Finale irreversibile – che, in turno, si supporrebbe non scindibile dall’influenza dal Tempo, in un’in(de)terminabile complicità dei Due – possa, dopo tanta catastrofe, essere ancora popolata di papi e anti-papi che se ne stanno in giro pontificando quasi niente fosse, e con l’aggravio dell’esposizione visionaria di Malachia – cui purtuttavia confermiamo la nostra stima e rispetto riconoscendone la buona fede –, ci rimane nondimeno ostico l’allineamento con un vaticinio che disimpegna l’istituto del papato dalla sua suprema funzione temporale (cioè politica). In sintesi: esiliato a regnare sul nulla, un pontefice perde un’alta percentuale del suo smalto e pertanto non è meritevole (o passibile) di ludibrio astrologico.

Comunque sia, a quegli scagionati tempi, si partorì anche noi una visione, alla Borges (ci si condoni l’accostamento: non sarà difficile in quest’epoca di passioni), piuttosto che alla Malachia – per giunta con ritaglio polemico, obiettivo il Márquez; ma nell’innocente forma di una stoccatina – sotto specie scritta, tradizionalmente – e convenientemente – specificata dal termine “racconto”, composto di un certo numero di motti (“mots”), indubbiamente maggiori di 111, magari anche criptici, ma privi di drammatiche valenze numerologiche. Nel quale, sbrigliata da ogni regola di contingente verisimiglianza, dominava la figura (“surreale” – suole puntualizzare chi col surreale mostra familiarità non inferiore alla tua con tuo cugino o tuo tsio) di un papa che si volle sudamericano.
Senza dettagliare da quale fra i Paesi dell’America meridionale egli originasse (pare in tutto uno di quegli accorgimenti in smaliziata adozione presso i pronosticanti di cui in alto, del genere – volgarmente ma efficacemente detto – “mettere le mani avanti”), ma dandogli un nome e un cognome (anzi che, in modi inauditi, montasse al soglio predestinato) con vaga eco di significante precolombiano, ossia Gutierro de Utziqui; chi avesse letto quel conto, sarebbe inoltre stato informato circa l’estrazione “campesina” del cardinale – a voler essere onesti e più realistici dei realisti, il “de” striderebbe con i modesti cognomi di quel ceto, che, poco abbiente, non potrebbe nella più immaginifica e nervosa delle fantasie concedersi (tantomeno se ne insognerebbe) l’acquisto di un predicato signorile. Ma il punto non è dolente fino all’irreparabile.
Sicché (questo accadeva intorno – quando non dentro – l’anno 2001 o forse 2), dopo lunghe (otto, o sette, ma sempre anni!) revisioni e meticolosi, cauti eppure rigorosi colpi di lima, finché sopraffatti da quell’urgenza che è combinazione di vanità (ecco – pressappoco – una spiegazione all’usanza che, se qui da Noi va indisturbata sotto la sigla APS, nel mondo anglosassone, senza tanti sotterfugi acronimici, è ostensibilmente, malignamente etichettata “vanity press”, e nell’Oltralpe designata da un serioso quanto esplicito “édition à compte d’auteur”) e timore di veder la storia del cardinale andare a male come (e dove) vanno certe vivande, giunse la risoluzione – conseguenza di cortesi declinazioni editoriali a dozzine – di rendere tuttavia pubblica (ma lo era già stata, sull’internèt, senza che la nostra e altre vite ne venissero scalfite) quella storia-profezia, rifilata ad un florilegio di novelline eccentriche assemblate sotto il titolo onnicomprensivo di Remakes (Cigoli) – proprio con quelle parentesi: non ne era, il contenuto, inteso a sottotitolo (perché si scelse quel titolo, qui non lo stiamo a documentare).
L’anno 2009, dunque, eccolo l’APS autoredatto vedere la luce, che negli anni a venire, gradualmente infiochendosi, infine si spense – ma per nostro lucido calcolo, a seguito di questa valutazione: un libro (di carta) che in quattro anni stabilisce un record planetario (tanto si sa…) per molti versi ignominioso, e che pochi – dal 1455 a oggi – possono vantare, tanto da tentarne il detentore di proporsi alla Guinness (non in quanto birra), va dolcemente soppresso, o deve almeno subire un certo qual cambiamento di connotati. Ora, la trista antologia viaggia sotto mutato titolo – sperduta come un novello Major Tom ma senza potersi appellare all’illusorio conforto di un Ground Control – di raggio in raggio della grande e selettiva Tela sub specie electronica. E lì rimanga, che un pochetto ci ha stancati.



