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sabato 29 marzo 2014

Il signor Udo

Scaricare pistole in aria, regalare parole ai sordi

Il signor Udo in uno spiraglio fra Essere e Nulla

Il signor Udo (Tommy) non era un galantuomo. Niente al mondo lo ispirava. Almeno era quello che lui credeva. Il filosofo lombrosiano Franz Joseph Rooster lo volle studiare per filo e per segno, nella convinzione-speranza di poter stabilire i canoni definitivi del male assoluto (contesogli solo dall’uomo di San Cristóbal). L’approccio sentimentale misto adottato dal futuro Gallo si uniformò, in una prima fase, in illusione (sempre di determinare lo Standard) e già nella seconda, di fase, finì per incenerirsi in brama di dissoluzione.
Perché il signor Udo – non essendo un galantuomo, bensì ispirato dal nulla –, dopo aver sopportato giobbescamente i tentativi di intrusione nella propria psiche nera da parte dell’ombroso, si sentì – contro la sua stessa volontà – finalmente ispirato. Nel corso di una delle tante sedute filosofiche nell’ambulatorio medico generico della Casa di Detenzione (intitolata al Santo tarantino) più famosa di San Franchisco (come pronunziavano gli antichi doppiatori: tu leggi “ch” come fosse la “c” di c’era una volta, e vedrai che andremo d’accordo), lo annientò con la sua unica arma: una breve frase in falsetto da infante corretta risolino d’un nervoso straordinariamente accentuato.
Il filosofo ne fu annientato, diventandogli prima succubo e successivamente dandosi alla mala vita, non prima di aver assunto lo pseudonimo di Joey “Crazy” Gallo.
L'ombroso filosofo lombrosiano Franz Joseph Rooster
al suo primo mugshot prima di diventare
Joey “Crazy” Gallo, king of the streets, child of clay
Attese come un profeta che il signor Udo scontasse la sua pena. Quando questi sortì di bottega su parole, lo andò ad aspettare davanti al grande portone della Casa di Espiazione.
Il signor Udo (che non era un galantuomo), nel vederselo davanti, abbozzò il suo sorrisino infame.
Joey non osò abbracciarlo a dargli il bentornato all’arbitrata libertà. Era tutto ginocchia frolle. Estrasse invece due pistole e, cautamente, come se avesse di fronte a sé la Bestia, le posò a terra – segno di omaggio, devozione, proposta di complicità.
Il signor Udo – un two-time loser – non era tuttavia affetto da idiozia. Diversamente, parrebbe, dal leccapiattini spuntato in quell’alba post-carceraria. Raccolse con soddisfazione le rivoltelle dono propiziatorio. Poi disse a Crazy Joey: “Si va a fà una girata sul Golden Gate?, eh? Io e te soli soletti?”
Era proposta da rifiutare?
No. Perché il signor Udo non era il tipo da “accettare un no per risposta” (come traducono i traduttori di film, senza un battito di ciglia degli adattatori dei dialoghi).
Sicché si diressero, a braccetto, verso il ponte, nell’alba incendiata.
Crazy Joey a momenti confidava in un invito a colazione in un joint altamente raccomandabile in prossimità del Cancello Dorato. Ma il signor Udo non arrestò il passo, se non quando furono esattamente al centro della struttura sospesa.
Lasciò andare le labbra in un’apertura di credito. Invitò l’illuso compagno ad accostarsi il più possibile al parapetto e quindi gli ingiunse: “Buttati”.
Non era una proposta, questa, ma un ordine, che certo Joey non poteva rifiutarsi di eseguire.
Ecco che pochi secondi dopo, egli trovò la risposta al vecchio interrogativo sull’Essere e il Nulla che lo arrovellava da sempre.
Il signor Udo spense l’incendio divampante nell’aurora sanfranchiscana con un cachinno di cui egli stesso non credeva di essere capace. E invece lo era eccome.
Sbrigata la noiosa questione, e resosi conto di essere diventato un three-time loser, non gli restò che scaricare le sue pistole in aria e regalare la parole ai sordi.
Davanti a sé, sulla carta, non gli rimaneva infatti che l’essere, il nulla e il tempo – ma, rispettivamente, con “E”, “N” e “T” maiuscole (come non si stenterà a rilevare) – da esperire nella buia gatta.
Sempre che le guardie lo avessero agguantato.


