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sabato 6 dicembre 2014

San Nicola di Bari e il principio di non contraddizione

Corsi e ricorsi della storia semo noi

(e voi siete ’na cozza grande)


Ancora, circa l’orrenda fine dell’Impero (o Regno – dopo i giorni del Governo in Esilio), vorremmo soffermarci su un curioso reperto video (e audio) risalente agli anni più dolorosi, in particolare quello della Rivelazione (ricorderete che l’allora Capitale capitolante fu colta e scossa di sorpresa – si diede a intendere nella furiosa concitazione del momento; tuttavia non si vollero riconoscere i prodromi della prossima disgregazione. Ciò, tipicamente, avvenne troppo tardi).
Il sogno della cozza
(Illustrazione di Stefano Baratti)
Il documento audiovisivo indica che la sera di un 5 dicembre un “canale televisivo” (ne abbiamo già trattato, ma torneremo sul concetto a vantaggio di coloro ai quali esso risulti tuttora aspro), con il compito di far superare senza traumi all’utente quel periodo critico della giornata (si pensi all’ora violetta o a quella che n’infrollisce ’l core) compreso fra le ore 20.30 e 21.00 (tempo estensibile a seconda delle esigenze del flusso pubblicitario – oggi più noto come sequenza di “messaggi liminali non occulti”, i limina fissati nella loro pianificata incertezza), “trasmetteva” (usiamo il termine pertinente a quella tecnologia) un trattenimento sovrinteso da una padrona di casa (detta anche “giornalista”; su questo concetto ritorneremo, ma si veda questo specimen) che ospitava tre chiari personaggi della mondanità dell’era, due dei quali vantavano la doppia (dubbia, ancorché in auge massima) qualifica di “giornalista-scrittore” (oggi Giano estinto) e un terzo (sempre secondo il vocabolario tecnologico allora in uso) detto, soprattutto da se stesso, “artista”, più precisamente “cantante” nonché “musicista”. Egli presenziava in forma virtuale, tramite il cosiddetto “collegamento esterno”.
La coppia “interna” aveva per nome rispettivamente Uther (spiegò: “Mamma e papà vollero omaggiare il pastore Martin Luther King, restando al di qua dello sfacciato esibizionismo; ecco il motivo della mutilazione”) e Diablo Sputafuoco. Nome e cognome autentici, sottolineò, e poi soprallineò che mamma e papà erano gente alla buona. (Voleva essere una furba quanto immotivata stoccata al collega – che sorrise fra il cereo e il terreo a dissimulare la bitchy resting face femminea).
La compagnia, dunque, per decisione statutaria della donna-anfitrione, “dibatteva” o “discuteva” intorno a un argomento all’apparenza vuoto, destituito di senso comune (come lo intendiamo noi, per carità) e specialmente (abbiamo potuto e dovuto constatare dopo molteplici disamine del “video” imprigionato nella fitta ragnatela del tempo) ispirato al o dal principio di contraddizione. Ci rendiamo conto che l’affermazione è ostica, oltre che rischiosa, pertanto cercheremo di spiegarci al meglio delle nostre capacità.
In quei giorni, il Regno o Impero (si è sopra accennato), quasi che la storia fosse incline – umile rivista d’avanspettacolo – a dar repliche (sappiamo che non è così),  era traversato da profondi sconvolgimenti (inizialmente dati per sotterranei), vi risuonavano largamente annunzi di una fine imminente o quantomeno incombente mica per ischerzo, con i cosiddetti barbari stavolta non alle porte, bensì saldamente radicati, incredibilmente rintanati nell’humus di quella società da, all’incirca, un sessantennio – forse abbondante (che oggi ci può parere un lampo, ma non è così). Essa, di primo sguardo sorretta da un anelito d’amore, si reggeva, se osservata da occhi sfoderati di prosciutto e annusata con narici non ottuse da polverine magiche, su una controversa dinamica, o, in altri termini, si fondava su una rara, smaccata, appassionata da sembrare innocente forma di quello che oggi, senza falsi pudori, denominiamo “internossismo” cui aderivano con allegria gli universi o quasi.
Per evitare il plagio, anziché sottolineare vogliamo qui evidenziare la caratteristica principe (per altro oggetto delle sinceramente finte lagne di que’ cavalieri del tavolo rotondo con seggiolino per il moschettiere esterno) di quel fantastico mondo, dove tutto, ruotando invero su se stesso, è diretto dal motore immobile primo variamente denominato: paccaspallismo, gomitammiccamento, duspaghismo o macaronismo (e culinarismi vari), ossia quel procedimento metodico, quel sistema a doppie, triple, quadruple, quintuple ecc. fino a onniple alla enneple, in grazia del quale aristidi e narcisi montano effimeramente in tolda spintivi, oltre che da (culinari) calci al culo, dalla convinzione che la proprietà eterna della città possa transitarsi tranquillamente su di loro.
Ma per non divagare esageratamente: l’elemento che spicca per contraddittorietà nel reperto visionato è l’oggetto della discussione, consistente, all’ingrosso, nella domanda (ideata personalmente dalla giornalista): “Ma davvero nel nostro Regno è necessario godere di appoggi, conoscenze altolocate, ammanigliamenti, calci al – passatemi il termine – sederino, per diventare persone (o personaggi) in vista?”
