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venerdì 18 luglio 2014

Il paradosso del maggiordomo (non risolto)

O: se il paradosso del nonno ti fa un baffo
Quello che potrebbe essere anche un maggiordomo
(Illustrazione di Stefano Baratti)

Il maggiordomo (o majordomo) ha sempre un’età ragguardevole, oltre che – in teoria  rispettabile. Egli, quasi immancabilmente rappresentato dalle letterature sotto specie (razzistica, pressoché, come a dire ‘sottospecie’) di immondizia, implicitamente comparagonato a una pezza da piedi, esplicitamente trattato come l’ultima ruota del carro armato, accoglie gli ospiti con (in apparenza) fredda professionalità. Li mette subito a loro agio con poche, savie parole. Si fa mutamente carico di cappello e cappotto e – semmai – a domanda risponde. Aliter, se ne sta zitto. 
Diversamente dalla credenza popolare (quella che te tu trovi nelle cascine degli architetti di cui può essere a servizio), questo mancato liberto non si macchia di delitti (omicidi, per amor del corretto dire). Egli è semplicemente il derelitto perfetto. O può apparirlo.
Il maggiordomo, insospettatamente, è alquanto acculturato. Non di rado, egli intrattiene (questione di minuti al massimo, bensintenda) architetti, marchesi, (incontese) contesse, filantropi e consiglieri regionali (dalle risme possibili, qua si pesca a caso e ad istanza) ospiti del suo padrone, con dotte (e mai pisole!) dissertazioni su qualsivoglia argomento di questo mondo che funziona come funziona. Si sa bene come possa arrivare a citare Heidegger (con premessa disambiguante: “Non abiurò mai, si assunse con pienezza le sue responsabilità”): “L’esistenza inautentica è caratterizzata dal  ‘si’ riflessivo/impersonale (si fa, si pensa, si crede, ecc., imperante nell’era della massificazione”). A quel punto, l’ospite gli può sputare (liberamente) in faccia, ché il majordomo non si piega e soprattutto non si spezza. Può indugiare in ulteriore silenzio oppure – è sporadico – esclamare: “Gaodé (o gao dé, graficamente staccato) rpeoro ditupà”. In questo caso, per quei pochi che vedessero buio, sta citando Luciano Bianciardi per bocca di un immaginario pisano. L’ospite, per sua e propria fortuna, molto raramente (uno ha estro di dire mai) è pisano, sicché, oltre a non fare una piega, ’un dice ’na spezza (vi aspettavate “’na sega”, vero? Pazzi!... pazzi!).


Il maggiordomo consegnatoci dalla mitologia cinematografica


A questo nucleo, in verità, punta il nostro viaggio al termine del paradosso del maggiordomo.
In centinaia di pellicole prodotte da Hollywood (ma anche frutto della monumentale tradizione britannica di Ealing e Rank – principalmente) eccolo qui il maggiordomo eccellente e antonomastico, il butler sanguepuro: non ci cureremo di Jeeves (sacchi s’è detto e scritto da parte della critica con il c [da immaginare] Maiuscolo, a suggestione squisitamente romantica – nel senso frainteso di “romantico”), né di mostri quali Sir John Gielgud o di più recenti aberrazioni-degenerazioni, bensì, attenendoci ai classici, noteremo che il nostro Uomo, nella norma o quantomeno per statistica, vanta un cognome al plurale (mentre il prenome gli è totalmente estraneo – non perché non abbia ricevuto il battesimo, o almeno non sempre per questa non inverosimile carenza). Egli, di volta in volta e a seconda, può chiamarsi Smithers, Stames, Jennings, Soames, Chives (plagio?), Charles, Saunders, Stevens, Stokes, Ruggles, Smethells, Hastings, Giles, Higgins e via elencando. Rarissime ma documentate le eccezioni a questo regolamento (infatti, piuttosto che regola: si sospetta un dettato alla stregua di Codice Hays): una per tutte, Belvedere (e morta qui).
 

Per proseguire questa disamina, è opportuno adottare il metodo vagamente sceneggiato, diremmo. 
Veh: poniamo che il consigliere regionale Augustus Skinbierborough (presidente Commissione pari opportunità della volpe – ma solo a caccia in atto) vada a far visita a un suo vecchio compagnone architetto, la cui moglie è inopinatamente venuta meno in una nottata di tempesta, fulmini e saette. La poveretta l’hanno trovata sgolata in letto. Impressionante. Ma niente dettagli, ché non siamo in saga.
(Le forze di legge e ordine sono già presenti sulla scena dell’ad ogni parvenza crimine, bellamente epitomizzate nella persona dell’ispettore o commissario o tenente o sia quel che sia XY. Il quale, accorto e più che postmoderno, mica perde il suo tempo a sospettare il servo domestico).
Allo scampanar dall’uscio, poniamo Soames (il nome che ci è più simpatico, non sappiamo a voi) provvede ad aprirlo, per trovarsi di fronte l’uomo politico. Il quale, a stento guardandolo il muso, gli affida in custodia cappotto e cappello (l’ultimo, poniamo, ancora, che l’abbia indosso); ma anche ombrella, questo è certo: fuori sgoccia tuttavia, pur essendosi il diluvio nella sua sostanza esaurito. Creando a bella posta un buco narrativo (che, lo sappiamo, ti mette a disagio), saltando il grave incontro con l’architetto di fresca vedovanza, nonché l’essenziale vis-à-vis col poliziotto, immaginiamo che lo Skinbierborough, nel misurare a lunghi e desolati passi l’area di prima accoglienza della cascina (ridondante di oggetti vani, alcuni brutti e altri orribili: pignatte di rame impiccate ai muri istoriati di finte teste di finte volpi – quante notti lui e l’anfitrione trascorsero insonni a discutere della questione, mai trovando – come diceva, in totale errore, il Capo Commissione – un “punto di caduta” comune. E ben due credenze), avanti indietro per via dell’ansia, e della mestizia, estragga d’un tratto un toscanello, solo per realizzare di non aver di che accenderlo. Lo previene il buon Soames con un affarino orrendo, ma efficace. Curiosamente, il benservito, in prima battuta lo ringrazia e in seconda, finalmente fermando gli occhi sulla presenza alla Vita del maggiordomo, gli chiede (“come casualmente”, scrivono gli scrittori certificati – e non possiamo che dar loro ragione, merito): “Ma lei, Smithers, mi dica un po’: da quanto tempo dipende dall’architetto?”
giacché ha l’impressione (già altre volte avuta, ma “come casualmente”) che l’individuo sia in avanti con l’età (molto, magari troppo).
La sceneggiatura indica che l’episodio si svolge nel 1989, perciò: “Ho il privilegio di prestare la mia modesta opera presso la Famiglia dell’architetto a partire dal 1946, poco dopo l’entrata in vigore della Repubblica”.
(Già mentre stilavamo questo resoconto, ci si punzecchiò: “Ma dove ha luogo questa storia? In Italia? Fattispecie Toscana? Se sì, com’è questi nomi di sapore anglosassone?” E pronti replicammo [non avendo dato bada al buco]: “Esattamente in Toscana, dove le cascine e i poderi a proprietà britannica, specie inglese, hai voglia. Si pensi allo Stingo di santo”. E pure questa era fatta).

Quella che potrebbe essere una cascina per/da architetti,
meno toscana che umbra (maleficio del dubbio).
(Illustrazione, sempre, di Stefano Baratti).
Soltanto a domanda data precisa, pertinente replica, Soames si vede costretto a sottolineare che il suo nome non è Smithers.
“Smithers… Soames… vi chiamate tutti uguali voi...” s’annoia il consigliere regionale. Ma immediatamente, casomai avesse sbagliato tono: “Oh, mi scusi, non intendevo… ma comprenda… questa disgrazia…” – “Disgrazia?” s’interroga da un angolo dove ripassava la superficie di una credenza fine fine l’investigatore – “... la tensione… la pioggia, il temporale, anzi...”
Certo che lo capiva, eccome, significa il lieve moto del capo – di Soames.
Skinbierborough, mentre che tira ed esala, straziandolo, il toscanello, intanto calcola – che non è il suo mestiere, ma s’impegna, perché vuole vederci chiaro: quanti anni avrà il maggiordomo? Mettiamo che nel 1946 ne avesse avuti…
Qui, un’altra brutta notizia: ci telefona un aiuto-sceneggiatore, un raccomandatoci, fresco di quelle accademie mica sempre utili. Ma tant’è. Osserva: “Ci sarebbe questo consigliere regionale… Della Regione Toscana?… con nome inglese pure lui?...”
Ach so, diciamo noi. In castagna netta. Va be’, poi mettiamo a posto, è solo una traccia, questa. E gli facciamo una certa impressione. Quella che, coda di paglia, suona a lui, a causa della corsia preferenziale che occupa ecc. ecc.
Skinbierborough, infine, calcola un certo numero. Rivolgendosi ancora al maggiordomo: “E in quali circostanze venne assunto?”
“Papà serviva da lunghi anni” – ma chissà lunghi quanto – “la Famiglia dell’architetto – anche mamma – quando essa risiedeva in città. La cascina venne dopo”.
“Ah, capisco… Pertanto lei...”
“Alla sua morte, di papà, lo rilevai, bontà del padre dell’architetto. Ed eccomi qui”, che anche il padre faceva l’architetto. E, ugualmente, soffrì, nel ’45, la perdita della moglie, che morì con violenza. Sgolata.
In quella particolare circostanza – benché si sospettasse dei partigiani, che però risultarono estranei – l’aftermath passò via analogo.
Quella mattina, un tale di campagna, Aspen Clevermont, possidente, si precipitò sul luogo del fattaccio, in città, accolto a palazzo dal maggiordomo Soames (padre). Col quale scambiò qualche parola. Venendo a sapere che il vecchio serviva la Famiglia dal 1909. Prima di lui, il padre suo – dal 1858. Si sarebbe potuto rimontare sin quasi al XVI secolo, scoprendo che in quegli intervalli di tempo i rispettivi figli non facevano nulla di notevole a questo mondo che va come sappiamo.
 