Un copper camuffato da ombra del signor Udo
cerca di agguantare lo stesso.(Non lo mollava un attimo)

Questo, ’o mythos, non lo dice. Sennò mythos sarebbe punto.

Noi, da parte nostra, sappiamo solo che anche oggi, quando piove o s’annuncia il Big One, se ne può udire lo sghignazzo riprovevole rimbombare dalle parti del Golden Gate.

Che fosse uno psycho negare non si può, però non era il solo.

Se infatti, oggi – o domani – uno come te si dovesse imbattere nel signor Udo, sinceramente non siamo in grado di dire come l’incontro potrebbe risolversi.
Una vaga idea magari ce l’avremmo. Ma preferiamo non sbottonarci. Giacché, a differenza del signor Udo Tommy, siamo galantuomini e galandonne.
Sempre ispirati dal sol dell’avvenire.
Con canestri di parole vuote calpestiamo arse aiuole.

VIDEO
http://bit.ly/1hlwIFj
La bravata che costò al signor Udo il marchio di two-time loser
You know what I do to squealers? I let ’em have it in the belly, so they can roll around for a long time thinkin’ it over”.

Oggi, per evitare di guadagnarsi il contraddittorio gallone di four-time loser, il signor Udo verosimilmente scaricherebbe le pistole in aria e regalerebbe la sua parole ai sordi di fronte a questi
argomenti correlati:

Le strade di San Franchisco (sono infinite, ma tutte in salita – a meno che uno non le percorra in discesa)

Bostick (Carolyn says at the other end of the wire – ma con la questione Massachusetts + San Franchisco, sempre in àmbito Bee Gees siamo)
I saw the best minds of my generation (Quattro ragazzi per strada... e sempre in area De Gregori siamo) 
500 parole dall'alba a mezzogiorno (sleeping it off)






mercoledì 16 ottobre 2013

Scrivere come e meglio di Ernest Hemingway (e di meno)

Siodmak l'anti-Hemingway e la Flash Fiction


Ernest Hemingway scrive un racconto-raccontuzzo di una paginetta, che per struttura-andazzo ricorda molto certi racconti social apparentemente incompiuti (in verità sfida alla scrittura collettiva-creativa-interattiva).
 

Il racconto si chiama ovviamente The Killers ("italiano": I gangsters).
 

The Killers
Non riesce a terminare la storia perché, fra capo e collo, gli giunge notizia che a Barcelona esiste un bar che espone la scritta "Ernest Hemingway non è mai stato in questo bar". Vola in Spagna per regolare i conti con gli ingrati.
 

Meantime, The Killers capita in mano al regista Robert Siodmak e allo sceneggiatore Anthony Veiller.

Letto il racconto, la loro riflessione è: "O Hemingway si è bevuto il cervello cadutogli nella birra corretta bourbon (non se ne ricava nemmeno un carosello dell'ispettore Rock da sta storia) oppure si è bevuto la birra corretta cervello". Non immaginano che si tratta di una sfida alla scrittura social-creativa  ante litteram ma soprattutto al superamento della stracotta six-word story In vendita: scarpe da bambino, mai usate. Che involontariamente i due uomini di cinema raccolgono.

E danno una ragione d'essere (e non essere) allo svedese-Swede-Burt Lancaster; o meglio: non essere e poi essere. Nei modi che si sa
o che si può sapere o meno.

Ma questa faccenda non finisce qui.

doubtwater scrive un periodazzo buttato lì, alla Ernesto, che fa:

“Ho il – d’accordo, non (ancora) sufficientemente ragionevole – dubbio che nemmeno nella campagna del Nord Africa si sollevasse tutto il polverone che ho sollevato e risucchiato io, stamattina”.

Ernie rientra dalla Spagna imbufalito, incontra doubtwater, gli fa: Hai scritto tu sta robazza? E non ce la fai a continuare? Da' qua, porco d'essere!”

E continua lui. Scrive:

“Che turno fai oggi Sandy?”
Sandy non rispose. Mise su un disco di classica.
Io la vedo così: non si può ascoltare musica, di qualsivoglia genere, durante una battaglia; non perché essa distragga il combattente, no: per lo stesso motivo per cui non si dovrebbe cantare mentre si fanno le pulizie e l’amore. Io la vedo così. A Kasserine gli alleati cantavano Lili Marlene. Anche se non posso escludere che avessero fiutato troppa benzina. Ma io la vedo così, non ci posso fare niente.


