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martedì 25 febbraio 2014

L’uomo che non è che non c’era (ma si vedeva solo a metà)

1° disperato, necrotico stump

 

Primo stump dell’uomo che non è che non c’era
(Illustrazione di Stefano Baratti)
Manco a farlo apposta, quest’uomo che non è che non c’era (lui, poveretto, era lì, con tutti i crismi del caso a fare la sua vana parte nel mondo, solo che c’era solo a metà, un giorno la parte sopra e un giorno quella sotto – e capiremo meglio, se ci spiegheremo bene, naturalmente: diciamo che era stato fatto da Dio a sua [di Dio] immagine e somiglianza) faceva di mestiere il barbiere.
Benché avesse una scarsa capacità di giudizio, si riteneva abbastanza soddisfatto della sua vita. Se avesse avuto una buona capacità di giudizio, si sarebbe ritenuto soddisfatto.


Ma introduciamo per benino questa storia, diamole uno scheletro, una parvenza di trama, uno sputo di caratterizzazione, un qualcosina che come la leggi ti fa un effetto speciale. Ecco, si potrebbe cominciare così: per fare come certi scrittori matti che, tuttavia, vagano indisturbati e vaghi nel vano, vago mondo (anche loro facendo la loro brava, sporca e vana, vaga parte), sentite questa trovata: quest’uomo viveva a NEW YORK – così, detto vagamente, come se New York fosse il paesello dove De Sica fa il maresciallo, uno di quei paeselli sindaco, prete, farmacista (e maresciallo – anche se non sempre De Sica). Si sente già l’effetto? Avvertite sfarfallii nello stomaco? Sì? Buon segno. Ma spingiamoci oltre.
Non solo, dunque, cost’guy viveva a New York, ma aveva un nome, che per inventarcelo siamo diventati mezzi matti (anche se non del tutto: disgraziatamente siamo scrittori dilettanti – lo si capisce anche dal fatto che parliamo al plurale, il che deporrebbe a favore di una nostra certa svitatezza, ma in questa vita non sempre grata contano la fortuna e le mani-manico): si chiamava Leonard “Bob” Zagrebmann. Proveniva da una ricchissima famiglia di New York (che abitava in via Street Kennedy n° 3, la seconda sulla sinistra venendo da via Street Jhon Wayne, con “Jhon” scritto così non perché abbiamo sbagliato, ma perché ci siamo ispirati a uno scrittore che girava in pieno luglio con la sciarpa intorno al collo – che pareva sfuggito a un’impiccagione – con giacchetta da figicì dantan e che aveva inventato un personaggio di nome Jhon – ecco, così non ci accuserete di superficialità e approssimazione), che aveva fatto fortuna grazie a una vincita al totocalcio negli anni ’60 del XX secolo (cioè, nel Novecento, con la “n” maiuscola, quello che i realizzatori di note di quarta di libri di storia con la esse MAIUSCOLETTA non si stancheranno mai di sottolineare trattarsi del “secolo breve”). Non importa se a New York non esiste il totocalcio?
Vogliamo proprio vedere: un brutto giorno, infatti, arriva un funzionario del totocalcio di New York e fa: “Siete voi che avete vinto il totocalcio nel secolo breve?”
“Sì”, risponde accogliendolo sulla porta Robert “Leo” Zagrebmann – il padre di Leonard – con uno spregio del labbro come a dire meddatté.
“Bene”, replica il funzionario. “E in che anno, per l’esattezza e di grazia?”
“Ma… nell’anno di grazia e di esattezza 1972, credo…”
“Credete? Con esattezza? ’Scoltate qui, amico del sole: mi sa tanto che ho brutte notizie per voi” – non si capisce se dava del voi al capostipite appoggiato allo stipite o si riferiva alla ricchissima famiglia in generale. “Il secolo breve Novecento è finito nel 1971 (sennò era un secolo normale, di 100 anni, senza rotti in difetto o in eccesso), quindi non avete vinto un bel niente”.
Il vecchio, non essendo un piantagrane malgrado quello spregio del labbro (in realtà era uno spregio fisso, scolpito lì dalla nascita – o forse dalla Tyche), capì la situazione, ringraziò l’ospite, lo congedò e si trasferì nel suo studio (tutto foderato di libri in cuoio, con quel buon odore di cuoio e di carta, che è questo il bello dei libri veri a rimpetto degli ebooks: che senti odore, mentre con gli ebooks, oltre a cecarti, non senti odori; e si sa che quando uno legge – specie ai servizi – vuole sentire odori. Se poi soffri di stipsi, lo svantaggio degli ebooks viene duplicato. Se, invece, soffri del disturbo opposto, che pesci pigli quando ti accorgi della negligenza della serva trovandoti fra le mani un ebook? Manco uno. Come vedi, il book ha vantaggi notevoli rispetto all’ebook. Vai sempre al licet con un book è il nostro consiglio. Lascia perdere il giornale: che, mo’ li fanno in carta di riso? Il book sì, anche se costa), dove, sedutosi allo scrittoio, estrasse dal tiroir un pistolone e ti saluto, amico del sole!
Lo trovarono con un buchino da niente in fronte (senza cornice di splatterume), manco si fosse tirato una miccetta, e una lettera di fronte a sé. Dentro, un foglio d’un simbolico che Verlaine ne sarebbe crepato d’invidia: bianco.