Tornando dall’inevitabile digressione al nostro punto, ebbene: l’Utziqui (o de Utziqui) – sempre in quell’immaginazione – conseguiva il primato nella Sede di Pietro con peripezie le più difficilmente prefigurabili e con criteri nettamente illeciti (e illegali), benché il preteso effetto della brevissima novella fosse quello di evidenziare, per una serie di accadimenti compressi, come il porporato sudamericano (divenuto, piuttosto che eletto papa) introducesse una sia pur effimera rivoluzione nei costumi vaticani. Non c’è traccia di giudizi di alcun genere, né di merito etico né – per così dire, come dire, vogliamo dire – religioso o (ce se ne scampi!) di sfera “teologica”.
Ma quanti (certamente non troppi) volessero sapere di che cosa stiamo parlando, troveranno senz’altro il modo di leggere lo scampolo narrativo in questione.
Qui, viceversa, vogliamo soffermarci su ciò che esso trascura relativamente alla sorte patita da due cardinali concorrenti alla Cattedra pontificia.


Par di tornare alle cruente leggende borgiastiche, questo è vero (ma si legga il racconto, si legga pure – stranamente intitolato Settembre!, con esclamazione funzionale), tuttavia il Gutierro, agendo con quell’imprevedibile estro suramerico “su cui ci ha sempre tenuti informati Márquez con bilioni di pagine” (questa, citando, la “stoccatina”), combinò un finimondo, quel giorno (di settembre…), allorché ripulì la piazza dai competitori, del tutto dimentico di cosa fosse la pietà. Il resoconto parla chiaro.

Ora, ciò che in quello scritto si sottace fu la fine orrenda riservata dal papa “eletto” a due cardinali in particolare, usando di un metodo trascurato (curioso!) persino dalle più fervide menti dell’Inquisizione. A un certo punto, si fa cenno, nella fantasiosa cronaca, al “disavanzo totale di uomini color della porpora”, palese falsificazione della falsificazione (tanto è il racconto Settembre!), dacché due di essi – il nome? e chi (se) lo ricorda… – scamparono lì per lì alla furia di “Utziqui all’iniziativa” (cit.), trovando ricovero in chissà quale sgabuzzino remoto, ma senza farla franca. Nel momento in cui il neovicario massimo – benché a dure faccende obbligato – si prese una pausa per due conti che però non gli tornavano e non tornandogli fu bensì in grado di associarli a due nomi, con inumana prontezza di spirito decise di affidare la soluzione del caso a suoi fidati vicari sicari che lo avevano seguito in Roma dalle campesine terre avite.

Si sa di papi che, nei rari momenti di libertà dai loro oneri, si dedicano ad attività le più svariate per ritemprare lo spirito e la mente (“hobby”, “svago”, “distrazione”), nonostante la carenza di una seria letteratura in proposito (prevalendo la tendenza gossipara di taluni pseudostorici ovvero vaticanisti di non eccelsa lega, i quali – perdonate la franchezza – ci hanno riempito le tasche con obsolete, presunte indiscrezioni sulle manie, più che passatempi o diversivi, dei pontefici – il filone Borgia è inesauribile, insomma). Utziqui, ai tempi della giovinezza contadina in patria, studiò con entusiasmo l’apicoltura: ne fu, si dice, un pioniere nella plaga agricola d’oltreoceano, ne fu divulgatore e le diede impulso con giovamento per la povera economia locale, e della dedizione venne ripagato in termini di apprezzamento generale dei campesinos.
Così, quando fu il momento di traversare l’oceano per la prima venuta in Roma, non poté rinunciare a farsi accompagnare dagli insetti e dai di loro favi, che assegnò in custodia temporanea a un esperto e fidato apicoltore vaticano (in realtà, giardiniere). Poi, intensificandosi la sua attività nello Stato interno alla città, dovendosi là trattenere con sempre maggiore frequenza e per periodi sempre più lunghi, ebbe modo di dedicare più tempo (quello d’avanzo, resta inteso) alla cura delle creature. Delle api, della loro vita e abitudini conoscendo pressoché ogni segreto, Utziqui prese a concepire un disegno, parzialmente oscuro persino a lui stesso, in quanto ispiratogli da una teoria che necessitava d’un riscontro pratico. Passò notti insonni tra i favi, tra le arnie, biancovestito (ah… un presagio?) di tuta e maschera-velo protettivi, negligente alcune sue incombenze, tra cui la preghiera, o consacrandovi (no pun intended) attimi appena. Probabilmente senza esserne del tutto consapevole, il cardinale andava elaborando uno schema scientifico sui cui esiti non aveva certezze ultime, sebbene il suo inconfessato (n.p.i) obiettivo fosse la Creazione di un organismo geneticamente modificato, una Superape o Ultra-ape. L’intenzione di fondo era lodevole (non ci dilungheremo su, anzi non sfioreremo nemmeno questioni attinenti alla dottrina sociale della Chiesa in merito agli OGM, con il rischio di smarrirci nei da noi impraticabili meandri dove si dibatte di moralità – intrinseca ed estrinseca – della manipolazione genetica. E mica ce ne intendiamo granché). Egli vagheggiava la generazione di un’ape mellifera capace di produzioni più ingenti e più sofisticate ad un tempo, a puro ed esclusivo beneficio dell’Umanità. Ma non è improbabile che Utziqui fosse visitato dal dubbio, il quale – ora sappiamo – ebbe la peggio sotto l’attacco dell’anelito scientifico.