E lì si blocca.

Chiama Siodmak. Gli spiega che c'ha il blocco dello scribacchino. Siodmak vorrebbe mandarlo fungoo, ma stavolta intende prendersi una rivincita crudele. Insieme a Veiller buttano giù uno strazzo di sceneggiatura, la seguente:

Ho il – d’accordo, non (ancora) sufficientemente ragionevole – dubbio che nemmeno nella campagna del Nord Africa si sollevasse tutto il polverone che ho sollevato e risucchiato io, stamattina.

Poco fa, mentre durante una pausa nel primo atto dell’evacuazione del vacuo dedicavo metà pensiero a pensare e l’altra metà alla moka, e l’essudato fiume nella testa ricavava la sua gola-percorso, e scatenato inserto del deserto filava che chi l’arresta?, per sboccare fiume murmure con buone speranze di precipitare nell’esclamazione, mentre tutto ciò si sarebbe svolto solo in parte, insomma, avvenne invece che, in merito alla parte avvenuta, la caffettiera da quattro, mal sorvegliata, seguì il corso della natura.
Fortuna che ne udii il borboglio, sebbene in fase critica, ma non ancora catastrofica. Mi assumo la piena responsabilità del mezzo disastro, com’è mia abitudine, non scarico barili, tu non potesti udire la mia esclamazione, perché essa non ebbe mai luogo. Basta rileggere quanto sopra. Ma non voglio che questa passi per giustificazione. Checché ne dica il generale Clark, non concepisco il rischio calcolato – tanto meno nelle ore che dedico alla civilizzazione igienica del nostro tugurio.
Strategia della pulizia, tattica dell’aspirapolvere, rischio (calcolato o meno) dell’esplosione di una moka incustodita, movimento a tenaglia su una sacca di scarafaggi, attacco accerchiante contro un esercito di pulci, tagliare le linee di rifornimento alle formiche (che tagli una linea? una fetta di pane la tagli, assicura Tolstoj).
 

Pulizie (domenicali).

Alcuni cantano mentre le fanno. Bene, càntino. Propriamente, è un cliché.


Guerra (nel deserto).


I soldati cantavano Lili Marlene. Disperati, quando non sbronzi, o marci di effluvi di benzina. Propriamente, è un cliché. (Il generale Clark, malinconicamente, lamenta che gli alleati, a differenza degli unni, non riuscirono a “produrre una buona canzone di guerra”, aggiungendo, militarmente, che con Lili Marlene noi avremmo avuto vittoria facile se le sorti belliche si fossero decise in base ai “meriti musicali”. Conclude – banalità del malamente – con un sospetto: che la versione di Irving Berlin fosse oggettivamente migliore. Sono un signore. Lo fui sempre, fino alla fine).
 

Amore (domenicale).
 

Qualcuno di voi canta mentre lo fa? […] Sono forse sordo? No. Gli è che siete distratti dalla “strategia” e dalla “tattica”, e quando tutto è finito, in molti casi vi stringe angosciante la tenaglia del rischio (calcolato? non calcolato?) che avete appena corso. Azione di sfondamento della sacca senza (reciproca) copertura man mano che assumevate nuove posizioni: che razza di strategia è questa? Quella della ritirata strategica. Che razza di tattica avevate in mente? Ah, sensuale marcia di avvicinamento in mutande griffate e négligé. Propriamente, anche questo è un luogo (abbastanza) comune.
Tuttavia, Sandra, le cose è così che stanno e vanno.
È così che le cose sono andate.


Il salvato caffè mi sbrodola fuori dalla tazzona nel transito da retrotugurio a tugurio, causa spostamento d’aria provocato da proietto di imprecazioni esploso da quelli del piano di sopra, che probabilmente hanno effettuato una ritirata strategica più somigliante al panico da rotta. (Li senti i quattro bimbi agitarsi carichi di sospetto?). Ma adesso lascia stare, si passa lo straccio dopo più tardi. (Ora è tempo di polvere aspirare. Buzz buzz buzz per quelli di sopra: sono e fui sempre un signore, ma, come Clark, ho un compiuto senso dell’umorismo – in termini di tempistica, specie).