Luther non poteva essere d’accordo che sì, pur avanzando con un linguaggio assai complesso talune riserve (di riserva). Dello stesso parere si disse lo Sputafuoco. Incuriositi da tanta e ardita (dati i tempi e i costumi) controtendenza e successivamente indagando su altri reperti d’epoca, abbiamo trovato che lo Spitfire al tempo (si parla di un pugno di giorni innanzi) era fresco reduce da un rituale primitivo, vale a dire la “presentazione” (cercheremo di sviluppare in altra occasione anche questo concetto astruso) di un suo romanzo di poche pagine e meno senso, evento “partecipato” (dirimiamo subito: in quei tempi e in quei costumi questo verbo si poteva far tranquillamente transitare – pressappoco come l’eterno dell’urbe condita aglio, oglio, stanglio ad libitumque) da rappresentanti d’ogni consorteria mondana della caput di quell’Impero in putrefazione: schiere di giornalisti, scrittori, giornalisti-scrittori, giornaliste, scrittoresse di trilogie, triadi e tribadismi, figure in vista, figure nascoste, figure malcelate, figurine e figuracce; uomini chiunqui con donne qualunqui, finanzieri, finanziere, tardi manager prêt-à-manger, preti dei Prati, capibastone d’ogni fazione, attori e attore di fikcion-fuk-cion, esperti di comunikk-kekcion e di sti-kak-cion, ce n’era per tutti, abbiamo scoperto: e se non ce ne fosse stato, lì per lì (=2601) si distribuivano predicati come fossero ostie-lido: un “dottò” non si nega a nessuno, nemmeno a un primario di una clinica inchiestata. E (quasi) infine, uno o due, ma soprattutto un “cantautore” (altro concetto obsoleto: ma ci si dia un’infarinatura) vichiano, inventore della tesi filosofica secondo la quale la storia saremmo noi. Peccato davvero che non avesse chiarito chi fossimo noi. Oggi, anche grazie al nostro prezioso reperto, lo sappiamo.
Ecco la storia, infine, quella con non senza l’esse maiuscola, e il resto delle lettere mancanti: un mucchietto di popolani, arruolati nelle barracks e condotti in corriera al luogo del meeting, una libreria con 12 soppalchi e 3 parterre: biglietto pagato e buono mensa, eccoli lì, seduti par terre, in attesa del pax tecum di Sputafuoco: quella dedica personalizzata, seppure illeggibile (“Eh eh, me fa male er braccio e puro er gommito, ehh eh”) in frontespizio, che se fanno tanto de caccialli dalle barracks gnente gnente ja’a sbattono in muso a quarcuno.
Circa l’Uther, pardòn (la elle lo fa ’ncazzà), gli parlavano sopra, non s’è potuto – sinora – approfondire il carattere.
Quanto invece al personaggio in “collegamento”, vi confessiamo di aver faticato non poco ad afferrarne il pensiero nella sua articolata totalità. È del resto vero che si esprimeva in un linguaggio stranito, irto di “appunto” (ma lui non appuntava mica: tutto a braccio andava, tutto a braccio, manco un mezzo gobbo da fregargli la schiena, che così lo drizzava), schierati nell’area del fumetto che li conteneva ma che stentava a trattenere parole che tu dici umane, simili a cavalli di Frisia, a limitare i confini delle sue brachilogiche espressioni, quasi uguali a frasi, che si bloccavano con frenata improvvisa subito dopo soggetto e predicato, forse predicato e soggetto, magari anche soltanto oggetto, cosa, come un filosofo di Lagado con il suo carico di altrimenti indicibile. Appunto.
E il suo nome era F-Athos Morganos, all’apparenza un’illusione, un miraggio, ma simile a un moschettiere novecentesco; la voce roca e temibile, di uno che fa sul serio, i capelli artatamente screziati di tinture zebresche, e già che c’era informò d’aver anche lui scritto un libro, di soggetto vibratamente confuso (di titolo non ricordato o duro da strappare alla punta della lingua) – oggi, dopo la caduta della decadenza alla fine dell’Impero, diremmo “vacuo” –, forse, probabilmente incentrato su un non-concetto, quello di una inedita solitudine esistenziale, dovuta alla perdita dei vecchi compagnoni F-Ethos, F-Portos, F-Aramis, F-D’Artagnan.
Ma l’esistenziale, vuoi anche improbabilmente plagiato da Dumas, è carta infallibile a far breccia nel cuore dei viandanti perduti, e il libro (questo, in particolare) una letale arma di propaganda. Costui, come a parlare di un’illusione, di un miraggio (di se stesso, a se stesso), come in controtendenza ai controtendenti, sosteneva che “secondo me” (in ciò era indubbiamente un Galileo mancato – ma per un misero soffio) “conta quello che uno fa e vuole” (in ciò, invece, un mostro bicipite: Emerson e Schopenhauer incompleti, ma determinati a completarsi).
Cadde soltanto su una banale e faziosa domanda della anfitriona – per altro di ordine politico. Fu il suo spirito ribelle e anarcoide a fargli rispondere: “Non ho votato alle due ultime legislazioni” quando ella gli chiese birichina: “Per chi vota lei?”