Saltiamo le genotecniche nello specifico impiegate dal Gutierro – che restano comunque secretate. Saltiamo i tempi di gestazione. Saltiamo le modalità riproduttive dalle api (diversamente dovremmo portare quei noiosi, ipocriti esempi con cui regina e fuchi cercano di spiegare alla prole come essa venga alla vita, cioè facendo imbarazzato e metaforico riferimento alla trafila seguita dal genere umano per generare i bambini).
Finalmente un giorno, un bel giorno (non è luogo comune), vide la stupefacente nidiata e udì l’insistente ronzio di alcune Superapi (o Ultra-api). Dei fenomeni nunzi del tanto atteso evento, il giardiniere corse a informare il cardinal Utziqui – preso altrove dai suoi consueti doveri.
In preda a un’eccitazione che chi vuole può comprendere, egli raggiunse il fantascientifico alveare, senza trattenere le lacrime come gli occhi caddero su una neonata che avrebbe conservato un posto di privilegio negli affetti del futuro pontefice. L’incredibile è che – sarebbe parso “per uno di quei portenti alla sudamericana” (cit.) – proprio quel Superessere avrebbe ricoperto un ruolo fatale nell’episodio che ebbe per vittime i due cardinali riparati nello sgabuzzino.
La prediletta ricevette un immediato e nemmeno troppo sofferto battesimo informale: fu chiamata decisamente Ape Papale. (Questa, ci viene da osservare, più che una forma di presagio, ha invece traccia del supposto peccato di presunzione, pur non essendo ancora un Vizio Capitale). Nessuna fonte a noi disponibile precisa se le sorelle ricevessero anch’esse un nome vero e proprio (nel senso proprio di “proprio”, non in quello, abusato, in questa locuzione, dalla stragrande maggioranza delle genti, specie [tele]giornalistiche, allorché – per istanza – copulandolo con “vero”, pretenderebbero, vanamente, di corroborare la forza di un dato sostantivo, col risultato di una resa ridondante quale “un vero e proprio nubifragio” – quasi esistessero tipi di nubifragi “falsi e impropri”. Noi, qui, la s’è usata, la locuzione, per un’estemporanea polemicuccia fra le parentesi, non per aprire [entro queste, magari, ormai occupate] una polemica “vera e propria”).


Ape Papale al culmine del suo fulgore guerriero.
Sull’aluccia è posibile notare
il tipico gallone di
Generale di Brigata per Superapi.
Erano uno splendore, che nei pochi giorni seguenti andò magnificandosi: e nell’aspetto e (soprattutto) e nelle dimensioni, indubbiamente abnormi. In incessante lavorìo, si sviluppavano, giorno dopo giorno, secondo il dettato di Natura e sotto le attenzioni di Gutierro e del giardiniere; attenzioni che però, in capo a poco più d’una settimana circa, si trasformarono in cure, ma nel loro senso etimologico più proprio (e vero) cioè preoccupazioni, quando le proporzioni degli insetti, insieme ad altre manifestazioni fisiologiche – il ronzio tendente alla distorsione (si immagini una di quelle chitarre di cui si dotano gli esecutori del metallo pesante), un’insolita irrequietezza nel volo che man mano si traduceva in evoluzioni audaci e fendenti l’aria con segni di aggressività, la riluttanza a far avvicinare più d’un tanto il giardiniere, ma non era ancora tempo di miele  – sembrarono aver ormai sfidato la Natura essendone sfuggite al controllo e non rispondendo alle Sue direttive.