Provenivo dalla cucina, Sandy, con la mia tazzona da commedia di situazione che sempre urla “voglio o vorrei, impresso sulla plastica del mio corpo nudo tondeggiante, un marchio di identificazione personalizzato, o una Grande Lettera, o un cucciolo-assistente, un simbolo”.
È un’epoca, questa, di pericolosa latitanza di simboli e di exempla.
Venivo, ti dicevo – per riarmarmi della pulitrice del vacuo – dalle retrovie, dove, immagino dalla Downing Strasse, l’inconfondibile voce radiofonica di Winnie the Bulldog proponeva una bozza di negoziato in questi termini: “Blokes, si fa a freccette stasera?” E guarda, Sandy, che non era un messaggio in codice. Te lo posso assicurare. Non occorre scomodare la geekaglia di Bletchley Park. Infatti, passata una manciata di minuti, ha cominciato a litigare coi blokes perché loro non riuscivano a mettersi d’accordo sul dart club. Con lui che sputacchiava minacce-ricatti impillaccherandosi la farfallina di brandy? A quel punto ho spento la radio. 


“Che turno fai oggi Sandy?”

Sandy non rispose. Mise su un disco di classica.
Io la vedo così: non si può ascoltare musica, di qualsivoglia genere, durante una battaglia; non perché essa distragga il combattente, no: per lo stesso motivo per cui non si dovrebbe cantare mentre si fanno le pulizie e l’amore. Io la vedo così. A Kasserine gli alleati cantavano Lili Marlene. Anche se non posso escludere che avessero fiutato troppa benzina. Ma io la vedo così, non ci posso fare niente.
D’altro canto nemmeno in coito ascoltare musica è permesso.
Ma adesso, invece, a capofitto nella piana lercia, col mio braccio d’artificio che tasta alla cieca, e quell’aria del Wagner, ma che dico, del Mozart, delizia di trapano per le nostre orecchie: da notare che in tale situazione s’ingrossa in me la furia del combattente: alla cieca insinuando il braccio, insinuando, strisciando pancia in giù là dove tutto è risucchiato nella boccaccia elettrodomestica, anche una moneta, un paio di bottoni, fili di stoffe perdute, e continuamente butto intorno i miei occhi pavidi, come il topo che ha da scamparla.
Ora: questa è una fase della missione. Pare che io debba trasferirmi altrove.
Si va avanti, scarpe rotte, ma si va.
Bene, ci siamo. Servente al pezzo! ’spirapolvere carico? – ’spirapolvere carico. Vai. (Buzz buzz buzz).
Ma qui a che serve l’artiglieria? Una farragine di individui in forma di idoli ostili, blocchi di pietra atomica, statue inamovibili, vedo muraglie alzarsi ovunque, sembrano proiettarsi dal sottosuolo manovrate da mani sante; miglia di filo spinato sono la loro protezione, lattine e barattoli riempiti di candelotti di dinamite, coltelli, apriscatole, ancora filo spinato; e cavi, ogni genere di schifi di plastica e di metalli, apparentemente addormentati, e c’è da muoversi cautamente: tutti questi aggeggi potrebbero essere collegati a quelli che supponi congegni di massacro. Fai una mossa sbagliata, bello, e…
 

Questa battaglia continua da ore, e ormai ho voglia di dire addio alle armi tra le tue braccia di infermiera.
Purtroppo c’è questo antro, apparentemente inaccessibile al mio braccio armato. Il mio modesto punto di vista, Sandra, sarebbe quello di rimandare tutto. Che ne dici?


la missione è da dichiararsi incompiuta?

(e in tutto questo, cosa c'entra doubtwater?)