La brigata – si esamini pure il nostro reperto, noi siamo qui a disposizione – s’intrattenne allegra per 35 minuti, dando l’idea di star impartendo una dura lezione al viandante smarrito, insieme a una sonora bastonata al principio di non contraddizione. Resta poco da aggiungere, ma d’un certo interesse storico.
In fumo nel fumo del tempo, dimenticati da tutto (consideriamo che dimenticare richiede qualche impegno e un minimo di attenzione a ciò che si dimentica: non vorremmo finire col contraddirci), ma non da tutti. Quella notte, il 6 dicembre di due secoli fa (197 anni, per la precisione), San Nicolò di Myra (detto anche di Bari) omise la sosta presso le abitazioni di Uther, Diablo Sputafuoco e F-Athos Morganos.
La maledizione vige ancora per i loro discendenti.

sabato 2 agosto 2014

Per un pugno di 80 euri

Autunno 2014. Matt Raunchy, sceriffo del Kansassiti Uanaghenà,
un po’ imbolsito ma autosufficiente, in fuga dalla collera dei paisà
con ciascuno dei quali è in debito di US $ 107,452 (pari a € 80,00)
in seguito a mancato pagamento di scommessa (perduta).
(Illustrazione di Stefano Baratti).
io posso:
- fare castelli di sabbia in riva al mare (in alta stagione, tipo come oggi) per una giornata, forse due, data la desertificazione delle spiagge dovuta ai segnali di ripresa;
- costruire autogatti e mototopi con gli stecchini (di quelle raccolte che il primo numero è in edicola il 16 agosto e gli altri numeri non li vedi mica);
- e parlare con Pablo, naturalmente.


