Visualizzazione post con etichetta filosofo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta filosofo. Mostra tutti i post

martedì 15 luglio 2014

Il filosofo che in me

Il filosofo nella siga di un filosofo
(che non in me)
Illustrazione di Stefano Baratti
guarda un bicchiere
mezzo vuoto e mezzo pieno.
    
Fin qui tutto regolare.


Egli (filosofo che in me) guarda
il bicchiere per ore e ore e ore
e ore
in un atto di imperscrutabile creatività
filosofica.
E fin qui tutto regolare.
Il pieno è sotto
il vuoto è sopra.
A un certo punto
ecco l'estasi, l'intuizione,
l'eroico furore!
Il filosofo che in me si domanda:
"E se in un bicchiere mezzo vuoto
e mezzo pieno
si desse
che il pieno fosse sopra
e il vuoto sotto?
Andremmo a toccare Galilei?
Andremmo a toccare Newton?
Andremmo a toccare Copernico?
Ma, sopratttutto:
andremmo a toccare il bicchiere?"
Prima che questa rivoluzione si verifichi
mettendo in discussione le certezze
dell'universo,
il filosofo che in me
si scola il contenuto del bicchiere.
Ma, provocatoriamente, metodologicamente,
si scola la metà vuota.
Stranamente la metà piena
resta sopra.

E poi dice che uno diventa filosofo.


CORRELATI: Cacciar(s)i nei guai

lunedì 19 maggio 2014

Cacciar(s)i nei guai

Tintoretto, Socrate, la cicuta e il ginseng

Anche (il) Tintoretto soleva tingersi barba
e capelli, ma solo negli autoritratti.

Socrate non è che non sapesse scrivere: sapeva di non saper scrivere.
Quanto al leggere, Plato non dice nulla in proposito.
Opus est consultare e imbarazzare per l’eternità il professor Tintoretto (detto Massimo – ma anche Massimo deto Tintoreto) Cacciari: “Prof, scusi: Socrate sapeva di non saper leggere?”
“Be’... eh.. insoma... mi no gò... vogio dir... no ghe xe testimonianse direte... cioè... al limite... Ehi, ma cossa ti fìi caìgo? Perché no ti va a farte una ombreta?” 


E invece Cacciari, finita la lezione, torna mestamente a casa. Fra le calli, i calli che gli dolgono nelle scarpe da filosofo (scarpe strette, cervello fino), medita: “Mama mia, che figurassa.... Xe un de quei giorni... Me par da esser insemenìo”.
Ad ogni calle, ad ogni campiello, l’Amleto che è in lui prende maggiore consistenza, il corpo – quasi come il fantastico Urka! – comincia a trasformarsi; la barba si inverdognola, i capelli tintoretti pure. Sembra un marsiano (ma non il commentatore e commendatore unico di questo frog-blog with dirty little lips).
 

Varcata la soglia domestica, grida: “Bruneta! Gavemo ancora sicuta in casa?”
Dalla cucina la moglie (Santippe, ma a volte detta Bruneta – o deta Brunetta) risponde: “No, Massimo: eà gavemo finìa. Ti vol che vado in farmasia a torghene un poca?”
“Sì, ma mòvete, dèi! Xe urgente”.
Santippe-Bruneta va e torna.
“Benedeta chea femena!”esclama Tintoretto sollevato allorché la mugièr gli porge l’infuso.
Egli beve tutto d’un fiato, in una fiata. Poi, per ottenere il desiderato effetto, acchiappa (scomensia) a passeggiare avanti e indietro nella sua celletta meditativa foderata di opere di safi di tutti i tempi stati, enti e futuri. Egli conosce teoreticamente l’azione della cicuta: lenta ma inesorabile, progressiva insensibilità del corpo, a partire dagli arti inferiori. Quando la cicuta arriva al cuore, this is the end, my only friend...
Passa un’ora. Niente.
Passano due ore, niente. “Magari sarò già morto”, pensa in italiano corretto Massimo. “Ma no! Che stupido che sono o mi sembra di essere. Se sarei morto, non potessi pensare”. L’agitazione dovuta all’anomalia della situazione gli fa sbagliare la consecutio.  “E poi,” soggiunge non petito, “l’anima, a differenza di quanto sostiene Pereira Galimberti, esiste: è una roba vuota con un buco in mezzo”1
.