Cineasti indipendenti scoprono le indie

«All’inizio dell’MM (che non è Il mostro di Düsseldorf di Fritz Lang con remake di Joseph Losey, noi chiamiamo così il 2000 per accorciare: noi siamo per farla breve, si sarà capito) un gruppo di cineasti disperati — alcuni praticamente desperados causa una decennale cura a base di Quentin Tarantino che li portò più di una volta davanti al giudice, tanto erano intrisi di filosofia sparatoria e macellara, e da lì a familiarizzare con il weekend jail, in ciò antesignani della Lindsay Lohan quando la teen-ager si limitava a sniffare la benzina dei motorini, abitudine esente da rehab —... si diceva: questa band of brothers multinazionale di malincolti, seppur medio-altamente colti grazie ai corsi, ricorsi e stra-corsi di cinematografia in senso lato frequentati (molti serali), capìta l'antifona "no mainstream for cats" (per non parlare delle slammate di porte in faccia ricevute dalle cricche "indie", nel gergo della compagine referred to as "torte in faccia" per rendere meno doloroso l’evento), non per questo se ne fece una rassegnata ragione.
Anzi, nell’età dell’innocenza del World Wide Web 1.0, essa — noi abbracciammo furiosi la causa della rete. Abbagliati dai prodigi del flash *acro*edia versione 5, decidemmo: il mainstream ci faceva un baffo, e passammo dal MAIN-STREAMING allo STREAMING, dando inizio così ai nostri futuribili radio days. Internet-daze, ci suggerì il nostro linguaggio multimediale innovativo. Già sentivamo intorno a noi il mormorare (dell’invidia): "Quei bravi ragazzi hanno capito al volo il potenziale della rete". Heaven Knows, Mr. Allison, se non era vero: pionieri di una nouvelle nouvelle vague, ci mettemmo l’anima e la carne, avremmo fatto sfracelli inauditi e soprattutto invisti.

Vedevamo spalancarsi cancelli perlati, custoditi dal vecchio Pietro: per il timore di vederci sbarrare la strada ci umiliammo fino alla preghiera (ricattatoria): "Peter, se mi lasci sul cancello, io... io...". Nell’allucinazione il Santo gentile replicava: "Tu cosa? Voi de cche? Ma tornate quando sarete morti, a stomaco preferibilmente vuoto: ragazzi, di vita ce n’è una sola". Già, purtroppo eravamo vivi, ma fortemente allucinati. La frase del sant’apostolo, mal interpretata per via dell’apertura vocalica di quell’accento galileo, ci dava il tormento: "La vita è una sòla". Piano piano, ci stavamo trasformando in fanatici di una religione spiritual-tecnologica, per noi era quello il (doppio?) senso della vita. C’era chi, come Joe "Camarillo" Grillo, simile a un re pescatore, ripeteva all’ossessione "Il futuro è la rete, il futuro è il Web, distruggeremo l’ultimo metro di pellicola in celluloide, incendieremo ogni 8 mm sopravvissuta, daremo il fatto loro a ogni key grip, best boy, gaffer, clapper loader, script supervisor, location manager, stunt, inutili maestranze umane... e gli attori... ah, gli esosi attori... Via! Saremo noi gli attori della nostra arte: tutti a casa li manderemo, tutti a casa. Flash flaaash!" e talvolta abbracciava il computer, implorandolo: "Baciami, stupido!", le lacrime agli occhi come pioggia. Ma gli volevamo bene, non volevamo rivederlo a Camarillo.

Pima dei nostri film, avevamo già iniziato a girare nella mente il film delle nostre grandi speranze e della grande illusione. Ognuno si sentiva un million dollar baby, un padre pellegrino in missione possibile nel futuro senza ritorno dell’intelligenza artificiale. Invero eravamo un mucchio selvaggio di balordi, soldati di un’armata Brancaleone e costituiti in minuscole compagnie di ventura, micro-case di produzione cinematografiche, spesso così micro da potersi definire sgabuzzini (di produzione), a dispetto delle pretenziose, altisonanti, bombastiche denominazioni in inglese o simil-esperanto: I-Flix-Cine-Chen, Non Serviam Movies, The Want Row, Out-Archi-Pictures, Darfur Productions, Ides of Marx Brothers, In Good We Trust Films, On No One We Depend (significativo il doppio senso: Di Nessuno ci Fidiamo / Da Nessuno Dipendiamo) Corporation — e non di rado composte da un singolo individuo —, tutte prive di ragione sociale e di ragione tout court: ma più che underground, ci sentivamo overground, acrobati dell’iperuranio Web senza rete di sotto. Secondo l’uso dei metteurs en scène degli spaghetti western (che tanto piacciono a Tarantino, più gli spaghetti che i western, c’è da scommetterci), assumemmo non tanto pseudonimi quanto nomi falsi, ad evocare la nostra tensione all’universale: Pete Aquaan, Yogor Tangor, Keira "Yoshinaka" Yoshihisa, Orrin Onski, Mia Boca, Quentin R. DeNameland, Hugo Victor, J.L. Godhardon, Ed Wood-y Allen, Malcolm Banquo, Regan Lincoln, Titania O’Beron, Francesco Truffò, Botox Strauss, Aldo Movár, Dark-o Jurassic, Park Chan Charlie, il povero Sorvino ("parente di Mira Sorvino?" "No... quante volte glielo devo dire... Fermo restando che chiunque abbia un dato cognome deve necessariamente essere parente di un altro con lo stesso cognome, salvo casi incontrovertibili di nomi d'arte") e infine io stesso, prima Johnny "Guitar" Rotto, poi E. Johnny "prese-il-fucile" (sempre Rotto), ora a malapena integro. E tanti altri sognatori di pecore elettriche.»