Inoltre, su amazon, io posso comprare, fra l’altro, un’elettrosega, le scarpe kawasaki, nonché quasi 10 copie di Per un pugno di dollari in dvd e, ho calcolato, 3,51493848858 blu-ray della versione restaurata, con doppiaggio originale d’epoca (“Enrico Maria Salerno e Carlo Romano in primis”, dice un acquirente verificato). E me ne avanza per parlare con Pablo.
Del fatto che lui lo ha scaricato a gratis. Io sono contrario. Lui è favorevole. Ma perché si fa pagare per parlare con lui? Questo non l’ho capito.

Con un pugno di 80 € io posso:
- pagare la multa per non avere pagato il canone rai fulminei che invece ho pagato, ma siccome sono più di un pugno di 80 euri, il resto me lo presta Pablo, con interesse del 70 %. E se non sono puntuale, dice che rimpiangerò il giorno che non ho pagato il canone. Che però io ho pagato. Hai le fotocopie? mi chiede Pablo. Veramente io. E allora statti zitto. Sempre a disposizione, comunque.

Per un pugno di 80 euri io posso:
- tradire mia moglie con le donne che conosce Pablo: lui fa e io guardo. Lui dice: per un pugno di 80 euri non pretenderai mica? No, io non pretendo. Come vedete, io posso parlare con Pablo.

Con un pugno di 80 € io posso:
- comprare un abbonamento per il torneo del combattimento dei galli: 2 match, contando che uno si paga 40 euri. Tuttavia posso chiedere a Pablo: sai se i galli li buttano o cosa?… Li buttano, mente Pablo. Lui ha l’esclusiva dei galli crepati, che sua moglie, benché cornuta, glieli prepara tipo amburghesi; non so come, ma li restringe, come fanno certi cacciatori di teste con le teste. Sicché da un gallo italiano, ne risultano tipo 3 amburghesi.

Ieri è successa una cosa brutta, triste: è morto Pablo. Lo hanno rinvenuto in un vicolo malfamato. Ma non l’hanno potuto far rinvenire. Era stecchito, freddo. Secondo gente che gli vuole male, si è trattato di un regolamento di conti fra strozzini.
A parte che non credo a questi infami, mi dispiace che non potrò più parlare con Pablo.

Con un pugno di 80 euri io ho potuto:
comprare un cuscino per Pablo, ma senza scritta ricamata, che costava troppo. Un cuscinetto piccolo, di quelli che conta il pensiero. Avrei fatto la corona, ma mi veniva a costare circa 2 pugni di 80 euri. Il beccamorto si è come risentito del mancato acquisto. Certo che se Pablo era vivo, me li avrebbe prestati lui. Ma che sciocco che sono: se è morto, come…

Stamattina a momenti mi prende un colpo. Suonano alla porta, vado ad aprire e mi vedo davanti indovinate chi? Pablo. Sì, in persona, in carne e in ossa.
Non faccio in tempo a riavermi, che Pablo mi fa: “Guarda che mi devi un bel pugno di euri”, tira fuori un taccuinetto e legge: “190,35, per la precisione”.
Io, sconvolto, incredulo, ammutolito, insomma fuori di me, balbetto: “Ma Pablo… Tu eri morto, ti ho visto con i miei occhi nella cassa… e tutti che piangevano, disperati… e tua moglie, poverina… e … e il cuscinetto, a proposito, non ti sarai offeso perché non c’era il ricamo con…”
“Senti, non menare il can per l’aia, sgancia gli euri che mi devi se no ti faccio rimpiangere il giorno che sono morto”.
“Pablo, amico mio, veramente in questo momento sono un po’ a corto… se magari tu non morivi… io magari ti potevo dare gli euri che ho speso per il cuscino, oppure…”
“Quanto hai in tasca?” fa lui secco.
“Veramente… c’avrò fa conto 5-6 euri”.
“Quando un uomo con gli euri incontra un uomo senza euri, quello con gli euri è un uomo morto”, dice sibillinamente Pablo.
Poi non ricordo più nulla.
Per 5-6 euri, io ho potuto:
- beccarmi un pugno (non di €, ovviamente) in faccia da parte di Pablo, di quelli che magari anche lui si è rovinato le nocche.
Eppure era morto. Non mi raccapezzo.