Una voce dalla cucina: “Massimooo! Va’ eaavarte aè man che xe prontooo!”
“Ma Santippe!? Cossa ti disi? Mi son più de eà che de qua e ti ti pensi a magnar?”
“Ma se ti xe de eà! Vien de qua, dèi! No sta far el mona, che se sfreda tuto”.
“Ma Bruneta: cossa casso ti gà messo nell’infuso?”
“El ginseng, no?”
“El ginseng?!”
“Ginseng, sì”.
“E eà sicuta?”protesta inorridito Tintoretto.
“I eà gaveva finìa. Aeora ti go tolto el ginseng!”
“Ma cossa ghe entra eà sicuta co’ el ginseng!” ribatte stizzito Massimo.
“Chei cani de to morti, Tinto! Quante vòete ti ’o gò dito da moeàr ’ste tue imedesimassioni! L’altra setimana ti voevi basar una gòndoea, el mese passà ti pretendevi che eà zente eà carigasse i relogi a seconda de quando che ti ’ndavi fora de casa2... Sù! Date co’ un legno!”
"Ti ga rason, Santippe. In fondo mi son Massimo Cacciari”, si rinfranca Massimo Cacciari.
“E un’altra roba, Massimo: doman va’ tagiarte i cavèi”.
“Posso tignir eà barba, almanco?...”




1 Da non confondersi con il concetto di Dio, che sostiene sempre Pereira –  sarebbe (il condizionale non è dobbligo, ma meglio cautelarsi) una cosa tutta vuota intorno e con in mezzo niente.

2 Che le genti di Könisberg avessero l'abitudine di regolare gli orologi sul passaggio del professor Kant, è pura leggenda (probabilmente ninja), dacché in verità egli soleva baciare i cavalli alla franzosa, invadendo le proprietà private dei concittadini. Il professor Nietzsche avrebbe voluto distinguersi per qualche prodezza analoga. Sicché, in occasione di un soggiorno a Venedig, montò alla torre campanaria della Basilica di San Marco e ne baciò l'orologio – che non la prese bene.

sabato 29 marzo 2014

Il signor Udo

Scaricare pistole in aria, regalare parole ai sordi

Il signor Udo in uno spiraglio fra Essere e Nulla

Il signor Udo (Tommy) non era un galantuomo. Niente al mondo lo ispirava. Almeno era quello che lui credeva. Il filosofo lombrosiano Franz Joseph Rooster lo volle studiare per filo e per segno, nella convinzione-speranza di poter stabilire i canoni definitivi del male assoluto (contesogli solo dall’uomo di San Cristóbal). L’approccio sentimentale misto adottato dal futuro Gallo si uniformò, in una prima fase, in illusione (sempre di determinare lo Standard) e già nella seconda, di fase, finì per incenerirsi in brama di dissoluzione.
Perché il signor Udo – non essendo un galantuomo, bensì ispirato dal nulla –, dopo aver sopportato giobbescamente i tentativi di intrusione nella propria psiche nera da parte dell’ombroso, si sentì – contro la sua stessa volontà – finalmente ispirato. Nel corso di una delle tante sedute filosofiche nell’ambulatorio medico generico della Casa di Detenzione (intitolata al Santo tarantino) più famosa di San Franchisco (come pronunziavano gli antichi doppiatori: tu leggi “ch” come fosse la “c” di c’era una volta, e vedrai che andremo d’accordo), lo annientò con la sua unica arma: una breve frase in falsetto da infante corretta risolino d’un nervoso straordinariamente accentuato.
Il filosofo ne fu annientato, diventandogli prima succubo e successivamente dandosi alla mala vita, non prima di aver assunto lo pseudonimo di Joey “Crazy” Gallo.
L'ombroso filosofo lombrosiano Franz Joseph Rooster
al suo primo mugshot prima di diventare
Joey “Crazy” Gallo, king of the streets, child of clay
Attese come un profeta che il signor Udo scontasse la sua pena. Quando questi sortì di bottega su parole, lo andò ad aspettare davanti al grande portone della Casa di Espiazione.
Il signor Udo (che non era un galantuomo), nel vederselo davanti, abbozzò il suo sorrisino infame.
Joey non osò abbracciarlo a dargli il bentornato all’arbitrata libertà. Era tutto ginocchia frolle. Estrasse invece due pistole e, cautamente, come se avesse di fronte a sé la Bestia, le posò a terra – segno di omaggio, devozione, proposta di complicità.
Il signor Udo – un two-time loser – non era tuttavia affetto da idiozia. Diversamente, parrebbe, dal leccapiattini spuntato in quell’alba post-carceraria. Raccolse con soddisfazione le rivoltelle dono propiziatorio. Poi disse a Crazy Joey: “Si va a fà una girata sul Golden Gate?, eh? Io e te soli soletti?”
Era proposta da rifiutare?
No. Perché il signor Udo non era il tipo da “accettare un no per risposta” (come traducono i traduttori di film, senza un battito di ciglia degli adattatori dei dialoghi).
Sicché si diressero, a braccetto, verso il ponte, nell’alba incendiata.
Crazy Joey a momenti confidava in un invito a colazione in un joint altamente raccomandabile in prossimità del Cancello Dorato. Ma il signor Udo non arrestò il passo, se non quando furono esattamente al centro della struttura sospesa.
Lasciò andare le labbra in un’apertura di credito. Invitò l’illuso compagno ad accostarsi il più possibile al parapetto e quindi gli ingiunse: “Buttati”.
Non era una proposta, questa, ma un ordine, che certo Joey non poteva rifiutarsi di eseguire.
Ecco che pochi secondi dopo, egli trovò la risposta al vecchio interrogativo sull’Essere e il Nulla che lo arrovellava da sempre.
Il signor Udo spense l’incendio divampante nell’aurora sanfranchiscana con un cachinno di cui egli stesso non credeva di essere capace. E invece lo era eccome.
Sbrigata la noiosa questione, e resosi conto di essere diventato un three-time loser, non gli restò che scaricare le sue pistole in aria e regalare la parole ai sordi.
Davanti a sé, sulla carta, non gli rimaneva infatti che l’essere, il nulla e il tempo – ma, rispettivamente, con “E”, “N” e “T” maiuscole (come non si stenterà a rilevare) – da esperire nella buia gatta.
Sempre che le guardie lo avessero agguantato.