In tane volutamente cupe che per squallore sfidavano i crummy dump e i run-down hotel della golden age del noir americano, partorivamo chilometriche sceneggiature, storyboard michelangioleschi, che si dovevano concretizzare in film da realizzare con computer forti di 8 Mb di Ram.

Dopo mesi di cova pre-produttiva, benché inconsapevole di questi limiti, uno di noi — di cui non faremo il nome —, un super ivory-iano di ferro e fuoco, partito in quarta con un progetto cyber-kolossal, con disperante convinzione hitleriana un bel giorno di un giorno da cani (com’erano immancabilmente i nostri giorni) spiegò sul pavimento della Wolfsschanze la sua mappa per l’uscita dalla sacca di Stalingrado: la sceneggiatura completa di Vanity Fair: A novel without a Hero (La fiera delle vanità) del compianto William Makepeace Thackeray. Il naso fumante di polverina della felicità, agli angoli della bocca stalattiti di bava, pesanti borse sotto gli infuocati oci ciornie, il Bondarciuk-Superciuk del terzo Millennio per ore illustrò i dettagli riguardanti la fase di studio, pre-produzione, lavorazione, produzione, post-produzione del film, terminando la conferenza con la sentenza "Come minimo, finiremo sulla copertina di Vanity Fair". Pur avendo le compagnie associate rinunciato a maestranze di sorta, ci avvalevamo del supporto tecnico di un geek informatico autodidatta, il quale, seppur umanamente squilibrato, fece sensatamente notare all’epigono di David Lean (maestro supplente del suddetto James Ivory, beninteso) il problema della banda. Il cui nocciolo fu compreso dal cyber-filmmaker solo un paio di settimane dopo: era impossibile "far girare" in streaming su internet un film del peso approssimativo di 1.600 megabyte.

«Fu un brutto colpo per tutti noi cineasti venire a conoscenza di questa spietata regola del gioco, fatta di concetti aspri quali "upload", "download" ma in particolare "loading", il tempo necessario perché un film completasse il proprio caricamento prima che gli spettatori del Web ne potessero godere. Tutto il progetto rischiava di andare in santo fumo. Il cultore del maestro del cinema ipnogeno, sul punto di gettare la spugna, in un estremo scatto di orgoglio credette di aver trovato la soluzione all’ostacolo: “Be’, potremmo spezzare il film in due parti, la seconda delle quali consisterebbe nel loading della prima e viceversa”. Il geek informatico, incerto se quello fosse il delirio di un keeg o di un dummy, si astenne dall’infierire, commentando: "Avrei due FAQ: quando ci sarà sufficiente banda da sostenere tutte e due le Fiere e tutte — quante che siano — le Vanità? E soprattutto: noi ci saremo?". All’impatto di quella bocciata, la caduta degli dèi non fu diversa da quella di una lunga fila di birilli, il progetto grandioso fu accantonato. Lo sceneggiatore, heautontimorumenos, si sbronzò di Pupi Avati fino a perdere coscienza. Fu ritrovato, riverso nel suo vomito di artista, in una camera con vista su un vicolo cieco, sordo, muto, pieno di gatti morti con cui banchettavano ratti circondati da iene in crisi d’astinenza che trattavano con Kenneth Branagh. Fu salvato dall’apparizione di Helena Bonham Carter e Jeremy Irons. Ma il danno era fatto.