Verso sera, vagando per la città con la faccia sanguinante, fuori da un bar ho sentito provenire un canto: “Hanno ammazzato Pablo, e Pablo è vivo”.
Allora ho capito tutto. E a gratis.


CORRELATO L'uomo che affrontava le catastrofi con un sorriso

domenica 12 gennaio 2014

Disjecta membra

(Illustrazione di Stefano Baratti)
(Néttàre di primavera)*


O happy day! quello devoto al riposo della guerriera, la feria di maggio, il mese più crudele per i spirti sporcherecci. Oh happy ephimero! ché tutto riprincipiava un giorno, massimo-massimo due appresso, molto ma molto similmente al mistero ciclico della Vita, della Natura, quale traspare dalle ipotesi degli inscindibili scientivuologi Pietro ed Adalberto Agnola.
*
Il dottor Martire Di Cogliano, che, come dichiarano le note da lui stesso forniteci, “io (...) parvi venuto al contristato mondo con le stimmate di questo nome”, a dispetto di grandi traversie personali (non ultimo il discutibilissimo allontanamento dal Dipartimento di Letteratura Italiana dell’Università ****** di ********), nell’attesa della conclusione di un corso di webmaster atto a conferirgli le capacità necessarie all’apertura e gestione di un blog che gli consentirà di perseguire la causa culturale intrapresa, ci ha cortesemente pregati di ospitare il “frutto del peccato” che gli è valso l’esilio dal mondo accademico. Abbiamo dunque qui dato ricetto all’inedito di Carlo Emilio Gadda sulla cui edizione critica il Di Cogliano ha lavorato nell’ultimo quarto di secolo e passa (e passerà). Risale invero al 1979 il rinvenimento dello scartafaccio A3 (i convenzionalmente denominati A1 e A2, notori, appartengono tuttora alla casa editrice G******i) – in modi e in luogo che il dottore deve tacere; nondimeno, egli assicura, in concerto di circostanze massimamente oneste – contenente Néttàre di primavera, molto probabilmente uno scritto isolato, destinato a rimanere disjectum membrum per ragioni le più svariate. Ora, per far corte le vie: i contestatori del Di Cogliano sembrano avere gioco facile nell’indicizzare le “lapalissiane” manipolazioni del testo imputate al dottore di ********: ovvie, dicono, quelle che contraddicono il tempo ai passaggi dove si menzionano gli “atomici scientivuologi Pietro ed Adalberto Agnola”, men che considerabile, inoltre, il “... poltergeistico deliro stephenkinghiano...”, laddove, alla morte del Gadda (21 di maggio del 1973), il King era ad un anno dal pubblicare il suo primo romanzo, Carrie (primavera 1974) e quindi dal conseguimento di notorietà planetaria; quanto al “pasticchio” coinvolgente il movimento ecumenico scientology in cui s’incastra l’ardita lettura democriteo-leucippica della celebre coppia-clone che “medio televisivo devolga le scienze” (M.D.C.), se ha d’esserci un marchio definitivo su questa “infamia falsificatoria”, sia pure questo – dichiara il professor ****** **********, Direttore del Dipartimento, che a suo tempo controfirmò il provvedimento a carico del Di Cogliano. Replica pazientemente il Di Cogliano: Dianetics: The Modern Science of Mental Health, l’opera prima di L. Ron Hubbard, fu data alle stampe nel 1950; Gadda ebbe tutto il tempo a disposizione per venire a conoscenza dei principi del safo statunitense. Andando a ritroso: in un curioso pamphlet redatto dall’ex direttore della Fogler Library dell’Università di Orono, Maine, USA, e donato al King (che in quella biblioteca aveva prestato opera intorno al 1970) in occasione di una reunion a carattere semiprivato di ex studenti della detta Università, si ricorda come il King fu letteralmente colpito (il volume gli precipitò in capo da uno scaffale) da un’edizione di Acquainted with Grief, ossia La cognizione del dolore, che egli lesse con avido interesse, rimanendo “bewitched”, cioè stregato, dalla maestria dissimulatoria con cui il Gadda tinge di giallo la (non) conclusione del romancio, al punto che, lui, il futuro mastro del thriller, non poté trattenersi dallo scrivere allo scrittore due lettere: la prima, in cui chiedeva se il figlio fosse l’assassino della madre; la seconda, nella quale chiedeva scusa per la stupidità della prima lettera, allegandovi un proprio canovaccio di novella (forse Carrie stessa?), che il Gadda lesse e non apprezzò; diede tuttavia riscontro epistolare al giovane King, esponendo – nei suoi notori timidi modi – le ragioni della propria incapacità d’apprezzamento dello scritto del King. La lettera dovrebbe essere stata conservata dallo scrittore americano.