Un copper camuffato da ombra del signor Udo
cerca di agguantare lo stesso.(Non lo mollava un attimo)

Questo, ’o mythos, non lo dice. Sennò mythos sarebbe punto.

Noi, da parte nostra, sappiamo solo che anche oggi, quando piove o s’annuncia il Big One, se ne può udire lo sghignazzo riprovevole rimbombare dalle parti del Golden Gate.

Che fosse uno psycho negare non si può, però non era il solo.

Se infatti, oggi – o domani – uno come te si dovesse imbattere nel signor Udo, sinceramente non siamo in grado di dire come l’incontro potrebbe risolversi.
Una vaga idea magari ce l’avremmo. Ma preferiamo non sbottonarci. Giacché, a differenza del signor Udo Tommy, siamo galantuomini e galandonne.
Sempre ispirati dal sol dell’avvenire.
Con canestri di parole vuote calpestiamo arse aiuole.

VIDEO
http://bit.ly/1hlwIFj
La bravata che costò al signor Udo il marchio di two-time loser
You know what I do to squealers? I let ’em have it in the belly, so they can roll around for a long time thinkin’ it over”.

Oggi, per evitare di guadagnarsi il contraddittorio gallone di four-time loser, il signor Udo verosimilmente scaricherebbe le pistole in aria e regalerebbe la sua parole ai sordi di fronte a questi
argomenti correlati:

Le strade di San Franchisco (sono infinite, ma tutte in salita – a meno che uno non le percorra in discesa)

Bostick (Carolyn says at the other end of the wire – ma con la questione Massachusetts + San Franchisco, sempre in àmbito Bee Gees siamo)
I saw the best minds of my generation (Quattro ragazzi per strada... e sempre in area De Gregori siamo) 
500 parole dall'alba a mezzogiorno (sleeping it off)






venerdì 29 novembre 2013

Venerdì nero ecc. ecc. ecc.

I gemelli De Rege-Marx
I gemelli De Rege-Marx colti nell’esplodere uno starnuto nero (lo abbiamo
corelphotato [mica c'abbiamo il sciop] noi, se no col cavoletto di Bruxelles
si vedeva) speculare che dà vita a una nebulosa.
È evidente che i due non si vedono l’un l’altro.
È altamente probabile che non vedano nemmeno lo specchio.
Altroché venerdì nero in arrivo: è già fra di noi il Black Sneeze, lo starnuto nero. Quelli che pensavano fosse un calesse, purtroppo dovranno ricredersi: è proprio un virus, di quelli col genitivo a regola d’arte.