Con la famiglia rovinata, Leonard “Bob” – che si era visto predestinare tutto un brillar e sfavillar di carriera da avvocato presso la firma di grido Schinbierna&Schinbierna di New York – vide sconvolta (favorevolmente, ché per fare l’avvocato aveva una mezza idea – aveva sempre mezze idee, come forse (ci, ma anche vi) spiegheremo più avanti – di non averci il taglio) la sua vita. Prima, infatti, non aveva idea di che cosa avrebbe fatto di sé, ora ce ne aveva una mezza. Pensò: “Adesso faccio una ricerca su Ghiugl… anzi, mi voglio rovinare: Ghiugl plas (adbondantis adbondantum… anzi, mi voglio strarovinare: adbondantis adbondantum adbontantibus)”.
A quei tempi, però, Ghiugl plas non esisteva, ma esisteva Eevil plas (inventato dal mio amico Marsiano), il motore di ricerca e di ri-cerchia sociale che c’aveva un tigre dentro.
Pertanto, andò al suo computer (che al tempo non esisteva, o meglio, esisteva a metà: metà tastiera e metà monitor), digitò come Frenzy Frantic con 12 dita per circa 3 minuti, fino a ottenere una prolissa query “Dve ss trvare…” ma non possiamo dirvi di più, sempre per la questione della tastiera e dello schermo dimezzati (deduciamo che “ss” stia per “posso” – “p” e “o” situantisi nella metà mancante – all’epoca – della tastiera, la destra).
Fortuna che Eevil plas non scherzava. Grazie a un algoritmo misterioso (sebbene in fase beta) aveva capito che Leonard cercava un lavoro. E grazie a un secondo (in fase gamma) glielo aveva pure trovato.
Due ore dopo, Leonard “Bob” stava nella Settima (fra la Prima e la Terza [?]) in procinto di entrare nella bottega (in cuor suo sperando e non sperando di entrare a bottega) di un barbiere di New York, tale Tomhas Dilyan Taneddu, detto stranamente “Cochise” pur essendo della tribù dei Nez Percez? Percez Noz.
Taneddu Cochise, benché totalmente cieco, era il barbiere più in vista di New York, verosimilmente il migliore: basti pensare che tutti i mobster della città, quando erano stanchi di vivere, andavano chez lui. Sapevano che, immancabilmente, i membri dei mobs avversari li avrebbero trovati belli imbacuccati sulla poltrona girevole che Cochise avrebbe prontamente volto in favore dei malintenzionati affinché i malintenzionati venissero smitragliati a dovere. Non prima che Cochise avesse fatto loro barba e capelli (+ facial al vapore al calore galore).
Aperta la porta della bottega, Leonard fu investito dal sicario di turno in fuga, il quale, masticando fra le fauci un “faucof”, si scusò con l’ingrediente (nel senso di entrante), lo aiutò ad alzarsi, gli chiese se stesse bene, gli offrì una caramella, che Leonard non accettò dallo sconosciuto, al che il gangsta si offrì di offrirgli un drink al noto locale Blue Gardenia dietro l’angolo (il Blue Gardenia, a New York, è dietro ogni angolo), ma Leonard disse “non bevo mai prima delle 11 am”, e il mitragliere volendo controllare che ora fosse (che a lui non la si raccontava! – l’ora) prese a cercarsi addosso la cipolla, ma non la trovava, al che esclamò “fakiu” – poi scusandosi per il linguaggio – ma intanto “il sole mangiava i minuti” (secondo il celebre modo di dire in uso a New York, ma non è vero: lo dicono a Trieste, ma metti che uno scrittore con la sciarpa che scrive sta roba con 14 dita sia di Trieste e ignori certe sottigliezze filologiche – come finora ha ampiamente dimostrato – cosa volete che gliene freghi…) e mangia un minuto e mangiane un altro, va a finire che passano di lì 3 tipi nel NYPD, osservano la scena, si insospettiscono, si avvicinano, chiedono: “Tutto bene?” e Leonard muto e quell’altro pure, con il Thompson fumante in mano, e loro, ripetendo “Tutto bene?” senza ottenere risposta, si insospettiscono ancor di più, ma non avendo prove di avere motivi di insospettirsi sospettano di star prendendo un granchio a causa dei troppi tv-movie di NYPD visti, ecco che i 3 della pattuglia, dopo un’occhiata pedagogica agli insospettabili, fanno per allontanarsi, ma vengono – per precauzione – falcidiati dal mitra del mobster, che finalmente trova la cipolla, la consulta e osservando che sono le 10.57 non insiste. Stringe la mano a Leonard “Bob” e se ne va (i suoi passi saranno pochi, falciato immaturamente dai colpi di un contromobsta all’angolo del celebre locale Stork – che a New York si trova sempre di fronte al Blue Gardenia, da cui gli scazzi fra i due locali, spesso concludentisi in stragi di tutti i santi del calendario).