Ma l’Agnola: accadde dunque che, alla fine di luglio del 1969, sull’entusiastica onda selenica, il corrispondente unico della RAI – Radio e Televisione Italiane – da Nuova York, Ruggiero Orlando, consigliasse/convincesse, con oscuri allettamenti, il dottor Pietro Agnola (all’epoca corrispondente-pendolare da Parigi-Brusselle), a trovar requie imbucandosi nel palinsensto relativamente scoperto del (diciamo) “dipartimento scientifico” dell’Azienda radiofonica e televisiva statale. In una confusa, arbitraria, etilica, interminabile telefonata, Orlando indirizzò l’Agnola verso una sorta di mentore televisivo esterno, uomo di mani in pasta, di cui tuttavia stentava a ricordare il nome, e la qualifica, e l’età, e la fazione politica, e la professione anagrafica; sembravagli, poi, col passare dei minuti, che dovesse essere uno scrittore, un di quei contributori esterni della fatta di Mario Soldati; ormai naufraganti le speranze dell’Agnola, Orlando esplose il primo liberatorio nome che gli si diradò nella mente: Gadda, disse, è il suo nome. Agnola dubitando di un simile referente per questioni lunari, tuttavia ottenne rendez-vous con Carlo Emilio Gadda; dal quale si recò sentendosi molto onorato, ché sapea il Gadda essere uno scrittorone grandioso; il quale, col suo solo alito, avrebbe infuso padrepiamente nel piccolo Adalberto di anni 7 (già non lo fregavi a dirgli che il sole il gira ’torno la terra!, né che la balena la è un pesciolone!) principii grammaticali e sintattici che non fan male a puntellar il linguaggio se pur nelle stelle hanno scritto che diverrai uomo di sapere archeo-paleonto-bio-cosmo-etcoeterologico. Fu un mesto, silenzioso, vano incontro: non trovavi verso a far intendere al Gadda che cosa quei due parenti siamesi desiderassero da lui; il dottor Pietro Agnola iniziando a capire d’aver sbagliato orbita, nello sbrodarsi in scuse non petite sembrava farsi scudo col piccolo Adalberto, chiedendo per lui buffetti di guancia, di un’eventuale furia di Gadda, che però non si concretò; e il Gadda, l’Agnola, provava a intenerirselo con visioni belle del futuribile figliolo calcante le orme del padre Calcante, in un tempo a venire che suonava già stato, forse statico, immobile, incancellabile come l’orme degli astronauti che non van via neanche a furia di tempeste cosmiche o spaziali o come si dice, disse il dottor Agnola, che aveva ogni intenzione di informarsi di come si dice. Il Gadda, enorme e soffice, li accompagnò alla porta, odiosamente negando un buffetto al piccolo.