La questione del virus col genitivo, come vedremo, non è di secondaria importanza.

Tutto il mondo dice ecc. ecc. ecc. oppure etc. etc. etc.
 

I filosofi di Mestre dicono: “A questo punto è più che evidente che la questione è squisitamente politica ecc. ecc. ecc.”.

Gli osservatori di costume svolgono impeccabili analisi sulla luce in fondo al tunnel, percorrono per giorni il tunnel a piedi, verso quella luce, e una volta giunti in prossimità del Vero e del Bello chiosano: “ecc. ecc. ecc.”. Non ci mica nasconderanno qualche orrenda verità non bella e non vera?

Gli economisti elaborano concetti imperscrutabili sulla “curva del 1997” per ore e ore; poi quando arriva il momento di tirare una sacrosanta somma, dicono: “ecc. ecc. ecc.”. Noi chiediamo spiegazioni su questa benedetta “curva del 1997” e loro ci deridono: “ecc. ecc. ecc.”. Mah, tutto può essere…

All’esame di Laurea, la studentessa di copywriting sorprende il Relatore e Controrelatore con questa ipo-tesi: “Fare la copywriter è una cosa che ti svegli la mattina, fai una docciua, bevi una spremuta di fichi d’India ecc. ecc. ecc.”.
Tutto concludendosi in gloria, nel ricevere un bacio poco accademico sente sussurrarle  nell’orecchio: “Non avrai mica copiato la tesi da un writer? (ecc. ecc. ecc.)”.


Chiedo a un passante di Mestre, non filosofo: “Scusi, c’ha mica d’accendere?” Lui estrae un accendino dicendo “ecc. ecc. ecc.”, cioè, l’accendino non funziona, è di quelli neri come lo starnuto, concepito per non tradire il livello terra terra del gas – ma gli studiosi di markettìn spiegano: “Serve come misura precauzionale affinché i bimbi, quando giocano con gli accendini – e sono miliardi, ’sti giocatori d’azzardo – non si accorgano che dentro c’è tanto gas da far esplodere l’accendino ecc. ecc. ecc.”.

Vado al Festival dei Corti, vedo un corto di 54 secondi (che poi risulterà ben secondo classificato) chiamato Shrunk, dove c’è uno con una faccia da mezzo matto che tenta di infilarsi i pantaloni dopo un lavaggio fallimentare (sbagliato programma). Impreca alquanto, ed è subito notte: vedo trascorrere i titoli di coda: “ecc. ecc. ecc.”.

Vado al Festival del scìnema di Roma e fremo in attesa della Scarlett: finalmente arriva, in tutto il suo splendore scarlatto, si dimostra molto disponibile – commenta un critico-poeta di un tg – nel firmare autografi per ben 5 minuti. Poi dice: “etc. etc. etc.” e se ne va. Non male, per mezzo testanzone. Anche la disponibilità ha un prezzo: questo è il prezzo della disponibilità.

Finalmente arriva uno dell’Associazione difesa consumatori e accusa sprecatori. Fa: “Ma scusate, dico io: perché usare tre ‘ecc.’ quando ne basterebbe uno? Abbiamo calcolato che se tutti, in questo Paese (che certo ci sono segnali di ripresa e autovelox di ripresa – magari un po’ troppi, i secondi intendo) noi (plurale pagliacaudato) ci limitiss… limiterebb… insomma, se userebbimo meno ‘ecc.’, potram…. Insomma, si va a sparagnare fino a 10 miliardi di vecchi euro all’anno luce”.
 

Ah, apriti cielo! Arrivano quelli che vedono comunisti come noi, genti comuni, quando ci guardiamo allo specchio, vediamo prima di tutto lo specchio.
E dàgli di Gatling: “Ma lei cosa vuole capire… Io capisco che lei quando io… Non mi interrompa, che io non l’ho interrotta, se non interrompendola per dirle che io capisco che lei ma non capisco che lei mi interrompe… Vergogna! Vergogna! Capra! Capra! ecc. ecc. ecc. … Viva la Libertà! Viva il contrario della Monarchia! Viva V.E.R.D.I.! ecc. ecc. ecc. … Traditore! Capra Spiatoria!”