Lievemente stordito, finalmente Leonard fece il suo ingresso nella bottega. Non ebbe il tempo di dire “buongiorno” (tanto, dato che parlava a mezza voce, nessuno lo avrebbe sentito), che Cochise gli intimò: “Passa lo straccio su sta medda” (riferendosi al lago di sangue che tanto stonava col candore del locale, benché, data l’abbondanza di piastrelle, ricordasse una macelleria vecchio stile), non prima di averlo apostrofato: “Non si usa più dire buongiorno?”
Dice un lettore di quelli svegli tipo un libro da non perdere: “Ma Taneddu Cochise, non era cieco? Come ha potuto scorgere il nuovo arrivato, per altro così silenzioso?”
Gli rispondiamo: “Statti zitto e leggi, tanto sei abituato a schifezze peggiori…”
E lasciateci lavorare, altrimenti cade l’Italia e si muore.
Dunque.
Cochise usava frasi concise.
Brevi.
Andava sempre a capo.
Per guadagnare Tempo.
Mentre gli scrittori.
Con.
Le.
Sciarpe.
Lo fanno.
Per.
Guadagnare.
Righe.
Così il libro.
Viene più.
Grosso.
E possono.
Far pagare.
Una cacatina.
Di.
120.
Pagine.
(Che).
In.
Realtà.
Sarebbero.
7.
Dicevamo.
Lo fanno.
Pagare.
(A te).
(Che lo).
(Compri).
30.
Euri.
Poi.
Quando.
Hanno fatto.
La.
Grana.
E hanno.
Vinto.
I.
Premi.
Della.
Grappa.
E.
Di.
Altri.
Liquo-
ri,
diventano più buoni e generosi e riescono a scrivere numerose righe senza andare a capo, righe, per altro, piene di quella roba che il Bardo diceva essere fatta della stessa materia di cui è fatto il nulla.

Fine della prima parte. (Come Dickens).


Una volta, Dickens, dopo aver scritto e pubblicato sul the “Monarchy” (con il the minuscolo e fuori virgolette, che era una figata ideata da lui stesso) la prima puntata de Il piccolo Chirquick, essendo in crisi di astinenza da figate, si fermò ad un’edicola in Earl’s Court, intenzionato a farne una coi fiocchi (e controfiocchi, se si considera che si portò dietro il laptop). Diversamente dall’opinione diffusa, Dickens era una vera carogna (altroché paladino dei diseredati, dei poveri, dei reietti…), perciò si rivolse all’edicolante (un vecchietto sull’ottantina con trombone all’orecchio) chiedendogli spietatamente: “Buon uomo… Vorrei il numero del the ‘Monarchy’ – e staccò nettamente il ‘the’ da ‘Monarchy’ con tono strafottente – con la seconda puntata del racconto di quel… come si chiama… Dixen… Diskens… non mi sovviene…” L’ottuagenario non fece una piega – se non quella per raccogliere la copia del prestigioso quotidiano contenente la seconda puntata del Chirquick e gliela porse, in attesa del soldo.
Il Dickens, verde e rosso in volto, bofonchiò: “Mpf… fppmpff… Io… Io… Io vi farò licenziare, sarebbe l’ultima cosa che facessi!…”
Il vecchietto, correttigli congiuntivo e condizionale, mormorò qualcosa fra le gengive, un indistinto ma secco suono, tutto un “f” “f”, e rimise al suo posto la gloriosa carta.


lunedì 30 dicembre 2013

Le favole senza tempo e fuori luogo di Nonna Assunta Todorov Brontolon

(Illustrazione di Stefano Baratti)
Nonna Assunta Todorov Brontolon, classe 1964, nonna precoce (ma in attesa di nipotini pur non avendo figli) e precaria ante litteram, è lo pseudonimo di Assunta P.G.R. che, a sua volta, è lo pseudonimo di un anonimo autore o autrice di favole, fiabe, racconti fantastici, surreali e irreali — nonché fuori dal tempo e dal luogo — per bambini cresciuti e/o per adulti rimasti sufficientemente bambini.
 

Priva di un degno impiego sin dal 1984, ella trascorre gran parte del suo tempo a discorrere con gli uccellini, che nutre quotidianamente e dai quali si dice ispirata.
 

Virtualmente ferma nei — è proprio il caso di dirlo — favolosi nonché fantastici anni '80 / '90 del secolo breve, ella sostiene di scrivere a matita le sue storie meta-rodariane; ma in realtà usa un computer trasparente e sospeso a mezz'aria (marca YL-kakemono — si può dire, tanto non è pubblicità: lo possiamo vedere qui ►).
 

Non è affatto una brontolona, giacché parla molto di rado; ma con lo pseudo-cognome che si ritrova, ha ritenuto spiritoso crearsi un nom de plume che richiama un'opera del celebre commediografo veneziano di cui— dato il contesto delicato ci pude fare il cognome (ma il nome è fattibile: Carlo).
 

Circa la sua situazione esistenziale, ha recentemente dichiarato: "Se le cose continuano così, dovrò accettare le insistenti proposte matrimoniali di Karl". (Karl Senter [pron. "Call Center"], un vegliardo britannico incontrato a Venezia, durante una missione umanitaria a favore dei piccioni, presso la statua del suo idolo drammaturgo: "Karl me lo ricordava", dice Nonna Assunta", "ma non certo per il cognome". Ndr).

Dice (secondo i canoni di ghiugl intelligence): "Dove posso trovare un saggio della scrittura di Nonna Assunta"?