Il dottor Di Cogliano ha sinora esibito vanamente le sue prove (tra cui un corto dattiloscritto, attribuito a Gadda e datato 3 agosto 1969, nel quale si abbozza una esagerata versione dell’avventura occorsagli). Verrà Dike a fargli visita? Per il momento egli, a memoria umana, può vantare l’unicità mondiale di condannato per insufficienza di prove.


* Essendo questo scritto disjectum membrum di disjectum membrum. Qui la situazione completa

mercoledì 1 gennaio 2014

Tragedie (e drammi) di Capodanno

Precediamo il tradizionale bollettino botti e disgrazie di Capodanno, notificatoci dalle brave e belle giornaliste del TG meridiano che gode del più alto indice di gradimento presso le famiglie italiane e che può vantare il più sofisticato senso del macabro, con due incredibili e fatali eventi all’inizio del tunnel del 2014.

Il delitto non del tutto imperfetto

Danilo R., un uomo di anni 45 portati sufficientemente bene grazie all’esercizio fisico e mentale, consistenti – il primo – nella manutenzione di armi da fuoco di precisione e nella passione – il secondo – per il reenactment di dolorosi ma necessari episodi storici (pare avesse già pronto il biglietto aereo per Dallas, dove – secondo quanto sostengono i vicini – intendeva appostarsi, in compagnia di un Carcano M91/38, a un piano alto del Texas School Book Depository in Dealey Plaza in attesa del passaggio del motorcade presidenziale di cui avrebbe fatto immancabilmente parte il Kennedy John – egli credendo fortemente nella reincarnazione e vichianamente nella ciclicità della storia, sempre secondo le affermazioni dei vicini; ma, a parte questo, dichiara forse faziosamente una vicina, era un uomo delizioso), viceversa subitaneamente accecato,  ammutolito e assordato dalla – a quanto pare – gelosia, la notte di San Silvestro (o forse la mattina di San Chiaro, Abate di S. Marcello di Vienne; San Frodoberto, Abate di Moutier-La Celle; San Fulgenzio di Ruspe, Vescovo; San Sigismondo [Zygmunt] Gorazdowski, Sacerdote; Sant’Almachio, Martire; Sant’Eugendo, Abate di Condat; Sant’Odilone di Cluny, Abate; Santa Zdislava, Madre di famiglia – secondo il sito santeparole.it) avrebbe martoriato a morte la convivente, Ombretta N., di anni 59 da compiere, a nutriti colpi d’ascia.
Giunte sul luogo del carnaio, le forze dell’ordine hanno potuto constatare la morte della N. non prima di averle preso il polso (per fortuna già staccato) e posto uno specchietto davanti alla bocca.
Danilo R., tradotto in una galera, si è detto (a segni) sereno e fiducioso nella giustizia.
Serenità e fiducia mai furono meglio ripagate: l’immediata autopsia sulla povera vittima, infatti, ha stabilito che la stessa è deceduta per un’improvvisa complicazione polmonare subentrata 8 secondi prima dell’attentato compiuto dal convivente.
Danilo R. è stato immediatamente scarcerato e già in mattinata del 1° gennaio ha potuto ricongiungersi con la sua seconda convivente, Asfodelia S., di anni 62, sofferente di una non grave forma di mania persecutiva e persecutoria.

Danilo R. in posa con i suoi gioielli.