Siamo così in prossimità del nucleo, consistente in un semplice interrogativo-ipotesi: se – come da cinematografia – il maggiordomo che, nel frangente uguale a data XX/YY/ZZZZ, accoglie l’ospite ecc. si rivela sempre d’età sensibilmente avanzata (cioè idoneo a un meritato ritiro – retribuito, s’intende), qualora l’episodio che ce l’ha reso noto si fosse verificato, diciamo, una quindicina d’anni prima, allora, noi, avremmo allo stesso modo incontrato un uomo anziano, il quale ci avrebbe informato essere a servizio del suo padrone da un numero di anni uguale a quello dichiarato dal suo predecessore (ed eventualmente, ma anche ad un tempo, successore)?
Sinteticamente: perché nei film (insistendo su quelli dell
età dorata) non si dànno maggiordomi trentenni?

Il paradosso del nonno può anche farci un baffo.

venerdì 6 giugno 2014

Paolo impara l’arte ma disimpara a vivere

(Tutto per non essere da meno a suo cugino Claudio) 1

 

“La solita pischionata”, rifletté Paolo, “in un indefinito metà strada
tra freudiano e San Frediano”.
(The Duende Transfusion, illustrazione di Stefano Baratti)


Non lontano dal tònfano, i francolini futavano. Paolo ristette a studiare il cernecchio e lo smercovezzo inquartati nel pluteo. “È tempo che io risecchi il ranno, diversamente lo zarùcane del canòpo s’aggotterà al pari del pisimùreto che avrei dovuto escòdere”.
D’altra parte – ragionò – il lèndine che infrogiava tuttalmente il craccio, nonostante l’acinace colliquasse intrafinefatta il tràpeto, non revellava lo scarcaglioso pómero.
Paolo non mancava – giornalmente – di scommare la mulacchia, anche quando la curasnetta gualcava il pudellato tutto, e, talvolta anche senza scuffinare la raperella, giulebbava con foga la rizza. Da molte settimane, oramai, Paolo allappolava il tropeolo, lapazzando per benino il digrumante strofanto e, gnaulando, squittinava le palanfre che stangonavano immancabilmente i mànfani sulle piattebande. Lo stozzaccio e lo sciàvero, in verità, non era agevole caponarli; ma, usando d’un cataraffio apposito, Paolo riuscì a bollerare abilmente alcuni brocatelloni: era già qualcosa – pensò.
Non era infrequente che l’archipenzolo e l’ambrogetta s’ingavonassero, specie quando il filibotto incoconava lurcamente sull’incorrentare della licciaiuola, intanto che la liccarda si puddellava – per l’appunto – morchiosamente, posliminio uno scannello terzigliante. La sorta di ghimberga che sicché ne era estrutta – con tanto di pellucido melappio – non pareva certo adatta all’atteso smergo: ci sarebbe voluta una pòsola, o forse un potacchio – sempre che la forfecchia avesse cotticciato per tempo.
Mentre, da qualche parte nel podere, la capitagna e la frettazza cempennavano, lì appresso un massellare di macco (intonso) rifrinzellò, ma come d’un sinistro – simile a un leardo bisègolo nel maggengo alidore – e quasi un che l’infrasconasse. Paolo, come un sol uomo, caprugginò la spongata e – s’immagini un opèrcolo levogiro – pigliò a pusignare con l’osteoclaste e a dilollare convulsamente un marabotto! Quindi, senza minimamente rasierare il topinambùro, stallò come in stacciaburatta – la pellètica che lo simigliava a uno stradiotto.
Il ribuzzo e il pelaghetto bombavano, come salincervi e misiricci, in un inedito ghindazzo di pispini e sbozzini, mentre alcuni tigliosi ciccioli (causa il sovescio, forse.. ma il ripiglìno? improbabile...) un saccomanno ruzzava da una sbattentatura.
Al che, Paolo, come magato, mise mano a un giornello (inopportunamente?) e arrampicò un mofètico guaiaco (ma era proprio necessario?); tentando di niellare il sovatto d’un torcoliere apparso accanto all’oricanno (ma che sia possibile?), riuscì – in parte – a spaniare gli africogni godendardi ben logati nel proprio camauro.
L’allodialità della gavozza – stando al resoconto di Paolo stesso – fu contestata da una giuccata che egli poté occare anche grazie ad alcuni frulloni e a un piccolo botro: a quel punto, le chiarine, i cavagni, i saracchi, i nottolini e i riàvoli (senza eccezione) mucciarono ducimasticamente, sotto lo scalco di alcune menaruole chianate tra di loro con dei grillotti di neccio (e di mazzocchio – giura Paolo). Ma non era tutto: la carpasfoglia di stamiglia che costui aveva mazzicato nel tentativo di terzarolare tutti gli altri ziti, s’addocciò analogamente a un caulicolo obrizzo, che licco impaniava (ancora?) tutto quel pachebotto di navarche; inoltre, il potacchio e il nanio, come in un escomio di checchie e canicchi moinardi, rabboccarono il lucco del rosticcio (e qui la storia si fa portento!), dopo che Paolo, con la destrezza di un aspo da bilbocchetto, aveva abballottolato svariate allicciature di fénore (sic!) insieme a un paio di bazzoffie con cioncata – in un compascuo, egli giura e spergiura – che più gargotta non si poteva.
Il guazzetto sembrava fatto, dunque. Nondimeno, un bicciacuto (che si vuole esculento), rinzaffato di cretto, curro e distendino, inciuscherando una duda e un èmbrice, strombò con la mano destra un ratafià, e con la sinistra due scuffine. Quale non fu il bersgrundo dell’edule Paolo!, che, pur avendo cerziorato con diforàna imbraca l’orliccio del migliarino e il frego del granitoio, ora si vedeva costretto a un menno calibeare, non diversamente da certe gretole coobate su biciàncole o nel lattóne dei rispettivi trecconi.
Linci, Paolo dovette scuffiare il rocchio dei due lezzini e le sgorbie di altrettanti trinellatori, nella speranza di coppellare le poche bure, i greppi e i gaschi che aveva in precedenza grattapugiato grazie a una deiscente rèdola. Solo allora divisò, da bell’epulone, il coltro dell’ombrina e del totano (questo sì), e, ingangherando un’obrettizia tramoggia, vi dimoiò il suo longinquo bigherino.



1 Questo qui






giovedì 22 maggio 2014

Chiudete quella porta (Ciao Lalique)

(Ciao Lalique, illustrazione di Stefano Baratti)