EN CLIQUANT ICI!


lunedì 9 dicembre 2013

Punti cardinali · L’uomo che venne da lontano e andò ben oltre

L’ Uomo che venne da lontano
in un singolare schizzo. La testa, apparentemente assente,
è un semplice effetto trompe l’oeil

In tempi non sospetti (ché avevano ampiamente dimostrato la loro estraneità a se stessi c/o chi di dovere), noi froggers (with dirty little lips), come accade a caratteri con calibro dell’apocalittico Giovanni(n) (Senza Paura punta) ma soprattutto dell’entità di Nostradamus, Menagramus, Isacco Giacobbo e innumerevoli oltre-uomini di profezia, fummo punti da una benché non cercata vaghezza in virtù della quale ci trovammo, un bel giorno, a tener compagnia e botto alla schiera degli aruspici, in testa ai quali saremmo inclini a installare il felino Malachia, che nei suoi celeberrimi quanto criptici 111 motti espose visioni fatali di papi e anti-papi (si badi – detto divagando alquanto – che è uno dei pochi affari degli ultimi quattro e oltre secoli in cui non ha parte alcuna l’Uomo dell’ultimo dì mercedonio), con abbraccio che si estendeva dal pontificato del Celestino II fino a quelli compresi nella Fine dei Tempi, ci pare di capire. E qui cominciamo bene: non siamo pratici di cose astrofisiche (vedete: manco abbiamo la certezza che si tratti di cose astrofisiche), ma ammettendo e concedendo (tutto, fino a restare ignudi) una visione allucinata e prosaicamente impensabile dalla mente umana come lo spazio entro il quale si collocherebbe un evento Finale irreversibile – che, in turno, si supporrebbe non scindibile dall’influenza dal Tempo, in un’in(de)terminabile complicità dei Due – possa, dopo tanta catastrofe, essere ancora popolata di papi e anti-papi che se ne stanno in giro pontificando quasi niente fosse, e con l’aggravio dell’esposizione visionaria di Malachia – cui purtuttavia confermiamo la nostra stima e rispetto riconoscendone la buona fede –, ci rimane nondimeno ostico l’allineamento con un vaticinio che disimpegna l’istituto del papato dalla sua suprema funzione temporale (cioè politica). In sintesi: esiliato a regnare sul nulla, un pontefice perde un’alta percentuale del suo smalto e pertanto non è meritevole (o passibile) di ludibrio astrologico.

Comunque sia, a quegli scagionati tempi, si partorì anche noi una visione, alla Borges (ci si condoni l’accostamento: non sarà difficile in quest’epoca di passioni), piuttosto che alla Malachia – per giunta con ritaglio polemico, obiettivo il Márquez; ma nell’innocente forma di una stoccatina – sotto specie scritta, tradizionalmente – e convenientemente – specificata dal termine “racconto”, composto di un certo numero di motti (“mots”), indubbiamente maggiori di 111, magari anche criptici, ma privi di drammatiche valenze numerologiche. Nel quale, sbrigliata da ogni regola di contingente verisimiglianza, dominava la figura (“surreale” – suole puntualizzare chi col surreale mostra familiarità non inferiore alla tua con tuo cugino o tuo tsio) di un papa che si volle sudamericano.
Senza dettagliare da quale fra i Paesi dell’America meridionale egli originasse (pare in tutto uno di quegli accorgimenti in smaliziata adozione presso i pronosticanti di cui in alto, del genere – volgarmente ma efficacemente detto – “mettere le mani avanti”), ma dandogli un nome e un cognome (anzi che, in modi inauditi, montasse al soglio predestinato) con vaga eco di significante precolombiano, ossia Gutierro de Utziqui; chi avesse letto quel conto, sarebbe inoltre stato informato circa l’estrazione “campesina” del cardinale – a voler essere onesti e più realistici dei realisti, il “de” striderebbe con i modesti cognomi di quel ceto, che, poco abbiente, non potrebbe nella più immaginifica e nervosa delle fantasie concedersi (tantomeno se ne insognerebbe) l’acquisto di un predicato signorile. Ma il punto non è dolente fino all’irreparabile.
Sicché (questo accadeva intorno – quando non dentro – l’anno 2001 o forse 2), dopo lunghe (otto, o sette, ma sempre anni!) revisioni e meticolosi, cauti eppure rigorosi colpi di lima, finché sopraffatti da quell’urgenza che è combinazione di vanità (ecco – pressappoco – una spiegazione all’usanza che, se qui da Noi va indisturbata sotto la sigla APS, nel mondo anglosassone, senza tanti sotterfugi acronimici, è ostensibilmente, malignamente etichettata “vanity press”, e nell’Oltralpe designata da un serioso quanto esplicito “édition à compte d’auteur”) e timore di veder la storia del cardinale andare a male come (e dove) vanno certe vivande, giunse la risoluzione – conseguenza di cortesi declinazioni editoriali a dozzine – di rendere tuttavia pubblica (ma lo era già stata, sull’internèt, senza che la nostra e altre vite ne venissero scalfite) quella storia-profezia, rifilata ad un florilegio di novelline eccentriche assemblate sotto il titolo onnicomprensivo di Remakes (Cigoli) – proprio con quelle parentesi: non ne era, il contenuto, inteso a sottotitolo (perché si scelse quel titolo, qui non lo stiamo a documentare).
L’anno 2009, dunque, eccolo l’APS autoredatto vedere la luce, che negli anni a venire, gradualmente infiochendosi, infine si spense – ma per nostro lucido calcolo, a seguito di questa valutazione: un libro (di carta) che in quattro anni stabilisce un record planetario (tanto si sa…) per molti versi ignominioso, e che pochi – dal 1455 a oggi – possono vantare, tanto da tentarne il detentore di proporsi alla Guinness (non in quanto birra), va dolcemente soppresso, o deve almeno subire un certo qual cambiamento di connotati. Ora, la trista antologia viaggia sotto mutato titolo – sperduta come un novello Major Tom ma senza potersi appellare all’illusorio conforto di un Ground Control – di raggio in raggio della grande e selettiva Tela sub specie electronica. E lì rimanga, che un pochetto ci ha stancati.