Passò qualche giorno ancora (e in quel frattempo – qualcosa subodorando – il cardinale aveva cautelativamente suggerito al suo assistente di non frequentare il luogo delle arnie), dopo di che Utziqui fu sensibilmente turbato alla scoperta di un ormai certo scherzo applicato da Natura alle sue creature. Parliamo, per l’esattezza, proprio di Ape Papale, monarca assoluta delle api consorelle – ne aveva ogni evidenza – nella quale il cardinale riscontrò un pungiglione di misura – sempre in proporzione col resto della struttura fisica – non ordinaria. È indispensabile sapere una cosa: l’ape pupilla, benché caratterizzandosi come le altre per quei fenomeni sopra accennati, li cessava nel momento del contatto ravvicinato alquanto con il suo cultore, e licenziando gli apparenti comportamenti aggressivi e forse ostili (imitata dalla famiglia), si concedeva ai suoi affetti come la più mansueta delle creature. Perciò, il cardinale poté esaminarla da una distanza minima, verificare la straordinarietà di quell’aculeo e chiedersi infine se il dardo – data l’anomalia – fosse più che un organo strutturale. Per tale accertamento, sarebbe stata naturalmente necessaria una sperimentazione, con conseguente morte della bestiola. Non era questo che Utziqui voleva.
Ma ancora “per uno di quei portenti…”, come ad averne inteso il pensiero, Ape Papale, subitanea Mrs. Hyde, emise un ronzio Kirk Hammett al top, vibrò le ali (pareva un caccia allertato con breve se non nullo preavviso) e si sollevò in ultrasonico volo, che, tempo millisecondi, rivelò avere un preciso bersaglio: il gatto (non papale e nemmeno cardinalizio, forse un semplice randagio infiltratosi chissà in che modo nella sorvegliatissima area vaticana) assunse, su quattro piedi, un’aria interdetta – interlocutoria, sarebbe meglio dire – come sorpreso dalla stessa sorpresa di quell’inatteso attacco. Le quattro zampe montate su quei piedini facendogli otto giacomi, lo sguardo da Stregatto sbronzo e miagolando “me sento tutto strano”, la vittima, barcollante, riguadagnò la misteriosa via che l’aveva lì condotto per dirigersi istintivamente verso il Cimitero dei Gatti – ché la sua inesorabile Ora gli suonava scoccatura – situato, dicono, in un probabile recesso del Colosseo, dove, fra sofferenze da non dire, trovò requie (per un verso immeritata e per un recto meritata) in capo a un paio di mezz’ore.

E intanto, l’Ape ad ogni parvenza giacendo di quel giacere irreversibile cui sono destinate le api dopo la loro tipica malefatta, il cardinale tornato a sé dallo stordimento si affrettò a verificare la situazione, che giudicava tragica. Ignorando se fosse in qualche insperato modo rimediabile, ebbe mille bizzarri pensieri, fra cui l’applicazione della respirazione artificiale al devastato insetto. Ma quell’apparato boccale era una sfida impossibile – ben lo sapeva Utziqui. Soccorso presso terzi (e di quale natura, poi?) non l’avrebbe trovato. Tutto faceva mal disperare.
In casi simili – non serve essere cardinale per saperlo – rimane poco da fare, se la preghiera all’Altissimo vi pare poco. A ciò si accinse il prelato, ché – non si può mai dire, pensò sopra le righe – forse il suo implorare avrebbe trovato ascolto. In tanta confusione non individuando la preghiera del caso – e una a misura di frangente in verità non esisteva –, si provò a raffazzonarne un’altra di sua ideazione, le idee però vieppiù confuse. In prossimità di un bel fulminante “finalmente”, tuttavia, ecco che la disgraziata (più avanti il cardinale avrebbe attribuito all’Onnipotente quella facoltà che viceversa è esclusiva – come non ci stancheremmo di sottolineare se ci venisse chiesto di farlo – della malachiaca, nostradamica nonché isacco-giacobbica compagnia), col fremere debolmente, diede uno di quei segni caratteristici degli esseri in vita. Solo allora il suo cultore-tutore proruppe in pianto e fece a premurarsi di quale premura che fosse; ma non fu necessario: Ape Papale – erano trascorsi due minuti… Ma neanche… – era più arzilla, più bella e più superba che pria. (“Bravo”. “Grazie”. – si sarebbe udito provenire, come rapido scambio di battute fra vecchi compagnoni, rispettivamente da sotto e da sopra il cielo di Roma [quasi cit., ma vedi]).
Utziqui non tardò ad aggiungere nuova conclusione (sospettando che non fosse l’ultima) alle tante già accumulate: Ape Papale, e le consorelle sue, si distinguevano dalle altre al mondo note per un’ennesima meraviglia più o meno naturale: sopravvivevano alla loro comunemente segnata sorte, e, chissà, non è da escludersi che serbassero altre qualità nascoste. “E se fossero state immortali?” non ebbe il tempo di pensare Utziqui...