Ecco: c’è quella voce non la smette un istante: “Chiudete la porta, Cristo Dio, fate il favore; a che cosa servono le porte, sennò?” Allora io mi sono chiesto se quella è la sua voce. Più avanti, ho cominciato a chiederlo agli altri, a cominciare da Dorando, e su su – si fa per dire – fino a De Topis. I quadri intermedi mi davano l’idea di indifferenza, disinteresse, insensibilità vicina al callo. Sulle prime, risposte non dico certe, ma plausibili, zero via zero.
Poi, così, come dalla notte al giorno, qualcosa li ha spinti a tirare fuori la Giovanna d’Arco che è in loro e mi hanno spiegato la voce di chi è quella. Mi sono inquietato: “Non ci posso credere!” L’ho urlato in gola. Non ci potevo credere? E perché – o come – mai?
De Topis è capace di cose insospettabili, dunque. Lui, così dimestico del suo linguaggio, forte della sua parlantina... chissà come... Un quadernetto tipo da poeta velleitario, aveva. Me lo infila in una cartella come farebbe un carbonaro. Mi fa cenno di aspettare almeno fino alla pausa, e si allontana. Torna sui suoi passi. All’orecchio: “Di notte, ogni tanto, in cucina, tra le puzze dei piatti sporchi”. E si allontana.
Il partito si macera. Parentesi. Si mortifica nell’inesprimibile. Parentesi. Il partito è Caverna. Il partito è in torturata ascesi, sgrana rosari, inciliciato. Le cose, in verità, stanno come segue: al tempo dei tempi, il partito aveva il suo trono sulla montagna. Capite? Un quadernetto di quelli che ci si porta appresso nel tascone interno del cappotto e che ci si ferma a riempire in un bar, per esempio.
A capo.
Nella notte dei tempi Esso produceva agende e vademecum, che riforniva ai. Cassato. di cui riforniva i propri adepti. Costoro riempivano le agende di schizzi surrealistici durante le assemblee, mentre ascoltavano il partito, quando il partito non era taciturno, non era il film muto di adesso, ma aveva una parola sana, robusta e di buona costituzione per tutti, si attivava per prendere le misure agli ignudi e vestirli, pagare da bere agli assetati, stilare la lista della spesa per gli affamati, sollevare i bambini al cielo al proprio passaggio fra le transenne, moltiplicare i grani di latte in polvere nei petti delle donne. Lo sapevo ironico, ma non così pericoloso. A capo. 
Ora il partito non si pronuncia. Perché sospetta di essere impronunciabile. Perché voci in corridoio (in contrasto con la sua voce) danno il partito prossimo alla forbice dell’impronunciabile. Ma c’è ben altro, signori nostri. 
C’è una sovrapproduzione di agende e di vademecum da parte del partito. Le agende in eccedenza vengono – questo va riconosciuto come un merito – riciclate per i bimbi delle elementari che si impratichiscono nella rappresentazione di insiemi; i bimbi stanno imparando a disegnare insiemi di partiti: conoscono l’insieme FLOP, l’insieme FLIP, l’insieme FLAP, l’insieme FLUP (questo, le classi del primo ciclo). Mi ricorda le ingegnose invenzioni del capitano Lemuele Gulliver. Via via, imparano a conoscere l’insieme FLOPULP, FLIPALP, FLAPOLP, FLUPILP, fino agli insiemi più complessi, tra i quali includiamo il FLOPALPFLUPFF e il PFAFFLOPPLULLPPLL (FFFPPP). Di qui – ma nulla di più – l’indicibilità del partito”.
I vademecum erano pieni di errori di stampa. Per lo meno li avevano tolti dalla circolazione e dati da correggere.
Da questo punto di vista, ora sono un bijou. Però sono un disastro di sintassi. 
Be’, non farmele girare, adesso!” mi ha apostrofato De Topis, di ritorno dall’Elba.
Ha gonfiato le gote per mimare acqua in bocca. 
Cara?” gli ho chiesto goffamente con l’acqua in bocca. 
Figurati. Da spellarti fino all’osso”.
Ho girato e rigirato i pollici aspettando qualcosa. Forse che mi infilasse di soppiatto in un cassetto o in una cartella un quadernino riempito durante il soggiorno all’isola. Aumm aumm. 
Io... ho preso una decisione...” faccio. 
Sarebbe?” 
Rispedisco il vademecum, le agende e tutto quanto al mittente. Io non ce la faccio a... Il partito è ormai geroglifico...” 
Tu mi fai girar, tu mi fai girar”, ha canticchiato De Topis, “come fossi una bambola...”
Mi ha buttato un braccio intorno al collo: “Ti ricordi? Ti ricordi?” Aveva gli occhi rossi. Ho spostato la sigaretta. 
Certo”, gli ho risposto. “È per questo che ho preso la decisione di liberarmi del vademecum. È incomprensibile, illeggibile, e, forse, anche irriciclabile”.
Continuavo ad aspettare un segno. Un quadernetto.
De Topis si è alzato in piedi e facendo un giretto per la stanza ha intonato una delle sue prese di posizione in bilico sopra una stanchezza infinita: 
Io ti capisco. Fai. Però sappi che forse stai prendendo un abbaglio enorme. Il fatto è questo, vedi: il partito è così perché si sta rigenerando, capisci? Il partito è l’araba fenice”. Aumm aumm. “Voglio dire che il partito sta tentando di ritrovare la strada dei primordi, è alla ricerca dell’urlo originario e... e... significativo! Per questo siamo disorientati dalla sua vocina momentaneamente anonima, stridula e triviale. Credimi: sotto c’è un ribollir di tini, per così dire, inaudito”. 
Aumm aumm?” ho gridato. 
Ehi, ma che ti gridi... Fuori di sarcasmo: sta attuando sforzi, il partito”. 
Attuando sforzi”, ho ripetuto con voce normalizzata. 
Nel senso di una rifondazione, sulla linea di una rivisitazione e ridefinizione, in vista di...” si è interrotto stanchissimo De Topis e si è appoggiato coi gomiti sul davanzale della finestra che dava sulla strada piena di odori. “In vista di riacquistare la propria configurazione di...” Gli odori dei nostri fratelli, e le loro voci, e i rumori prodotti da ogni oggetto creato dai nostri fratelli “… partito forte, quasi tellurico!”
De Topis è venuto a sedermisi di fronte. Ha detto: “Hai visto quanti valori giù in strada?”
Il partito è innominabile. Vaga apollineo nell’Elicona, contornandosi di belle donne. Il partito è un essere alato e ha perciò diritto alla temporanea follia. Il partito è poesia. Deve solo rispondere al cuore, e a nient’altro. Sgorbi e ghirigori suggeriti dalle anime de li mortacci di Breton prendono due facciate del quadernetto. A capo.
Il partito si inebria di nettare; gliene se rapprende un sacco sulla bocca, e ogni tanto ne perde particelle, che dalle labbra piovono giù giù giù”. Trovato nella buca delle lettere. 

***
De Topis è stato espulso – e privato del “De” – in quanto infame. In realtà soffre di un qualche esaurimento. Sentiva le voci.

Cerco e trovo la compagnia di Dorando, anziano uomo di partito, pensionando.
Ve lo presento.
Saluta, Dorando! 
Buondì, sono Dorando”.
E poi? 
Non sto mai con le mani in mano, trovo sempre qualcosa da fare”.
Da quanto tempo? 
Da quarant’anni”.
E poi? 
Poi vado in pensione”.
Avrai una forte liquidazione? 
Sì, e se resisto altri cinque anni, sarà fortissima”.
Hai fatto la guerra, dunque, Dorando? 
Sì”.
Quanti ne hai fatti fuori? 
Nessuno”.
Mentre ora ne faresti fuori... 
Quasi tutti”.
Perché? 
Perché non si rimboccano le maniche”.
Resterà nel tempo un ricordo di te, Dorando? 
Come?”
Ho detto: credi in Dio, Dorando? 
No”.
Nonostante i nostri spazi e tempi collaterali?
Come?”
Voglio dire: che cosa ti hanno insegnato le riunioni del nostro Rotary? 
Ahi ohi”.
Che c’è? Qualcosa che non va? Ti senti poco bene? 
La schiena, l’artrosi...”
È cervicale, Dorando? 
Per forza!”
Vai in malattia Dorando? 
Vedremo”.
Hai altro da aggiungere, nel caso non ci vedessimo per qualche tempo? 
Sì. C’è pressapochismo e ingiustizia a questo mondo”.
Perché, secondo te? 
Bisogna sapersi rimboccare le maniche. C’è sempre qualcosa da fare in questo mondo qui”.
Dorando. Ti sei mai chiesto perché in tutti questi anni ti ho sempre dato ragione? 
Tu sei della razza mia, per fortuna. Scusa se te lo dico solo adesso, ma mi sono affezionato a te”.
Anch’io, Dorando, perché tu mi hai fatto capire una cosa: che ognuno può avere la propria opinione. Deve, talvolta. 

C’è questa voce, da qualche parte, magari dietro una scrivania, sopra qualche sedia, chissà dove... c’è questa voce occulta che ripete: 
Chiudete la porta, santo Dio! Chiudete la porta quando uscite. Fa corrente, volano via le carte, vola via tutto quanto, ci buschiamo un raffreddore, un malanno... La volete chiudere, quella porta? È mai possibile che non riusciate a capire che le porte si devono chiudere? Quando si entra e quando si esce, che diamine!”
Tutti noi – compatti, ora – ci chiediamo se questa sia la sua mansione specifica. Perché c’è un gran viavai, qui. La gente entra ed esce in continuazione, e nella maggior parte dei casi non chiude la porta. È giusto ed educato chiudere la porta quando la si apre avendola originariamente trovata chiusa. La voce ha un’alta coscienza di questo principio. Non è un caso che spesso al suo grido aggiunga, abbassando il tono: “È una questione di civiltà, insomma”.
Tutti uniti, ora, ci chiediamo qualunquisticamente se questa voce venga pagata – e quanto – per l’adempimento del suo compito.
Un bel giorno, anzi, tirando fuori il Torquemada che c’è in noi, convochiamo il partito. Ci disponiamo in cerchio, radunati come una vittoriosa posse, a braccia conserte, intorno al partito, che abbiamo schiaffato sopra una sedia. Gli chiediamo con un certo tono una spiegazione su questa voce che grida di chiudere la porta e, pare, non faccia altro.
Il partito chiede che gli venga ripetuta la domanda. Noi sbuffiamo e picchiamo il muro col palmo della mano, e tuttavia gli ripetiamo la domanda, con un certo tono, molto meno conciliante del precedente. Il partito fa schioccare la lingua e si mette a guardare fuori dalla finestra il suo paesaggio da rebus: due are romane sotto un pero, miseri caseggiati, le rive di una delle due Dore, bambini che giocano a pallone tra le pozze, una militare che riparte salutando la sua bella alla fine della licenza; una vecchia dall’aria epica cerca di infilare il filo nella cruna, ma non ci riesce. Anche noi osserviamo quella scena insieme al partito. Scopriamo che il nipotino aiuta la vecchia, infila la cruna, la vecchia felice gli stampa un bacio in fronte, il bimbo si pulisce col dorso della mano, la vecchia si ricrede nel quadretto che serve alla versione stereoscopica del rebus. Vediamo ancora: orti devastati dalle talpe, padri di famiglia che attendono al gioco della morra al tavolino di un’osteria, passa una splendida giovane dal collo imperlato e si unisce a loro; e pescatori che stendono al sole le loro reti, una rada, due rade, tre rade. Una vecchia legge la regola, casamenti popolari e cala il tramonto.
Il partito si asciuga le lacrime, domandando scusa. Che facciamo? Lo scusiamo? Sì, certo, perché ha usato il preservativo. 
Ne siamo sicuri?”
Certo. Non si nota lo strato di malinconia sul suo viso? Esso non manca mai di formarsi dopo la sensazione di aver perduto un’occasione unica.
Il partito riprende fiato. Le sue domande successive sono: “Avete voluto fare i provocatori? Intendete perseverare?”
Noi replichiamo con indignazione: “Provocatori? Ma che c’entra la provocazione?”
Il partito si protende tutto, dice: “Okay, okay, non serve che vi scaldiate. Era per domandare, semplicemente per domandare”. Il partito si alza dalla sua sedia, si fa aiutare a infilarsi il cappotto e lascia frettolosamente la stanza – chiamato all’inderogabile.
Una voce urla: “Gesummio! E chiudetela quella porta quando uscite! C’è una corrente da stecchire una statua e voi lasciate la porta aperta. Chiudete la porta! La volete capire? Sennò, che cosa le fanno a fare, le porte?”
Il partito torna sui suoi passi, visibilmente imbarazzato. Dice: “Scusate”, e si allontana più in fretta, chiudendo dietro di sé la porta.

sabato 29 marzo 2014

Che cosa non seppe il Cavallo del piccolo romanzo fiume Novantuno

G. Manganelli, Centuria
In posa per il piano americano, il brigadiere della brigata cinofila gli disse definitivamente: “Tu sei lui”. 