Tornando dall’inevitabile digressione al nostro punto, ebbene: l’Utziqui (o de Utziqui) – sempre in quell’immaginazione – conseguiva il primato nella Sede di Pietro con peripezie le più difficilmente prefigurabili e con criteri nettamente illeciti (e illegali), benché il preteso effetto della brevissima novella fosse quello di evidenziare, per una serie di accadimenti compressi, come il porporato sudamericano (divenuto, piuttosto che eletto papa) introducesse una sia pur effimera rivoluzione nei costumi vaticani. Non c’è traccia di giudizi di alcun genere, né di merito etico né – per così dire, come dire, vogliamo dire – religioso o (ce se ne scampi!) di sfera “teologica”.
Ma quanti (certamente non troppi) volessero sapere di che cosa stiamo parlando, troveranno senz’altro il modo di leggere lo scampolo narrativo in questione.
Qui, viceversa, vogliamo soffermarci su ciò che esso trascura relativamente alla sorte patita da due cardinali concorrenti alla Cattedra pontificia.


Par di tornare alle cruente leggende borgiastiche, questo è vero (ma si legga il racconto, si legga pure – stranamente intitolato Settembre!, con esclamazione funzionale), tuttavia il Gutierro, agendo con quell’imprevedibile estro suramerico “su cui ci ha sempre tenuti informati Márquez con bilioni di pagine” (questa, citando, la “stoccatina”), combinò un finimondo, quel giorno (di settembre…), allorché ripulì la piazza dai competitori, del tutto dimentico di cosa fosse la pietà. Il resoconto parla chiaro.

Ora, ciò che in quello scritto si sottace fu la fine orrenda riservata dal papa “eletto” a due cardinali in particolare, usando di un metodo trascurato (curioso!) persino dalle più fervide menti dell’Inquisizione. A un certo punto, si fa cenno, nella fantasiosa cronaca, al “disavanzo totale di uomini color della porpora”, palese falsificazione della falsificazione (tanto è il racconto Settembre!), dacché due di essi – il nome? e chi (se) lo ricorda… – scamparono lì per lì alla furia di “Utziqui all’iniziativa” (cit.), trovando ricovero in chissà quale sgabuzzino remoto, ma senza farla franca. Nel momento in cui il neovicario massimo – benché a dure faccende obbligato – si prese una pausa per due conti che però non gli tornavano e non tornandogli fu bensì in grado di associarli a due nomi, con inumana prontezza di spirito decise di affidare la soluzione del caso a suoi fidati vicari sicari che lo avevano seguito in Roma dalle campesine terre avite.

Si sa di papi che, nei rari momenti di libertà dai loro oneri, si dedicano ad attività le più svariate per ritemprare lo spirito e la mente (“hobby”, “svago”, “distrazione”), nonostante la carenza di una seria letteratura in proposito (prevalendo la tendenza gossipara di taluni pseudostorici ovvero vaticanisti di non eccelsa lega, i quali – perdonate la franchezza – ci hanno riempito le tasche con obsolete, presunte indiscrezioni sulle manie, più che passatempi o diversivi, dei pontefici – il filone Borgia è inesauribile, insomma). Utziqui, ai tempi della giovinezza contadina in patria, studiò con entusiasmo l’apicoltura: ne fu, si dice, un pioniere nella plaga agricola d’oltreoceano, ne fu divulgatore e le diede impulso con giovamento per la povera economia locale, e della dedizione venne ripagato in termini di apprezzamento generale dei campesinos.
Così, quando fu il momento di traversare l’oceano per la prima venuta in Roma, non poté rinunciare a farsi accompagnare dagli insetti e dai di loro favi, che assegnò in custodia temporanea a un esperto e fidato apicoltore vaticano (in realtà, giardiniere). Poi, intensificandosi la sua attività nello Stato interno alla città, dovendosi là trattenere con sempre maggiore frequenza e per periodi sempre più lunghi, ebbe modo di dedicare più tempo (quello d’avanzo, resta inteso) alla cura delle creature. Delle api, della loro vita e abitudini conoscendo pressoché ogni segreto, Utziqui prese a concepire un disegno, parzialmente oscuro persino a lui stesso, in quanto ispiratogli da una teoria che necessitava d’un riscontro pratico. Passò notti insonni tra i favi, tra le arnie, biancovestito (ah… un presagio?) di tuta e maschera-velo protettivi, negligente alcune sue incombenze, tra cui la preghiera, o consacrandovi (no pun intended) attimi appena. Probabilmente senza esserne del tutto consapevole, il cardinale andava elaborando uno schema scientifico sui cui esiti non aveva certezze ultime, sebbene il suo inconfessato (n.p.i) obiettivo fosse la Creazione di un organismo geneticamente modificato, una Superape o Ultra-ape. L’intenzione di fondo era lodevole (non ci dilungheremo su, anzi non sfioreremo nemmeno questioni attinenti alla dottrina sociale della Chiesa in merito agli OGM, con il rischio di smarrirci nei da noi impraticabili meandri dove si dibatte di moralità – intrinseca ed estrinseca – della manipolazione genetica. E mica ce ne intendiamo granché). Egli vagheggiava la generazione di un’ape mellifera capace di produzioni più ingenti e più sofisticate ad un tempo, a puro ed esclusivo beneficio dell’Umanità. Ma non è improbabile che Utziqui fosse visitato dal dubbio, il quale – ora sappiamo – ebbe la peggio sotto l’attacco dell’anelito scientifico.