Un Professore di Lettere Antiche (di centro – dunque non sospetto), che per caso passa di là, chiede cortesemente la parola. Non gliela danno. Allora lui si rivolge a una maestranza intenta ad analizzare twittate sul loggione tubi innocenti: “Scusi, ma et cetera è sufficiente ai nostri fini. Lei crede che Seneca, nella sua corrispondenza con Lucilio, si congedasse con 3 et cetera? Nemmeno con uno, a dire il vero. Si limitava a un Vale – che è come dire… ”
“Salute!” sembra augurargli la tuittera.
“Etcì etcì etcì” non si trattiene il Professore non sospetto in quanto di centro. “Mi scusi…”
“Si figu… etciùm etciùm etciùm” non si trattiene la bella.
“Che fa?… etcì etcì etcì…” chiede il Prof. “Declina?”
“Mannaggia, mi ha trasmesso il Black Sneeze… etciùm etciùm etciùm...”
“Un etciùm è sufficiente… etcì etcì etcì” puntualizza incoerentemente l’uomo di Lettere Antiche, “anche se un ‘etciorum’ sarebbe più corretto…” e si copre con forza la bocca, e si tura il naso.


Nell’arena, fra le tribune innocenti, tutti iniziano a interrompere tutti: “Etciùm etcì etciùm etciùm etcì.. Viva la Libertà! Etcì… etciùm… Vergogna! Capra! Capra… etciùm… borscevicchio!… Vergogna! (etcì etcì etcì)”.

ecc. ecc. ecc.

In fondo al tunnel nero si intravede il virus del Black Sneeze. C’est l’empire à la fin de la décadence.
 

Ma sempre meglio della peste bubbonica. Forse.

Come al (quasi)  solito, un ringraziamento a Marsiano (Commentatore e Commendatore Unico di questo blog with dirty little lips), il quale mi ha informato di questo Venerdì nero che io sapevo esistesse minga. Credevo fosse un virus, e invece – ma guarda tu, a volte... quando si dice... – è proprio un calesse.

sabato 26 ottobre 2013

Poeta omme filosofo lady-killer - Doppia trilogia poetica in dialetto napoletano

(Ma se sbaglio, mi corigerete)

 

(Illustrazione di Stefano Baratti)

“A che cosa servono i poeti? Mah, a qualcosa serviranno”. (Eugenio Montale, in una rarissima intervista alla RAI, che non la trovi manco su touyube).

 

Songhe ’o poeta male detto:
uno m’ dice “poeto”;
’n ate mo disce: “pueta”;
une me dice: “puoto”;
nu veneto mo discie “puteo”:
nu malamente me disce “pêt’”.
Ma nisciuno m’dice “poeta”.
Ecco pecché je songhe nu e/o ’o poeta male detto.

 


’O poeta che in me

’O poeta che in me, s’è scetate;
’mpruvvisamente, doppo nu luongo suonno.
’O poeta che in me, s’è scetato,
ripeto,
quase cogliendeme alla spruvvista.
Ma quase.
Nun song’ nasciuto aiere,
pe’ chisto rivuolto lo aggie una ben precisa riflessione:
“Pueta che in me, primma ’e tutte cose,
bonjuorne. Secondariamente:
poeta che in me: hé ddurmite bbuono?”
Ma ’o pueta che in me,
ermeticamento, nun ha replicate.
Je, ca nun songhe nasciute ajere, e che,
a differenza d’ ’o poeta che in me,
nun m’song’ scetate pecché nun m’aggie mai addurmite,
j’agge ritte: “‘A poeta che in me, nun fa’ ffint’ ’e niente:
t’si scetate? Hé ddurmite bbuono?
Mo’ stamm’ a sentì, poete che in me:
tu haje addurmite in me abbusivamente: o mme pavi
’o fitto arretrato, o ggiuro ca te caccie a caccie ’n cule.
Pazzienze: resterò sinza ’o poeta che in me,
ma tu resti sinza ’o non poeta ca t’ tiene in sé:
doppo vediamo si nun turni adoremus”.
’O poeta che in me, s’è scetate.
Mo’ songhe cazze vuoste.