Zooppass, in quanto fresco cane poliziotto, in quanto fresco cane poliziotto d’acqua in bocca, ma soprattutto in quanto cane, non emise alcun commento.
Quelli che narrano, narrano che fosse già stato cavallo in una vita precedente – non da tiro, beninteso: cavallo da corsa sciolto, sventuratamente in un’epoca in cui non si scommetteva sui cavalli, ma sull’eventualità che presto o tardi nascesse la figura del fantino. Quando sul volto sfaccettato della terra fece la sua (e di chi altri sennò?) comparsa il primo fantino, Zooppass il nostro aveva già lasciato quella vita precedente, per occuparne una successiva – pur sempre precedente ad altre che se ne stavano in fila agli sportelli della metempsicosi.
Quelli che in questa delicata scienza sanno il fatto loro (non meno di quanto sappiano quello della trasmigrazione animale), sovente non sanno il fatto altrui, diversamente sarebbero esplosi di meraviglia – nella brandellosa ricaduta divenendo molecole integrative della fede – nell’apprendere, dalle certe fonti che loro hanno, come Zooppass nella vita replicata fosse ancora una volta cavallo. Il che cesserebbe il dire consolatorio che le vite sono belle perché varie.
Cavallo di specie, senza specializzazione, né carne né pesce, tuttavia cavallo di cavallinità comprovata (dai bimbi elementari che ne’ loro disegni rappresentandolo, lo rendono indiscutibile col dargli un’altezza che in quei paesaggi comparativi sovrasta altri quadrupedi eretti e non eretti radamente alloggiati in prati tirati a strie verdi dove, più che sbucare, “stanno” vegetali [tipo il fiore per lui parla il gambo e tipo l’albero per lui parla il tronco, marron] che, a non sempre rispettosa proporzione dei primi praticoli, dal basso offrono umile rallegrante ornatura a una casa che ben mette in guardia il cielo dal profanare il vuoto, spaventevole bianco confine, fra il sopra celeste e il sotto detto, stabilito dalla sezione immacolata del foglio, il niente di nessuno dove sei certo di una cosa sola, questo sì: che il cavallo è quello che contende al fumo del comignolo la tensione al cielo, e gli altri sono quelli che la contendono al cavallo), bisognoso di prove e occasioni mai avute, cavallo di destino interinale. Di fronte a questo genere di cavallo, anche se non hai mai aspirato a diventare padrone di un cavallo, vedrai che lo diventi.
Tale librarolo inglese senza urgenza di nominazione personale, se non quella – specificazione – che al paese suo la scienza quella sopra lo avrebbe fatto bookmaker nell’addavenire, trovandolo vagabondo in da qualche parte molto squallida come si conviene a esseri interinali, e avendo un carattere contraddittorio che gli ingiungeva di detestare le cose che amava come il veglio Salamano, avendolo prima, a quel carcassato nomade, preso a busse e poi foraggiato, di nuovo motteggiato e poi carezzato e insollucherato, e poi notando nelle reazioni che gli scomponevano il muso come, disserrando la fauce scardinata, quel campione di cavallo tenesse una lingua assai straordinaria, ecco che lui gli diventa padrone.
Senza intenti assassini e successivamente glottosalmistratori.
Zooppass entrò a bottega da quel bibliofilo con l’incarico di correttore di bozzi qualora se ne presentassero sulle copertine di cuoio a processo di tomificazione completato. La sua lingua ruspida ripassava la superficie delle coperte, finché queste risultavano lisce come Dio comandava. E Dio erano tempi, quelli, che comandava.
Gli toccarono altre vite, anche sotto diversa specie, anche fortunate. Finché pervenne a questa.
(...)


Continua▲

© 2001-2014 Mauro Pascolat



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martedì 25 febbraio 2014

L’uomo che non è che non c’era (ma si vedeva solo a metà)

1° disperato, necrotico stump

 

Primo stump dell’uomo che non è che non c’era
(Illustrazione di Stefano Baratti)
Manco a farlo apposta, quest’uomo che non è che non c’era (lui, poveretto, era lì, con tutti i crismi del caso a fare la sua vana parte nel mondo, solo che c’era solo a metà, un giorno la parte sopra e un giorno quella sotto – e capiremo meglio, se ci spiegheremo bene, naturalmente: diciamo che era stato fatto da Dio a sua [di Dio] immagine e somiglianza) faceva di mestiere il barbiere.
Benché avesse una scarsa capacità di giudizio, si riteneva abbastanza soddisfatto della sua vita. Se avesse avuto una buona capacità di giudizio, si sarebbe ritenuto soddisfatto.


Ma introduciamo per benino questa storia, diamole uno scheletro, una parvenza di trama, uno sputo di caratterizzazione, un qualcosina che come la leggi ti fa un effetto speciale. Ecco, si potrebbe cominciare così: per fare come certi scrittori matti che, tuttavia, vagano indisturbati e vaghi nel vano, vago mondo (anche loro facendo la loro brava, sporca e vana, vaga parte), sentite questa trovata: quest’uomo viveva a NEW YORK – così, detto vagamente, come se New York fosse il paesello dove De Sica fa il maresciallo, uno di quei paeselli sindaco, prete, farmacista (e maresciallo – anche se non sempre De Sica). Si sente già l’effetto? Avvertite sfarfallii nello stomaco? Sì? Buon segno. Ma spingiamoci oltre.
Non solo, dunque, cost’guy viveva a New York, ma aveva un nome, che per inventarcelo siamo diventati mezzi matti (anche se non del tutto: disgraziatamente siamo scrittori dilettanti – lo si capisce anche dal fatto che parliamo al plurale, il che deporrebbe a favore di una nostra certa svitatezza, ma in questa vita non sempre grata contano la fortuna e le mani-manico): si chiamava Leonard “Bob” Zagrebmann. Proveniva da una ricchissima famiglia di New York (che abitava in via Street Kennedy n° 3, la seconda sulla sinistra venendo da via Street Jhon Wayne, con “Jhon” scritto così non perché abbiamo sbagliato, ma perché ci siamo ispirati a uno scrittore che girava in pieno luglio con la sciarpa intorno al collo – che pareva sfuggito a un’impiccagione – con giacchetta da figicì dantan e che aveva inventato un personaggio di nome Jhon – ecco, così non ci accuserete di superficialità e approssimazione), che aveva fatto fortuna grazie a una vincita al totocalcio negli anni ’60 del XX secolo (cioè, nel Novecento, con la “n” maiuscola, quello che i realizzatori di note di quarta di libri di storia con la esse MAIUSCOLETTA non si stancheranno mai di sottolineare trattarsi del “secolo breve”). Non importa se a New York non esiste il totocalcio?
Vogliamo proprio vedere: un brutto giorno, infatti, arriva un funzionario del totocalcio di New York e fa: “Siete voi che avete vinto il totocalcio nel secolo breve?”
“Sì”, risponde accogliendolo sulla porta Robert “Leo” Zagrebmann – il padre di Leonard – con uno spregio del labbro come a dire meddatté.
“Bene”, replica il funzionario. “E in che anno, per l’esattezza e di grazia?”
“Ma… nell’anno di grazia e di esattezza 1972, credo…”
“Credete? Con esattezza? ’Scoltate qui, amico del sole: mi sa tanto che ho brutte notizie per voi” – non si capisce se dava del voi al capostipite appoggiato allo stipite o si riferiva alla ricchissima famiglia in generale. “Il secolo breve Novecento è finito nel 1971 (sennò era un secolo normale, di 100 anni, senza rotti in difetto o in eccesso), quindi non avete vinto un bel niente”.
Il vecchio, non essendo un piantagrane malgrado quello spregio del labbro (in realtà era uno spregio fisso, scolpito lì dalla nascita – o forse dalla Tyche), capì la situazione, ringraziò l’ospite, lo congedò e si trasferì nel suo studio (tutto foderato di libri in cuoio, con quel buon odore di cuoio e di carta, che è questo il bello dei libri veri a rimpetto degli ebooks: che senti odore, mentre con gli ebooks, oltre a cecarti, non senti odori; e si sa che quando uno legge – specie ai servizi – vuole sentire odori. Se poi soffri di stipsi, lo svantaggio degli ebooks viene duplicato. Se, invece, soffri del disturbo opposto, che pesci pigli quando ti accorgi della negligenza della serva trovandoti fra le mani un ebook? Manco uno. Come vedi, il book ha vantaggi notevoli rispetto all’ebook. Vai sempre al licet con un book è il nostro consiglio. Lascia perdere il giornale: che, mo’ li fanno in carta di riso? Il book sì, anche se costa), dove, sedutosi allo scrittoio, estrasse dal tiroir un pistolone e ti saluto, amico del sole!
Lo trovarono con un buchino da niente in fronte (senza cornice di splatterume), manco si fosse tirato una miccetta, e una lettera di fronte a sé. Dentro, un foglio d’un simbolico che Verlaine ne sarebbe crepato d’invidia: bianco.