Fonti vicine ai vicini forniscono una versione alquanto differente della tragedia (o dramma), come riferisce la bella multi-inviata dei TG 1, 2, 3, 4, 5, 7 (il 6 risulta ancora latente) anche quest’anno in lizza per l’alloro nel campionato italiano delle telegiornaliste, lodevole iniziativa indetta da un sito internet che, pur avendo, in teoria, molte altre cose di cui occuparsi, gestisce con successo la manifestazione di bellezza e bravura giunta ormai alla sua vigesima edizione.
A delicata ma pregnante domanda della corrispondente di massacri e drammi (o tragedie) della gelosia, risponde infatti il vicino Sòstene P., fonte giudicata attendibile dall’olfatto giornalistico della candidata Miss TG: “No, guardi, l’era un uomo tranquillo quello, più di John Wayne. A parte ’sta passione per le armi, insomma. Se vuole che gli dico la mia, signorina, secondo me gli è venuta una crisi come una rabbia, si potrebbe dire – se posso dire – contro la tennologia, che lui ci si sentiva un poco schiavo. Per questo ha sbrigato la faccenda con l’assia, e no col fusìl”.
“Ma a parte questo”, incalza professionalmente l’inviata, “lei cosa si sente di aggiungere?”
“Ma, veda – sempre se posso dire la mia – a mio modo di vedere ’l guardava troppi TG”.
“No, non può dire la sua”, conclude poeticamente la telegiornalista, per restituire la linea allo studio, dove un’altra telegiornalista (che l’anno scorso si è qualificata terza al campionato), dopo aver commentato “Bene. Ma voltiamo decisamente pagina”, ci informa su una seconda tragica fatalità occorsa la notte di San Silvestro (o forse la mattina dei santi di cui sopra).



Fatalità (o tragica bravata?) nel mondo dello spettacolo

Tragica fine di Rozzha Xexxa, attrice di pellicole per soli grandi. Forse perché a lungo emarginata dal mondo dello spettacolo o non sufficientemente valorizzata, aveva deciso di prendersi una rivalsa con lo stabilire il record planetario di rapportarsi con più partner contemporaneamente (per quanti non lo sapessero, situazione tecnicamente nota nel mondo dello spettacolo come “ghenga-benga”) nella speranza di un futuro migliore e più equo.
Tutto essendo stato predisposto per l’evento la notte di San Silvestro (o di Santa Colomba di Sens, Vergine e martire; Santa Donata e compagne, Martire [sic!] a Roma; Santa Melania la Giovane, Penitente; Santa Paolina, Vergine e martire, secondo il sito santeparole.it, in contrasto con sito santiebeati.it, che annovera, fra gli altri, anche san Zotico, sacerdote, che provvide al sostentamento degli orfani; Beato Domenico de Cubells, predicatore mercedario; San Barbaziano di Ravenna, pure egli sacerdote; e altri), l’evento si è svolto ogni cosa parendo andare, lì per lì, per il verso giusto.

Rozzha sarebbe infallibilmente entrata nel guinness dei primati se solo, dopo l’atto o atti, ciascuno dei 412 uomini non avesse voluto fumare una sigaretta, pretendendo per altro che Rozzha, a sua volta, fumasse un sigaretta con ognuno di loro a gesto d’amore consumato.
Sventuratamente, i partecipanti all’impresa (tutti volontari, stando a fonti vicine al mondo dello spettacolo) sono morti asfissiati dal fumo esalato dalle 412 sigarette, mentre Rozzha è decessa, per conto proprio, alla 78a sigaretta.

 
Rozzha Xexxa ai tempi on cui non aveva contratto
il vizio del fumo.

Gli inquirenti, dopo aver sequestrato i videonastri documentanti l’evento con l’intento di vederci chiaro, si sono dovuti arrendere alla non evidenza del fatto determinata dalla spessissima coltre di fumo predominante nel locale dove ha avuto luogo la tragica bravata.
Ma voltiamo decisamente pagina.










Una telegiornalista impegnata in una prova di bravura e bellezza
in una delle prime edizioni del
campionato delle telegiornaliste

Illustrazioni di Stefano Baratti