La defezione fu rapida, totale e vile. I nostri associati, spaventati dall’aleggiante spettro del mancato successo, della fame e della miseria (senza nobiltà veruna), ci misero mezzo minuto a dissociarsi, associandosi ratti ai topi, fiduciosi che almeno qualche trippa di gatto avrebbero potuto rimediare. Quasi totale, la diserzione. Rimanemmo io e Mirò — pure il geek diede forfait — a condurre un difficile ménage a (win)dos 95 (ché il 2000 — sostenevano i Pereira della comunità astrologica internazionale — sarebbe arrivato solo nel 2001: un assurdo paradosso motivo di conflitti che fortunatamente si spensero in breve tempo, ma pronti a ripresentarsi il 31 dicembre 2999).

Buon viso a cattiva sorte: l’extrema ratio fu la sceneggiatura e la produzione di brevi clip (corti narrativamente coerenti), che verosimilmente non ci avrebbero aperto le porte di Hollywood ma nemmeno quelle del di là da venire youtube. E neppure (da dentro) quelle del dump in cui ci eravamo segregati a preparare la nostra vendetta nei confronti del mainstream: video trailer condensati dei film che non avremmo mai realizzati, anche perché, in certo qual senso, erano stati già realizzati: per guadagnare tempo senza perderlo a stilare sceneggiature impossibili (ne avevamo bell’e pronta una su una strana comunità di vampiri e ZOMBI-zombie — i secondi sotto copertura governativa — che si combattono, a forza di scherzi atroci, di vendetta in vendetta, all’ultimo sangue — è il caso di dirlo — senza apparente ragione; ma la verità è che il governo, dopo il successo nella lotta al fumo, vuole liberarsi una volta per tutte della calamità costituita dai tv movie fantasy di vampiri stroncando nell’adolescenza questi teen-ager emaciati e nichilisti: e chi meglio degli ZOMBI può agire in nome del governo? Oltretutto gli zombi — anche grazie alla new age di Shaun — godono sempre di ottima salute e per definizione, come il rock'n'roll, “can never die”: mica scemi i governi... Mentre i vampiri, ah, i vampiri, come dice oggi il mio amico Marsiano ► "ce li siamo giocati ormai, come Knocking on Heaven’s Door dopo che l'hanno rovinata i Guns N' Roses...)" sceneggiature ardite, dicevamo, tipo quella sulla costruzione del muro di Berlino (della cui caduta son piene le tasche del mondo), i retroscena del GRANDE COMPLOTTO, della COSPIRAZIONE INTERNAZIONALE che stava dietro l’edificazione del vallo tedesco-orientale:

la verità(aaa), signori nostri (ma non vi possiamo anticipare di più... in cuor nostro non disperiamo nell’apertura delle porte di Hollywood — quelle di Cinecittà magari no o sì, dipende dalla reggente), la vera verità sta tutta in un MAGICO WAFER, grazie al quale i comunisti conquistarono il mondo (soprattutto quello occidentale) con uno stratagemma che manco ve lo immaginate; altroché le fantasie sulla Guerra Fredda dei film cold-warari — in particolare negli anni ’60 — che fecero la fortuna di Michael Caine. Ma la verità ancora più vera e agghiacciante è che i comunisti sono ancora fra noi, c’è poco da deridere l’Uomo Forte ► che il mondo ci invidia, in virtù di una combinazione letale di wafer e rock'n'roll... ah, è inutile che ci deridiate anche a noi... ma tanto quel ghigno vi si cancellerà dalla faccia quando uscirà questo film... allora sì che starete freschi! (e ne fisserete di capre...)


Alla RISCOSSA!

 

Per il momento, Sorvino ed io, teniamo duro con la nostra rivoluzione retroattiva,  i nostri film trailer interattivi (e qui sta il bello, no?): hai voglia a sorbirti i trailer fuorvianti, che poi vai al cinema — il "rituale collettivo",
Spettatori all'entrata di una sala cinematografica
partecipano volentieri al rituale collettivo

come dicono i cineasti comunisti, che sono ancora tra noi — e ti becchi una sonora fregatura, oltre che gli afrori (puzza di ascelle sudate, aliti killer) che fanno parte del rituale collettivo stesso: cineasti come noi — che la mamma non ne fa più, per il momento — indipendenti e indie puntano al rituale individuale dell’interazione: vedi un trailer che ti dà l’idea di essere fuorviante e falsificatore? Un colpo di mouse al clip interattivo e si risolve la situation comedy: in pratica, se mi freghi ti cancello».




Prego, per qui si va nella cinecittà dolente, ma per fortuna lungi dell'afrore.

E. Johnny "prese-il-fucile", 1° gennaio 3000.

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