Con la famiglia rovinata, Leonard “Bob” – che si era visto predestinare tutto un brillar e sfavillar di carriera da avvocato presso la firma di grido Schinbierna&Schinbierna di New York – vide sconvolta (favorevolmente, ché per fare l’avvocato aveva una mezza idea – aveva sempre mezze idee, come forse (ci, ma anche vi) spiegheremo più avanti – di non averci il taglio) la sua vita. Prima, infatti, non aveva idea di che cosa avrebbe fatto di sé, ora ce ne aveva una mezza. Pensò: “Adesso faccio una ricerca su Ghiugl… anzi, mi voglio rovinare: Ghiugl plas (adbondantis adbondantum… anzi, mi voglio strarovinare: adbondantis adbondantum adbontantibus)”.
A quei tempi, però, Ghiugl plas non esisteva, ma esisteva Eevil plas (inventato dal mio amico Marsiano), il motore di ricerca e di ri-cerchia sociale che c’aveva un tigre dentro.
Pertanto, andò al suo computer (che al tempo non esisteva, o meglio, esisteva a metà: metà tastiera e metà monitor), digitò come Frenzy Frantic con 12 dita per circa 3 minuti, fino a ottenere una prolissa query “Dve ss trvare…” ma non possiamo dirvi di più, sempre per la questione della tastiera e dello schermo dimezzati (deduciamo che “ss” stia per “posso” – “p” e “o” situantisi nella metà mancante – all’epoca – della tastiera, la destra).
Fortuna che Eevil plas non scherzava. Grazie a un algoritmo misterioso (sebbene in fase beta) aveva capito che Leonard cercava un lavoro. E grazie a un secondo (in fase gamma) glielo aveva pure trovato.
Due ore dopo, Leonard “Bob” stava nella Settima (fra la Prima e la Terza [?]) in procinto di entrare nella bottega (in cuor suo sperando e non sperando di entrare a bottega) di un barbiere di New York, tale Tomhas Dilyan Taneddu, detto stranamente “Cochise” pur essendo della tribù dei Nez Percez? Percez Noz.
Taneddu Cochise, benché totalmente cieco, era il barbiere più in vista di New York, verosimilmente il migliore: basti pensare che tutti i mobster della città, quando erano stanchi di vivere, andavano chez lui. Sapevano che, immancabilmente, i membri dei mobs avversari li avrebbero trovati belli imbacuccati sulla poltrona girevole che Cochise avrebbe prontamente volto in favore dei malintenzionati affinché i malintenzionati venissero smitragliati a dovere. Non prima che Cochise avesse fatto loro barba e capelli (+ facial al vapore al calore galore).
Aperta la porta della bottega, Leonard fu investito dal sicario di turno in fuga, il quale, masticando fra le fauci un “faucof”, si scusò con l’ingrediente (nel senso di entrante), lo aiutò ad alzarsi, gli chiese se stesse bene, gli offrì una caramella, che Leonard non accettò dallo sconosciuto, al che il gangsta si offrì di offrirgli un drink al noto locale Blue Gardenia dietro l’angolo (il Blue Gardenia, a New York, è dietro ogni angolo), ma Leonard disse “non bevo mai prima delle 11 am”, e il mitragliere volendo controllare che ora fosse (che a lui non la si raccontava! – l’ora) prese a cercarsi addosso la cipolla, ma non la trovava, al che esclamò “fakiu” – poi scusandosi per il linguaggio – ma intanto “il sole mangiava i minuti” (secondo il celebre modo di dire in uso a New York, ma non è vero: lo dicono a Trieste, ma metti che uno scrittore con la sciarpa che scrive sta roba con 14 dita sia di Trieste e ignori certe sottigliezze filologiche – come finora ha ampiamente dimostrato – cosa volete che gliene freghi…) e mangia un minuto e mangiane un altro, va a finire che passano di lì 3 tipi nel NYPD, osservano la scena, si insospettiscono, si avvicinano, chiedono: “Tutto bene?” e Leonard muto e quell’altro pure, con il Thompson fumante in mano, e loro, ripetendo “Tutto bene?” senza ottenere risposta, si insospettiscono ancor di più, ma non avendo prove di avere motivi di insospettirsi sospettano di star prendendo un granchio a causa dei troppi tv-movie di NYPD visti, ecco che i 3 della pattuglia, dopo un’occhiata pedagogica agli insospettabili, fanno per allontanarsi, ma vengono – per precauzione – falcidiati dal mitra del mobster, che finalmente trova la cipolla, la consulta e osservando che sono le 10.57 non insiste. Stringe la mano a Leonard “Bob” e se ne va (i suoi passi saranno pochi, falciato immaturamente dai colpi di un contromobsta all’angolo del celebre locale Stork – che a New York si trova sempre di fronte al Blue Gardenia, da cui gli scazzi fra i due locali, spesso concludentisi in stragi di tutti i santi del calendario).

Lievemente stordito, finalmente Leonard fece il suo ingresso nella bottega. Non ebbe il tempo di dire “buongiorno” (tanto, dato che parlava a mezza voce, nessuno lo avrebbe sentito), che Cochise gli intimò: “Passa lo straccio su sta medda” (riferendosi al lago di sangue che tanto stonava col candore del locale, benché, data l’abbondanza di piastrelle, ricordasse una macelleria vecchio stile), non prima di averlo apostrofato: “Non si usa più dire buongiorno?”
Dice un lettore di quelli svegli tipo un libro da non perdere: “Ma Taneddu Cochise, non era cieco? Come ha potuto scorgere il nuovo arrivato, per altro così silenzioso?”
Gli rispondiamo: “Statti zitto e leggi, tanto sei abituato a schifezze peggiori…”
E lasciateci lavorare, altrimenti cade l’Italia e si muore.
Dunque.
Cochise usava frasi concise.
Brevi.
Andava sempre a capo.
Per guadagnare Tempo.
Mentre gli scrittori.
Con.
Le.
Sciarpe.
Lo fanno.
Per.
Guadagnare.
Righe.
Così il libro.
Viene più.
Grosso.
E possono.
Far pagare.
Una cacatina.
Di.
120.
Pagine.
(Che).
In.
Realtà.
Sarebbero.
7.
Dicevamo.
Lo fanno.
Pagare.
(A te).
(Che lo).
(Compri).
30.
Euri.
Poi.
Quando.
Hanno fatto.
La.
Grana.
E hanno.
Vinto.
I.
Premi.
Della.
Grappa.
E.
Di.
Altri.
Liquo-
ri,
diventano più buoni e generosi e riescono a scrivere numerose righe senza andare a capo, righe, per altro, piene di quella roba che il Bardo diceva essere fatta della stessa materia di cui è fatto il nulla.

Fine della prima parte. (Come Dickens).


Una volta, Dickens, dopo aver scritto e pubblicato sul the “Monarchy” (con il the minuscolo e fuori virgolette, che era una figata ideata da lui stesso) la prima puntata de Il piccolo Chirquick, essendo in crisi di astinenza da figate, si fermò ad un’edicola in Earl’s Court, intenzionato a farne una coi fiocchi (e controfiocchi, se si considera che si portò dietro il laptop). Diversamente dall’opinione diffusa, Dickens era una vera carogna (altroché paladino dei diseredati, dei poveri, dei reietti…), perciò si rivolse all’edicolante (un vecchietto sull’ottantina con trombone all’orecchio) chiedendogli spietatamente: “Buon uomo… Vorrei il numero del the ‘Monarchy’ – e staccò nettamente il ‘the’ da ‘Monarchy’ con tono strafottente – con la seconda puntata del racconto di quel… come si chiama… Dixen… Diskens… non mi sovviene…” L’ottuagenario non fece una piega – se non quella per raccogliere la copia del prestigioso quotidiano contenente la seconda puntata del Chirquick e gliela porse, in attesa del soldo.
Il Dickens, verde e rosso in volto, bofonchiò: “Mpf… fppmpff… Io… Io… Io vi farò licenziare, sarebbe l’ultima cosa che facessi!…”
Il vecchietto, correttigli congiuntivo e condizionale, mormorò qualcosa fra le gengive, un indistinto ma secco suono, tutto un “f” “f”, e rimise al suo posto la gloriosa carta.