Saltiamo le genotecniche nello specifico impiegate dal Gutierro – che restano comunque secretate. Saltiamo i tempi di gestazione. Saltiamo le modalità riproduttive dalle api (diversamente dovremmo portare quei noiosi, ipocriti esempi con cui regina e fuchi cercano di spiegare alla prole come essa venga alla vita, cioè facendo imbarazzato e metaforico riferimento alla trafila seguita dal genere umano per generare i bambini).
Finalmente un giorno, un bel giorno (non è luogo comune), vide la stupefacente nidiata e udì l’insistente ronzio di alcune Superapi (o Ultra-api). Dei fenomeni nunzi del tanto atteso evento, il giardiniere corse a informare il cardinal Utziqui – preso altrove dai suoi consueti doveri.
In preda a un’eccitazione che chi vuole può comprendere, egli raggiunse il fantascientifico alveare, senza trattenere le lacrime come gli occhi caddero su una neonata che avrebbe conservato un posto di privilegio negli affetti del futuro pontefice. L’incredibile è che – sarebbe parso “per uno di quei portenti alla sudamericana” (cit.) – proprio quel Superessere avrebbe ricoperto un ruolo fatale nell’episodio che ebbe per vittime i due cardinali riparati nello sgabuzzino.
La prediletta ricevette un immediato e nemmeno troppo sofferto battesimo informale: fu chiamata decisamente Ape Papale. (Questa, ci viene da osservare, più che una forma di presagio, ha invece traccia del supposto peccato di presunzione, pur non essendo ancora un Vizio Capitale). Nessuna fonte a noi disponibile precisa se le sorelle ricevessero anch’esse un nome vero e proprio (nel senso proprio di “proprio”, non in quello, abusato, in questa locuzione, dalla stragrande maggioranza delle genti, specie [tele]giornalistiche, allorché – per istanza – copulandolo con “vero”, pretenderebbero, vanamente, di corroborare la forza di un dato sostantivo, col risultato di una resa ridondante quale “un vero e proprio nubifragio” – quasi esistessero tipi di nubifragi “falsi e impropri”. Noi, qui, la s’è usata, la locuzione, per un’estemporanea polemicuccia fra le parentesi, non per aprire [entro queste, magari, ormai occupate] una polemica “vera e propria”).


Ape Papale al culmine del suo fulgore guerriero.
Sull’aluccia è posibile notare
il tipico gallone di
Generale di Brigata per Superapi.
Erano uno splendore, che nei pochi giorni seguenti andò magnificandosi: e nell’aspetto e (soprattutto) e nelle dimensioni, indubbiamente abnormi. In incessante lavorìo, si sviluppavano, giorno dopo giorno, secondo il dettato di Natura e sotto le attenzioni di Gutierro e del giardiniere; attenzioni che però, in capo a poco più d’una settimana circa, si trasformarono in cure, ma nel loro senso etimologico più proprio (e vero) cioè preoccupazioni, quando le proporzioni degli insetti, insieme ad altre manifestazioni fisiologiche – il ronzio tendente alla distorsione (si immagini una di quelle chitarre di cui si dotano gli esecutori del metallo pesante), un’insolita irrequietezza nel volo che man mano si traduceva in evoluzioni audaci e fendenti l’aria con segni di aggressività, la riluttanza a far avvicinare più d’un tanto il giardiniere, ma non era ancora tempo di miele  – sembrarono aver ormai sfidato la Natura essendone sfuggite al controllo e non rispondendo alle Sue direttive.