 

’O senso della vita

Tu t’chiede ’o senso della vita.
Pecché?
Pecché?
È ’na ddumanda acussì impegnativa.
Quanta ggente s’ha cchieste ’o sense della vita...
Sso’ chiene ’e fosse ’e sta ccente...
Tu ca te interroghe ncoppa ’o sense della vita,
sient’ a mmé:
nun cummincià da dumande acussì difficile:
va’ pe’ grade, nu passetto alla vota.
Primma da chiederte ’o senso della vita,
cuarda l’uorologgio e chiedilo:
“Scusi, che ora è?”
O’ uoroloccie t’ rispunnerà fedelmente:
“Songhe le ore tale dei tale...”
A chille punto, fuorze, potrai cominciare
a fatte dumande cchiù impegnative.
Ma arricuordate: meglie che nun te chiede
o’ sense della vita.
O si pruoprie t’he a chiederlo,
nun dire che je nun t’aveve avvisate.

(chiste, ’o 3 novembre 2003, alle ore 23:19, m’a ffregate ’a puisia, [nu poco poco cagnata...] mannaggia a isse!..)

(e puro chiste, ch'è sempre chille, ma alle 20:59, [ma comme ha ffatto?] mannaggia a chille!…)

(’a poesia origginariamente steva accà▲)

 

Omme, arricuordate!

Omme!
arricuordate ca haje a mmurì.
Ma arricuordate bbuone,
nun acussì, giuste pe’ dicere...
arricuordatelo bbuone, a mmemoria,
senza scriverlo ’ncoppa ’o palmo da ’a mano.
(Sarebbe sin truoppe facile!...)
Omme!
arricuordate ca haje a mmurì (fuorze a mmazzate).
Ma d’ nu ricordo bbuone,
nun acussì... de nu ricorde vvaghe e appruossimative,
ca quanne uno te domanda: “Uomme! Ta ricordi
de chillo ca t’haje a ricurdà?”
tu je stai a discere: “Sì... mo pare che...”
No, omme! Nun ce simme pruoprio!
Quanne ca ìe verrò a casa toia e
te farò ’a dumanda: “Omme, de che cuosa
t’hé a ricurdà?”
tu, senza esitazzione alcune,
m’ dirai: “Omme!
Arricuordate ca haje a mmurì”.
(Uè, ma si pruoprie ’nu struonze!...)

 

91, omme che parla

– Omme ch’ parle. Assaje. Ma quanto parli, maronna!
“Je aggie fatte chiste, je aggio fatte chille,
fatte chill’ate...”
– Omme chi parle tanto assaje.
Ommo che t’illustri. Illustre omme.
Dimme, ommo, che ha fatto
chiste, chille, chillate,
che hé fatte isattamente?
E quanno?
“O primme iuorne aggie fatte chiste;
o seconne iuorno agge fatte chille;
o tierze iuorne aggie fatte chillate;
o quarte giuorno agge fatte chillate ancore;
o quinte iuorno aggie fatt’ chillatte ampresse;
o seste iorno aggio fatto chistecchille insieme;
o settime ggiuorne, invece da riposà
comme ’o patreterne nuostre SS.,
aggie fatte ’o fiumme Aussa
...” (ca ghiugghele mappete ha puro sbagliato: s’ scrive con doieS”)
– Ma allora, omme, tu ssì puiatto?
“Assì!”
– E dimme, puiatto: tu ssì ffavorevole
alla settimane con otto iuorne?
“Assì”.
– E pecché?
“P’ ’mparà a ’o ’uaglione mmie
a camminà ncoppa all’Aussa con doie S..."
– Omme, omme: tu ssì ca ssi ’n omme,
tu ssì ca ssi nu vere puiatte: sientammé:
p’cché nun te cacci ’a bboocca rint’ ’o... 

ah, ma ie song nu signore, nun ’o puozzo discere.

(Tanto, l’agge ggià ritte ncoppa).

 

Omme, mattù...

Mattù: macché lle faje a ’e femmene?
Ma che lle faje? Dimmolo, sinnò je impazzisco!
Mo lo buoi discere o nun mo’o buoi discere?
Tu, che lle ffai a sti povere femmene?
Dimm’ che lle faje...
....
Uè, rimm’ ’na cosa: tu, a li femmene,
isattamento,
ma che lle faje?
Tu, che lle faje a ’e femmene?
Dimme, dimmolo, mo’, ampresso subbito,
sinnò je ’mpazzisco!

E ’n ata cosa – nun secondaria:
isse, ’e femmene...
che t’fanno a tte?... Niente, eh? nun è overo?..