domenica 23 febbraio 2014

Che cosa vide l’Uomo del piccolo romanzo fiume Ottanta

G. Manganelli, Centuria
... nella forma di un gran controattribuito, [vide] uno di quei pensatori... come dire... un filosofo d’istinto!, eccoli lì, che incocci ’a’ voglia nella vita; che anzi la vita restituirebbe se stessa al big bang pur di non annoverarli fra le sue creature... Uno di quei delinquentelli non perseguibili, ma rognosi, calunniosi – in primis di se medesimi –, callosi del loro rabbioso vizio di far frullare la lingua, i quali ramingano tuonando cannonate di paraponzeria per le strade del mondo, indugiando di tempo in tempo in cerca di prede, specialmente nei granitici scenari delle stazioni ferroviarie – le loro naturali, neutrali stoà – dove si accomodano, i primati, qua e là, su panchine, su scalinate, o appoggiandosi ai muri, nell’aspettativa del trascorrere del tempo... ed ecco che, senza previa dichiarazione di battaglia, arrivano, si posizionano, paiono studiare uno schieramento, in singola pazzoide fila profondità uno, ossia se stessi solitari, con quell’aria imbriaca e anchenò, ma vicina ad esserlo, esemplari – ma non è razzismo, questo, semmai revisionismo lombrosiano – microfrenici, loro e le loro caratteristiche, per e con la quale dotazione fisiognomica ti si pianta davanti uno d’essi e ti astrologa e piposofa dei suoi non ancora smaltiti scazzi quotidiani, colpevole la moglie solitamente salopetta definita che non ci dà bada a lui, se non per spronarlo, sto zombio de fame, già di mattina a buon’ora, dopo una notte di improperi e sgraffi, ad andarsene a girare il pollice da qualche parte, a guadagnarsi, insomma, i pretesi diritti (con tutto il degrado che essi comportano) che lui avanzerebbe, di paterfamilias, primo fra tutti – come egli dichiara, con la più alta convinzione delle terre emerse, finanche dell’Everest – che lei, questo cacabuccio di donnetta, lo gratificasse una volta, una sola volta, dico, della cosiddetta; fatto sta che tu, presempio, mentre che te ne sei al bar ferroviario, vai a infrangerti contro questa autocertificata vittima, pecoreggiante, delle magagne matrimoniali le più disperate: tu, proprio tu, ma guarda tu! Con quel fiato che ti odora di fango muffo: e andiamo, fai la coppetta con la manina pelle liscia-liscia: annusa! Che ne dici, uh? senso, ne? Va’, corri in cesso di stazione, datti risciacquata in bocca senza il tramite, fra i labbri e il rubinetto, della mano-acquedotto; fra tanto, l’occhio si appaga dello spettacolo, osservabile appena obliquamente sopra a dx, su muro tazebao, di accorati appelli d’amor che alcun perdona, d’altamiresca arte murale: neopuntinismo manure, opera acrobatica d’un uomo-mosca; neofauvismo ordure, opera digitale e insieme gesto sacrificale estremo di sensibile-alla-carta; e dàgli, tu, svelto!, di stomaco, ché almeno una valida giustificazione tu l’avrai, ben-bon, per l’alito che sgradevolmente s’effonde.

Ma adesso: si fa café olé e crossante croiccant?

Come ti risollevi dallo sforzo, lui ti è dietro, con l’epa croia che rimostra dalla scamiciatura, con la protestante braca sbrecciata poco sopra il cavallo che tuttavia testimonia l’uso della mutanda, suffragato dall’alone paglierino facilmente intravisto. E chissà da quanto, a quell’ora, già verbalizzava incontenibile, incontentabile, esso, nella generale noncagance del nomade popolo di toeletta, accosto accosto quasi tu gli avessi dato l’appuntamento sull’onda dell’ebrezza del Primo Amor (che la mattina seguente al suo fiorire, pur recandoti al risveglio farfalle, colombe e campane, t’opprime alla nuca e ti rompe il cuor), e altro non stesse ad aspettare che la prima limonata, quella che di regola ti lascia la bocca altrui in bocca, quella, sarebbe a dire, che te ne vorresti ancora, d’un lato, ma da quell’altro tu ti sembri un cannibale, cioè credi d’avergliela mangiata la lingua al/alla partner (merita fare una riflessione: presente? che ci stavano, negli anni sessanta/settanta, quei pinguini o ghiaccioli o calippi comunque gelati allo stecco, di forma, dico, sexy, e l’anima analoga ad un midollume gelatinoso, prodotto pianificato e confezionato a bella posta, da istituire nell’iniziando – prime campagne reclamistiche erotocentriche – la scabrosa convinzione d’una sorta di autosufficienza garantita dalla forte quanto sottile suggestione del bacio alla franzosa; essendo già in discorso, si potrebbe, del pari, riferirsi agli occhiali a raggi X, pensati per violare ogni limite di privatezza e dunque vedere il nudo sotto il vestiario – delle donne, specialmente; e continuando non si completerebbe mai, forse, l’elenco dei mille schemi riservatici dai pragmatici surrogatori di altrimenti impossibili educazioni sentimentali).

Quasi tu gli avessi dato un appuntamento. Con la sua bocca di fuoco odor di stock, spalancata sul muso tuo rubrico per i conati, eccolo lì il signore sì che se ne intende, pronto per l’espugnata: “Che ne pensa lei? Non ho forse ragione io? Che farebbe lei al posto mio? Non mi stia a dire che lei, a la femmina, almeno una volta al mese, nei rapporti e tutto quanto, lei non… Non me lo stia a dire neanche per scherzo! Ma mi dica: lei, a casa, ce l’ha una donna, la sua donna che l’aspetta, intanto che la cenetta va a freddarsi, con il grembiale magari come dire allacciato con un bel fiocco sopra due fior di chiappette come dire belle pienotte, che l’aspetta sulla soglia o giù al portone come chi magari attende l’operaio che torna tutto nero dal cantiere, questa pocahonta tutta unta e i capelli come dire come spinaci, qualche briciola di pane appiccicata qua e là, e che mazzo – si capisce – si deve essere fatta tutto il giorno, ma finalmente in pausa, magari appoggiata al manico della scopa, come una Tina Modotti appoggiata magari al piccone del comandante Carlos – oppure, sfinita, distesa sul canapé, con un occhio al tv e un’orecchia alla lavatrice che come dire gorgoglia di là… Una donna così, lei ce l’ha? Questa donna che si spende in duplice sacrificio: una donna di queste, angelo del vostro focolare, tipo, frutto dal vostro sudore coniugale, ma che alla bisogna sa come dire diventare una di quelle magari… Scommetto che lei ce l’ha?”
Si limitò a mormorare: “No, non ce l’ho”.

E l’omino girmi, accettando cavallerescamente la perdita della scommessa, voltò i tacchi, puntando sulla tabaccheria, forse per andarsi a ricaricare le batterie delle provate eliche.

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CORRELATI: Che cosa non seppe il Cavallo del piccolo romanzo fiume Novantuno

venerdì 17 gennaio 2014

La ragazza con la porta accanto

Il mio appartamento si trova in fondo al corridoio, a sinistra.
Prima del mio appartamento, ce n’è forse un altro; ma non ne sono certo. Sono però certo che lì, ad ogni ora del giorno e della notte, c’è una ragazza, in piedi presso la porta, vestita di abiti modesti ma lindi, con un occhio tumefatto ed uno appena truccato, e con una costante colata di sangue dal naso, che certo le lorderebbe gli abiti se al naso non avesse applicata una cannula connessa alla bocca d’una tanica.
 

Nel dirigermi verso il mio appartamento, passo davanti alla ragazza, ma non ho quasi il coraggio di guardarla in volto. Lei, dal canto suo, non dice nulla; è sempre lì, presso l’uscio, non proprio davanti alla porta, ma un po’ a lato, con il suo sangue di naso, immobile d’un rigore mortale.
Inoltre, ho saputo – da uno del piano di sotto – che dietro quella porta non c’è un appartamento: non c’è nulla, la porta è dipinta sul muro.
Un altro, del piano di sopra, si è spinto a sostenere che anche la ragazza è dipinta sul muro.
Io dico che è impossibile.
Lui dice che è proprio così, che è dipinta in tridimensione.
Se così è – vado pensando io – si tratta di un lavoro fatto a regola d’arte.
Ad ogni modo, quella ragazza non dà noia a nessuno.
I suoi conti (affitto e spese condominiali) pare che siano a regola pure essi.
Una signora viene ogni tre o quattro giorni a svuotare la tanica colma di sangue.
Bene, dico io. Tutto a posto.
Lei vive la sua vita – con la porta accanto.
Una sola osservazione vorrei fare: temo che anche per lei, come per tutti noi, un giorno la pacchia finirà.