Passò qualche giorno ancora (e in quel frattempo – qualcosa subodorando – il cardinale aveva cautelativamente suggerito al suo assistente di non frequentare il luogo delle arnie), dopo di che Utziqui fu sensibilmente turbato alla scoperta di un ormai certo scherzo applicato da Natura alle sue creature. Parliamo, per l’esattezza, proprio di Ape Papale, monarca assoluta delle api consorelle – ne aveva ogni evidenza – nella quale il cardinale riscontrò un pungiglione di misura – sempre in proporzione col resto della struttura fisica – non ordinaria. È indispensabile sapere una cosa: l’ape pupilla, benché caratterizzandosi come le altre per quei fenomeni sopra accennati, li cessava nel momento del contatto ravvicinato alquanto con il suo cultore, e licenziando gli apparenti comportamenti aggressivi e forse ostili (imitata dalla famiglia), si concedeva ai suoi affetti come la più mansueta delle creature. Perciò, il cardinale poté esaminarla da una distanza minima, verificare la straordinarietà di quell’aculeo e chiedersi infine se il dardo – data l’anomalia – fosse più che un organo strutturale. Per tale accertamento, sarebbe stata naturalmente necessaria una sperimentazione, con conseguente morte della bestiola. Non era questo che Utziqui voleva.
Ma ancora “per uno di quei portenti…”, come ad averne inteso il pensiero, Ape Papale, subitanea Mrs. Hyde, emise un ronzio Kirk Hammett al top, vibrò le ali (pareva un caccia allertato con breve se non nullo preavviso) e si sollevò in ultrasonico volo, che, tempo millisecondi, rivelò avere un preciso bersaglio: il gatto (non papale e nemmeno cardinalizio, forse un semplice randagio infiltratosi chissà in che modo nella sorvegliatissima area vaticana) assunse, su quattro piedi, un’aria interdetta – interlocutoria, sarebbe meglio dire – come sorpreso dalla stessa sorpresa di quell’inatteso attacco. Le quattro zampe montate su quei piedini facendogli otto giacomi, lo sguardo da Stregatto sbronzo e miagolando “me sento tutto strano”, la vittima, barcollante, riguadagnò la misteriosa via che l’aveva lì condotto per dirigersi istintivamente verso il Cimitero dei Gatti – ché la sua inesorabile Ora gli suonava scoccatura – situato, dicono, in un probabile recesso del Colosseo, dove, fra sofferenze da non dire, trovò requie (per un verso immeritata e per un recto meritata) in capo a un paio di mezz’ore.

E intanto, l’Ape ad ogni parvenza giacendo di quel giacere irreversibile cui sono destinate le api dopo la loro tipica malefatta, il cardinale tornato a sé dallo stordimento si affrettò a verificare la situazione, che giudicava tragica. Ignorando se fosse in qualche insperato modo rimediabile, ebbe mille bizzarri pensieri, fra cui l’applicazione della respirazione artificiale al devastato insetto. Ma quell’apparato boccale era una sfida impossibile – ben lo sapeva Utziqui. Soccorso presso terzi (e di quale natura, poi?) non l’avrebbe trovato. Tutto faceva mal disperare.
In casi simili – non serve essere cardinale per saperlo – rimane poco da fare, se la preghiera all’Altissimo vi pare poco. A ciò si accinse il prelato, ché – non si può mai dire, pensò sopra le righe – forse il suo implorare avrebbe trovato ascolto. In tanta confusione non individuando la preghiera del caso – e una a misura di frangente in verità non esisteva –, si provò a raffazzonarne un’altra di sua ideazione, le idee però vieppiù confuse. In prossimità di un bel fulminante “finalmente”, tuttavia, ecco che la disgraziata (più avanti il cardinale avrebbe attribuito all’Onnipotente quella facoltà che viceversa è esclusiva – come non ci stancheremmo di sottolineare se ci venisse chiesto di farlo – della malachiaca, nostradamica nonché isacco-giacobbica compagnia), col fremere debolmente, diede uno di quei segni caratteristici degli esseri in vita. Solo allora il suo cultore-tutore proruppe in pianto e fece a premurarsi di quale premura che fosse; ma non fu necessario: Ape Papale – erano trascorsi due minuti… Ma neanche… – era più arzilla, più bella e più superba che pria. (“Bravo”. “Grazie”. – si sarebbe udito provenire, come rapido scambio di battute fra vecchi compagnoni, rispettivamente da sotto e da sopra il cielo di Roma [quasi cit., ma vedi]).
Utziqui non tardò ad aggiungere nuova conclusione (sospettando che non fosse l’ultima) alle tante già accumulate: Ape Papale, e le consorelle sue, si distinguevano dalle altre al mondo note per un’ennesima meraviglia più o meno naturale: sopravvivevano alla loro comunemente segnata sorte, e, chissà, non è da escludersi che serbassero altre qualità nascoste. “E se fossero state immortali?” non ebbe il tempo di pensare Utziqui...


mercoledì 16 ottobre 2013

Comicomelò, ebook di 23 racconti dove tutto diventa comico e da ridere

Ma anche maledettamente complicato

E ci spieghiamo meglio: 

 

23 racconti dove tutto diventa comico e da ridereQuesto e-libretto contiene 23 racconti (e si badi bene: 23 è un numero cabalisticamente mistico, in verità ci sarebbe poco da scherzare...) con la pretesa di intrattenere il lettore in modo divertente e, come i dicono i critici surreali, con storie surreali, molte delle quali fanno fare incontenibili risate a denti stretti, fanno spanciare dal ridere, proprio, che a momenti uno cade dal tram dove.. sì, perché, chissà perché, pare che i lettori di ebooks (le statistiche ci dicono che sono in costante, ineluttabile aumento) prediligano leggere sui tram, specie le donne fra i 30 e i 40 anni con una mano al passamano e l'altra al kindle (e sorridono... sorridono intente in tanto...), tutti con i loro bravi ereader in offerta speciale, con i margini delle pagine sdentellati, giustificazioni da spavento and all that jazz, insomma.