Tu, hai qualcosa da aggiungere?…

lunedì 9 dicembre 2013

Punti cardinali · L’uomo che venne da lontano e andò ben oltre

L’ Uomo che venne da lontano
in un singolare schizzo. La testa, apparentemente assente,
è un semplice effetto trompe l’oeil

In tempi non sospetti (ché avevano ampiamente dimostrato la loro estraneità a se stessi c/o chi di dovere), noi froggers (with dirty little lips), come accade a caratteri con calibro dell’apocalittico Giovanni(n) (Senza Paura punta) ma soprattutto dell’entità di Nostradamus, Menagramus, Isacco Giacobbo e innumerevoli oltre-uomini di profezia, fummo punti da una benché non cercata vaghezza in virtù della quale ci trovammo, un bel giorno, a tener compagnia e botto alla schiera degli aruspici, in testa ai quali saremmo inclini a installare il felino Malachia, che nei suoi celeberrimi quanto criptici 111 motti espose visioni fatali di papi e anti-papi (si badi – detto divagando alquanto – che è uno dei pochi affari degli ultimi quattro e oltre secoli in cui non ha parte alcuna l’Uomo dell’ultimo dì mercedonio), con abbraccio che si estendeva dal pontificato del Celestino II fino a quelli compresi nella Fine dei Tempi, ci pare di capire. E qui cominciamo bene: non siamo pratici di cose astrofisiche (vedete: manco abbiamo la certezza che si tratti di cose astrofisiche), ma ammettendo e concedendo (tutto, fino a restare ignudi) una visione allucinata e prosaicamente impensabile dalla mente umana come lo spazio entro il quale si collocherebbe un evento Finale irreversibile – che, in turno, si supporrebbe non scindibile dall’influenza dal Tempo, in un’in(de)terminabile complicità dei Due – possa, dopo tanta catastrofe, essere ancora popolata di papi e anti-papi che se ne stanno in giro pontificando quasi niente fosse, e con l’aggravio dell’esposizione visionaria di Malachia – cui purtuttavia confermiamo la nostra stima e rispetto riconoscendone la buona fede –, ci rimane nondimeno ostico l’allineamento con un vaticinio che disimpegna l’istituto del papato dalla sua suprema funzione temporale (cioè politica). In sintesi: esiliato a regnare sul nulla, un pontefice perde un’alta percentuale del suo smalto e pertanto non è meritevole (o passibile) di ludibrio astrologico.

Comunque sia, a quegli scagionati tempi, si partorì anche noi una visione, alla Borges (ci si condoni l’accostamento: non sarà difficile in quest’epoca di passioni), piuttosto che alla Malachia – per giunta con ritaglio polemico, obiettivo il Márquez; ma nell’innocente forma di una stoccatina – sotto specie scritta, tradizionalmente – e convenientemente – specificata dal termine “racconto”, composto di un certo numero di motti (“mots”), indubbiamente maggiori di 111, magari anche criptici, ma privi di drammatiche valenze numerologiche. Nel quale, sbrigliata da ogni regola di contingente verisimiglianza, dominava la figura (“surreale” – suole puntualizzare chi col surreale mostra familiarità non inferiore alla tua con tuo cugino o tuo tsio) di un papa che si volle sudamericano.
Senza dettagliare da quale fra i Paesi dell’America meridionale egli originasse (pare in tutto uno di quegli accorgimenti in smaliziata adozione presso i pronosticanti di cui in alto, del genere – volgarmente ma efficacemente detto – “mettere le mani avanti”), ma dandogli un nome e un cognome (anzi che, in modi inauditi, montasse al soglio predestinato) con vaga eco di significante precolombiano, ossia Gutierro de Utziqui; chi avesse letto quel conto, sarebbe inoltre stato informato circa l’estrazione “campesina” del cardinale – a voler essere onesti e più realistici dei realisti, il “de” striderebbe con i modesti cognomi di quel ceto, che, poco abbiente, non potrebbe nella più immaginifica e nervosa delle fantasie concedersi (tantomeno se ne insognerebbe) l’acquisto di un predicato signorile. Ma il punto non è dolente fino all’irreparabile.
Sicché (questo accadeva intorno – quando non dentro – l’anno 2001 o forse 2), dopo lunghe (otto, o sette, ma sempre anni!) revisioni e meticolosi, cauti eppure rigorosi colpi di lima, finché sopraffatti da quell’urgenza che è combinazione di vanità (ecco – pressappoco – una spiegazione all’usanza che, se qui da Noi va indisturbata sotto la sigla APS, nel mondo anglosassone, senza tanti sotterfugi acronimici, è ostensibilmente, malignamente etichettata “vanity press”, e nell’Oltralpe designata da un serioso quanto esplicito “édition à compte d’auteur”) e timore di veder la storia del cardinale andare a male come (e dove) vanno certe vivande, giunse la risoluzione – conseguenza di cortesi declinazioni editoriali a dozzine – di rendere tuttavia pubblica (ma lo era già stata, sull’internèt, senza che la nostra e altre vite ne venissero scalfite) quella storia-profezia, rifilata ad un florilegio di novelline eccentriche assemblate sotto il titolo onnicomprensivo di Remakes (Cigoli) – proprio con quelle parentesi: non ne era, il contenuto, inteso a sottotitolo (perché si scelse quel titolo, qui non lo stiamo a documentare).
L’anno 2009, dunque, eccolo l’APS autoredatto vedere la luce, che negli anni a venire, gradualmente infiochendosi, infine si spense – ma per nostro lucido calcolo, a seguito di questa valutazione: un libro (di carta) che in quattro anni stabilisce un record planetario (tanto si sa…) per molti versi ignominioso, e che pochi – dal 1455 a oggi – possono vantare, tanto da tentarne il detentore di proporsi alla Guinness (non in quanto birra), va dolcemente soppresso, o deve almeno subire un certo qual cambiamento di connotati. Ora, la trista antologia viaggia sotto mutato titolo – sperduta come un novello Major Tom ma senza potersi appellare all’illusorio conforto di un Ground Control – di raggio in raggio della grande e selettiva Tela sub specie electronica. E lì rimanga, che un pochetto ci ha stancati.



Tornando dall’inevitabile digressione al nostro punto, ebbene: l’Utziqui (o de Utziqui) – sempre in quell’immaginazione – conseguiva il primato nella Sede di Pietro con peripezie le più difficilmente prefigurabili e con criteri nettamente illeciti (e illegali), benché il preteso effetto della brevissima novella fosse quello di evidenziare, per una serie di accadimenti compressi, come il porporato sudamericano (divenuto, piuttosto che eletto papa) introducesse una sia pur effimera rivoluzione nei costumi vaticani. Non c’è traccia di giudizi di alcun genere, né di merito etico né – per così dire, come dire, vogliamo dire – religioso o (ce se ne scampi!) di sfera “teologica”.
Ma quanti (certamente non troppi) volessero sapere di che cosa stiamo parlando, troveranno senz’altro il modo di leggere lo scampolo narrativo in questione.
Qui, viceversa, vogliamo soffermarci su ciò che esso trascura relativamente alla sorte patita da due cardinali concorrenti alla Cattedra pontificia.


Par di tornare alle cruente leggende borgiastiche, questo è vero (ma si legga il racconto, si legga pure – stranamente intitolato Settembre!, con esclamazione funzionale), tuttavia il Gutierro, agendo con quell’imprevedibile estro suramerico “su cui ci ha sempre tenuti informati Márquez con bilioni di pagine” (questa, citando, la “stoccatina”), combinò un finimondo, quel giorno (di settembre…), allorché ripulì la piazza dai competitori, del tutto dimentico di cosa fosse la pietà. Il resoconto parla chiaro.

Ora, ciò che in quello scritto si sottace fu la fine orrenda riservata dal papa “eletto” a due cardinali in particolare, usando di un metodo trascurato (curioso!) persino dalle più fervide menti dell’Inquisizione. A un certo punto, si fa cenno, nella fantasiosa cronaca, al “disavanzo totale di uomini color della porpora”, palese falsificazione della falsificazione (tanto è il racconto Settembre!), dacché due di essi – il nome? e chi (se) lo ricorda… – scamparono lì per lì alla furia di “Utziqui all’iniziativa” (cit.), trovando ricovero in chissà quale sgabuzzino remoto, ma senza farla franca. Nel momento in cui il neovicario massimo – benché a dure faccende obbligato – si prese una pausa per due conti che però non gli tornavano e non tornandogli fu bensì in grado di associarli a due nomi, con inumana prontezza di spirito decise di affidare la soluzione del caso a suoi fidati vicari sicari che lo avevano seguito in Roma dalle campesine terre avite.

Si sa di papi che, nei rari momenti di libertà dai loro oneri, si dedicano ad attività le più svariate per ritemprare lo spirito e la mente (“hobby”, “svago”, “distrazione”), nonostante la carenza di una seria letteratura in proposito (prevalendo la tendenza gossipara di taluni pseudostorici ovvero vaticanisti di non eccelsa lega, i quali – perdonate la franchezza – ci hanno riempito le tasche con obsolete, presunte indiscrezioni sulle manie, più che passatempi o diversivi, dei pontefici – il filone Borgia è inesauribile, insomma). Utziqui, ai tempi della giovinezza contadina in patria, studiò con entusiasmo l’apicoltura: ne fu, si dice, un pioniere nella plaga agricola d’oltreoceano, ne fu divulgatore e le diede impulso con giovamento per la povera economia locale, e della dedizione venne ripagato in termini di apprezzamento generale dei campesinos.
Così, quando fu il momento di traversare l’oceano per la prima venuta in Roma, non poté rinunciare a farsi accompagnare dagli insetti e dai di loro favi, che assegnò in custodia temporanea a un esperto e fidato apicoltore vaticano (in realtà, giardiniere). Poi, intensificandosi la sua attività nello Stato interno alla città, dovendosi là trattenere con sempre maggiore frequenza e per periodi sempre più lunghi, ebbe modo di dedicare più tempo (quello d’avanzo, resta inteso) alla cura delle creature. Delle api, della loro vita e abitudini conoscendo pressoché ogni segreto, Utziqui prese a concepire un disegno, parzialmente oscuro persino a lui stesso, in quanto ispiratogli da una teoria che necessitava d’un riscontro pratico. Passò notti insonni tra i favi, tra le arnie, biancovestito (ah… un presagio?) di tuta e maschera-velo protettivi, negligente alcune sue incombenze, tra cui la preghiera, o consacrandovi (no pun intended) attimi appena. Probabilmente senza esserne del tutto consapevole, il cardinale andava elaborando uno schema scientifico sui cui esiti non aveva certezze ultime, sebbene il suo inconfessato (n.p.i) obiettivo fosse la Creazione di un organismo geneticamente modificato, una Superape o Ultra-ape. L’intenzione di fondo era lodevole (non ci dilungheremo su, anzi non sfioreremo nemmeno questioni attinenti alla dottrina sociale della Chiesa in merito agli OGM, con il rischio di smarrirci nei da noi impraticabili meandri dove si dibatte di moralità – intrinseca ed estrinseca – della manipolazione genetica. E mica ce ne intendiamo granché). Egli vagheggiava la generazione di un’ape mellifera capace di produzioni più ingenti e più sofisticate ad un tempo, a puro ed esclusivo beneficio dell’Umanità. Ma non è improbabile che Utziqui fosse visitato dal dubbio, il quale – ora sappiamo – ebbe la peggio sotto l’attacco dell’anelito scientifico.