Ma dove eravamo rimasti (sperando di esserci rimasti)? O meglio ancora: dove eravamo partiti? Bene: roba da ridere. Tutti vogliono ridere e nessuno vuole piangere; è vero che le statistiche ci dicono che è meglio ridere che piangere, ché ridere ti allunga la vita (e se uno - per esempio un personaggio del TEX - è stanco di vivere? Sai... quando Tex gli chiede: "Stanco di vivere?"), ma è una dannazione, quando si pubblica (ossia di rende pubblico) un qualcosina, dover attirare i 400 lettori che, sempre secondo le statistiche, leggono libri nel Paese del sole e delle sòle, con parole chiavistello tipo "libro da ridere", "racconti che fanno ridere", "storie divertenti", "umorismo", e ancora quelle stramaledettte "risate a denti stretti", "satira", "satira politica e di costume" "satirici", "barzellette", "la sai l'ultima?", "che ridere quel libro!", "libro forte", "libri contro il potere", "libri colmi di parolazze" ma "che fanno riflettere sul malcostume"ecc.

 

Viceversa, in questo ebook c'è poco da ridere, benché non ci sia granché di cui piangere. È una disgraziata catena melodrammatica, ti scassa i nervi, devi continuamente chiederti "Ma chi è questo? Cosa vuol dire 'sta roba qua? Ah, magari sarà simbolismo, come dicono i critici simbolisti e simbolistici...". Questo eBook ti fa venire il mal di testa: 1) perché devi leggerlo con l'e-reader; 2) perché sì. Tipo Gadda o Manganelli.

Hanno ragione le studentesse universitarie che lamentano: "Ziocaro, questo Gadda mi fa venire le palle, come Giois"; "Che palle questo Deleuze: non si capisce una mazza, fa venire la palle ai ginocchi". Ma fortunatamente beccano 30 / 30 e lode.


(Qua si stenta a venire al dunque, e dunque):

23 racconti, anche se ce ne sarebbe un 24° consistente nelle NOTE (VIRTUALI) DI QUARTA DI COPERTINA in stile deleuze-iano, atte a tenere lontano il lettore, in modo da portare a 399 il numero complessivo dei lettori italiani -- e poi a 398, 397, 396, e via di seguito, fino a un bello 0 (zero) rotondetto.

Ecco dunque le note di quarta ufficiose (che ci siamo ben guardati dall'inserire nel libro). Le note fanno quasi quasi un racconto a parte, che si potrebbe appropriatamente intitolare:

 

Il 24° racconto: le note di quarta di copertina

 

(con sottotitolo più che mai adeguato)

Fra Deleuze e Rewordify


(Da spezzare):


Parte prima:


Percorsi da suggestioni filmiche nella forma di richiami-rimandi a situazioni e personaggi (spesso) riconoscibili, e il cui monopolio è minacciato da infiltrazioni narrative di vario segno, i racconti compresi in questa raccolta sono convegno di mostri (monstra) vecchi, nuovi e futuribili, 23 anelli di una melodrammaticacatena della costernazione” (è il titolo del primo segmento) che si snoda incerta circa la propria reale natura, tuttavia destinata a un’inevitabile metamorfosi comica.
Lungo questo percorso ci imbattiamo in caratteri bisognosi della nostra solidarietà per affrancarsi da un universo pateticamente doloroso, mendicanti un riscatto dall’opprimente dubbio – di per sé logicamente sovversivo – “che cosa si può dire che non sarà già stato detto?”, quesito la cui unica risposta, nell’ipotesi più benevola, è un moto di ilarità.
Non si può però escludere che i nostri volenterosi intrattenitori ne siano sufficientemente appagati e che la loro percepita assenza da se stessi, l’ostinata latitanza dal tempo-durata corroborata da un linguaggio-memoria che afferma quale sola consistenza il rifacibile, finiscano per mettere in imbarazzo l’umanità del fare e del creare, interrompendo in ultimo l’ameno patto di complicità con il lettore. Che non si vuole spaventare ma con ciò preparare ad incontrare, in questo conflitto di makes e remakes, individui e peripezie appartenenti al dominio del “ce l’ho, manca”, fra cui:


(Parte seconda)


lo slow burn del primo anello della detta Catena,

il detective Pinkfinger (altrove “Ditarosate”) che non vedrà mai realizzato il sogno di una sfida al più celebre Goldfinger,

un tenente colonnello (generale? macché) Custer ospite di un centro rehab,

l’Apocalisse di Giovannin Senza Paura,

le vostre/nostre nonne incomprese,

Norman Bates ravveduto (?),

l’impegnativa e cavillosa gara a distinguere fra “liberalizzare” e “legalizzare”,

King Kong e i possibili difetti di una moderna democrazia,

cosa può succedere a frequentare una scuola serale di portamento,

il “sì lo voglio” di Molly (Bloom) nostra finalmente disvelato,

l’uomo è il migliore amico del cane,

inediti message boards dell’IMDB,

aspiranti fondatori di repubbliche di banane alla banana,

ritratto dell’Uomo Forte,

perché un papa senza nome (tandem!),

esemplificazione di microsceneggiatura di un remake filmico a regola d’arte,

un van Gogh di dubbia attribuzione, 

l’infinire e altro non anticipabile.

Ma ora che proprio il tempo, questa invenzione senza futuro, pare stringere peggio che una tenaglia, è meglio spicciarsi, fratello mio che tieni il sacco: in fretta, si va!


E vai!