Saltiamo le genotecniche nello specifico impiegate dal Gutierro – che restano comunque secretate. Saltiamo i tempi di gestazione. Saltiamo le modalità riproduttive dalle api (diversamente dovremmo portare quei noiosi, ipocriti esempi con cui regina e fuchi cercano di spiegare alla prole come essa venga alla vita, cioè facendo imbarazzato e metaforico riferimento alla trafila seguita dal genere umano per generare i bambini).
Finalmente un giorno, un bel giorno (non è luogo comune), vide la stupefacente nidiata e udì l’insistente ronzio di alcune Superapi (o Ultra-api). Dei fenomeni nunzi del tanto atteso evento, il giardiniere corse a informare il cardinal Utziqui – preso altrove dai suoi consueti doveri.
In preda a un’eccitazione che chi vuole può comprendere, egli raggiunse il fantascientifico alveare, senza trattenere le lacrime come gli occhi caddero su una neonata che avrebbe conservato un posto di privilegio negli affetti del futuro pontefice. L’incredibile è che – sarebbe parso “per uno di quei portenti alla sudamericana” (cit.) – proprio quel Superessere avrebbe ricoperto un ruolo fatale nell’episodio che ebbe per vittime i due cardinali riparati nello sgabuzzino.
La prediletta ricevette un immediato e nemmeno troppo sofferto battesimo informale: fu chiamata decisamente Ape Papale. (Questa, ci viene da osservare, più che una forma di presagio, ha invece traccia del supposto peccato di presunzione, pur non essendo ancora un Vizio Capitale). Nessuna fonte a noi disponibile precisa se le sorelle ricevessero anch’esse un nome vero e proprio (nel senso proprio di “proprio”, non in quello, abusato, in questa locuzione, dalla stragrande maggioranza delle genti, specie [tele]giornalistiche, allorché – per istanza – copulandolo con “vero”, pretenderebbero, vanamente, di corroborare la forza di un dato sostantivo, col risultato di una resa ridondante quale “un vero e proprio nubifragio” – quasi esistessero tipi di nubifragi “falsi e impropri”. Noi, qui, la s’è usata, la locuzione, per un’estemporanea polemicuccia fra le parentesi, non per aprire [entro queste, magari, ormai occupate] una polemica “vera e propria”).


Ape Papale al culmine del suo fulgore guerriero.
Sull’aluccia è posibile notare
il tipico gallone di
Generale di Brigata per Superapi.
Erano uno splendore, che nei pochi giorni seguenti andò magnificandosi: e nell’aspetto e (soprattutto) e nelle dimensioni, indubbiamente abnormi. In incessante lavorìo, si sviluppavano, giorno dopo giorno, secondo il dettato di Natura e sotto le attenzioni di Gutierro e del giardiniere; attenzioni che però, in capo a poco più d’una settimana circa, si trasformarono in cure, ma nel loro senso etimologico più proprio (e vero) cioè preoccupazioni, quando le proporzioni degli insetti, insieme ad altre manifestazioni fisiologiche – il ronzio tendente alla distorsione (si immagini una di quelle chitarre di cui si dotano gli esecutori del metallo pesante), un’insolita irrequietezza nel volo che man mano si traduceva in evoluzioni audaci e fendenti l’aria con segni di aggressività, la riluttanza a far avvicinare più d’un tanto il giardiniere, ma non era ancora tempo di miele  – sembrarono aver ormai sfidato la Natura essendone sfuggite al controllo e non rispondendo alle Sue direttive.

Passò qualche giorno ancora (e in quel frattempo – qualcosa subodorando – il cardinale aveva cautelativamente suggerito al suo assistente di non frequentare il luogo delle arnie), dopo di che Utziqui fu sensibilmente turbato alla scoperta di un ormai certo scherzo applicato da Natura alle sue creature. Parliamo, per l’esattezza, proprio di Ape Papale, monarca assoluta delle api consorelle – ne aveva ogni evidenza – nella quale il cardinale riscontrò un pungiglione di misura – sempre in proporzione col resto della struttura fisica – non ordinaria. È indispensabile sapere una cosa: l’ape pupilla, benché caratterizzandosi come le altre per quei fenomeni sopra accennati, li cessava nel momento del contatto ravvicinato alquanto con il suo cultore, e licenziando gli apparenti comportamenti aggressivi e forse ostili (imitata dalla famiglia), si concedeva ai suoi affetti come la più mansueta delle creature. Perciò, il cardinale poté esaminarla da una distanza minima, verificare la straordinarietà di quell’aculeo e chiedersi infine se il dardo – data l’anomalia – fosse più che un organo strutturale. Per tale accertamento, sarebbe stata naturalmente necessaria una sperimentazione, con conseguente morte della bestiola. Non era questo che Utziqui voleva.
Ma ancora “per uno di quei portenti…”, come ad averne inteso il pensiero, Ape Papale, subitanea Mrs. Hyde, emise un ronzio Kirk Hammett al top, vibrò le ali (pareva un caccia allertato con breve se non nullo preavviso) e si sollevò in ultrasonico volo, che, tempo millisecondi, rivelò avere un preciso bersaglio: il gatto (non papale e nemmeno cardinalizio, forse un semplice randagio infiltratosi chissà in che modo nella sorvegliatissima area vaticana) assunse, su quattro piedi, un’aria interdetta – interlocutoria, sarebbe meglio dire – come sorpreso dalla stessa sorpresa di quell’inatteso attacco. Le quattro zampe montate su quei piedini facendogli otto giacomi, lo sguardo da Stregatto sbronzo e miagolando “me sento tutto strano”, la vittima, barcollante, riguadagnò la misteriosa via che l’aveva lì condotto per dirigersi istintivamente verso il Cimitero dei Gatti – ché la sua inesorabile Ora gli suonava scoccatura – situato, dicono, in un probabile recesso del Colosseo, dove, fra sofferenze da non dire, trovò requie (per un verso immeritata e per un recto meritata) in capo a un paio di mezz’ore.

E intanto, l’Ape ad ogni parvenza giacendo di quel giacere irreversibile cui sono destinate le api dopo la loro tipica malefatta, il cardinale tornato a sé dallo stordimento si affrettò a verificare la situazione, che giudicava tragica. Ignorando se fosse in qualche insperato modo rimediabile, ebbe mille bizzarri pensieri, fra cui l’applicazione della respirazione artificiale al devastato insetto. Ma quell’apparato boccale era una sfida impossibile – ben lo sapeva Utziqui. Soccorso presso terzi (e di quale natura, poi?) non l’avrebbe trovato. Tutto faceva mal disperare.
In casi simili – non serve essere cardinale per saperlo – rimane poco da fare, se la preghiera all’Altissimo vi pare poco. A ciò si accinse il prelato, ché – non si può mai dire, pensò sopra le righe – forse il suo implorare avrebbe trovato ascolto. In tanta confusione non individuando la preghiera del caso – e una a misura di frangente in verità non esisteva –, si provò a raffazzonarne un’altra di sua ideazione, le idee però vieppiù confuse. In prossimità di un bel fulminante “finalmente”, tuttavia, ecco che la disgraziata (più avanti il cardinale avrebbe attribuito all’Onnipotente quella facoltà che viceversa è esclusiva – come non ci stancheremmo di sottolineare se ci venisse chiesto di farlo – della malachiaca, nostradamica nonché isacco-giacobbica compagnia), col fremere debolmente, diede uno di quei segni caratteristici degli esseri in vita. Solo allora il suo cultore-tutore proruppe in pianto e fece a premurarsi di quale premura che fosse; ma non fu necessario: Ape Papale – erano trascorsi due minuti… Ma neanche… – era più arzilla, più bella e più superba che pria. (“Bravo”. “Grazie”. – si sarebbe udito provenire, come rapido scambio di battute fra vecchi compagnoni, rispettivamente da sotto e da sopra il cielo di Roma [quasi cit., ma vedi]).
Utziqui non tardò ad aggiungere nuova conclusione (sospettando che non fosse l’ultima) alle tante già accumulate: Ape Papale, e le consorelle sue, si distinguevano dalle altre al mondo note per un’ennesima meraviglia più o meno naturale: sopravvivevano alla loro comunemente segnata sorte, e, chissà, non è da escludersi che serbassero altre qualità nascoste. “E se fossero state immortali?” non ebbe il tempo di pensare Utziqui...