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venerdì 10 ottobre 2014

The Front Page: marsiano sbaglia un commento


9 ottobre 2014, ore 05.21



marsiano (con l’emme MINUSCOLO), commentatore e commendatore unico di questo blog with dirty lips, posta un ardito commento a un post intitolato “Si potrebbe cantare? ma il cui senso intimo è dato da una selezione di “tiny urli” con i quali si segnala il meglio della critica espressionistica espresso dagli impressionanti critici – bimbe e bimbi cresciuti ad amuchina e a uno (1) di numero malinteso film con Douglas figlio, e il cui sviluppo prosegue ora con la dolorosa accettazione (non in quel senso!...) del daimyo Frenzy –  di un noto sito dedito alla vendita, fra l’altro, di libri che spiccano al mondo infame per la loro bruttezza oggettiva (“libro carinissimo”, “bellissimo”, l’ideale per “un pomeriggio piovoso”, libro che si legge “tutto d’un fiato” e simili; De Benedetti e Croce allo stato puro, insomma).

Ma ecco, come d’abitudine, l’arguto (sopra si diceva “ardito”) commento di marsiano, il quale sceglie anche stavolta il cimento (termine che, fra queste parentesi, gli garba notevolmente) con i giochi di parole. Non pago del “tiny urlo di Tiny Dallara”, si espande (o si allarga) in “"invece di un "tiny urlo di Tiny Dallara" e' piu' carino un "urlettino etc."” (la ridondanza di virgolette è qui inevitabile).

Il gestore del blog – che qui chiameremo “doubtwater”, anche se dalle immagini (e dal susseguente botta e risposta) si rivela la sua identità – è pronto alla replica, che giunge alle 05.22 dello stesso giorno:

“carinissmo, vorrai /vorrò dire...” (il refuso, per altro, costerà caro anche a doubtwater).

marsiano pare digerire il benevolo rimbrotto, ignorando tuttavia che la stampa forcaiola e gossipara gli sta alle costole, tant’è che alle ore 08.44, con una missiva elettronica disperata, comunica privatamente a doubtwater che è “troppo tardi, si e' gia' sparsa la voce”, allegando la seguente copia photogimpata di quello che in realtà è il “Chicago Examiner” (che ci vuole a trasformare “Chicago” in un anonimo “City”?):


Per dovere e onestà di cronaca, va detto che, fatta la bravata, nel frattempo marsiano ha tentato ruffianamente di far correggere il commento (“dai, correggimi tu il commento, uffa...”, ore 07.06, ecc.) allo stesso doubtwater, il quale, in osservanza dell’etica bloggara, naturalmente non s’è lasciato corrompere.
Ciononostante, fingendo di stare allo sporco gioco, doubtwater attribuisce lo scoop a Hildebrand “Hildy” Johnson, verosimilmente plagiato da Walter Burns.

Alle ore 08.49, a una seconda email contenente il laconico “sono rovinato”, marsiano allega una seconda presunta testimonianza della persecuzione di cui è vittima da parte della stampa forcaiola: un’altra photogimpata, stavolta di una non ben definita “Repubblica”:


La dura replica di doubtwater è: “che repubblica è? dela [sic] linea gotica?
La prima controreplica appare nervosa, e citarla non farebbe giustizia alle seconda, ben più brillante e degna del suo senso dell’umorismo: “e' una repubblica del fagiolo con le gotiche” (ore 12.40).

(Intanto il dibattito fra i due prosegue sulla pagina del Comicomelò. Ma marsiano, come la ruggine, non dorme).

Parrebbe dunque arrivato il momento della distensione, ma doubtwater, ad attenta analisi della prima pagina della “Repubblica (del fagiolo con le gotiche)” rileva una svista mostruosa. Perciò, in forma privata, ma crudelmente, scrive al suo corrispondente: «Hildebrand “Hildy” Scalfari sbaglia clamorosamente concordanza sulla “Repubblica del fagiolo con le gotiche”. Walter Burns non glielo perdona» (ore 13.29).

Alle 13.57 la tremenda rivalsa di marsiano (testo falsamente solidale “questi diavoli di gossippari”):



E lo scambio continua nel pomeriggio (saltiamo le ore, se no si diventa pazzi: dovete accordarci fiducia): doubtwater: “stampa forcaiola”; e marsiano, con leggerezza calviniana: “se ne accorsero, ma troppo tardi per correggere, ormai era gia' nelle rotative”; e ancora “in realta', in seguito a psicanalisi di Lazzul, si scopri' essersi trattato di clamoroso lapsus lazzuliano, insinuante che solo un visitatore su un milione potesse visitare quotidianamante (sic) quel sito” (marsiano, infatti, come si apprende dalla viva lettura dei commenti blogghici, teme i milioni di visitatori che fattoquotidianamente fanno ressa alle porte del comico melò per dire la chissenefottibile loro, ma noi non gli si apre: si preferisce appunto il commentatore e commendatore unico); “forchettaiola” e “del resto bisogna pure magna'”, insiste marsiano sempre in riferimento alla temuta stampa. E, se pensiamo al diavolo a otto fatto da Hildy e Walter intorno a quel disgraziato di Earl Williams, non ha esattamente tutti i torti dell’universo.

E così – come dice ille De Gregori – la sera è già notte.
Ritorna infine la serenità – come dice invece il Gigante Pensaci Tu.

marsiano inaugura una divertente monografia sul tema del vomito (del tennista, curva a, vomitolo di lana, farsi largo a vomitate, che – col suo di lui permesso – forse un giorno… non pubblicheremo! ah ah ah, beccati questa!).

Stamattina, 10 ottobre 2014, alle ore 04.25, dopo aver lottato per almeno 10 ore con tutti i giganti della valle al silicone senza trovare una risposta sensata a certe questioni di plugins, doubwater – sbagliando per altro il proprio account d’invio – non può che ricorrere a marsiano. Qualche secondo dopo, tutto finisce in un trionfo.

In fondo marsiano è più Johnson/Lemmon che Burns/Matthau. Magari un bourru bienfaisant? No, impossibile!
C’è però da augurarsi che non regali mai una cipolla d’oro a doubtwater.


Intanto il post Sofia Loren ipsum langue desolato.

giovedì 9 ottobre 2014

Sofia Loren ipsum


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sabato 2 agosto 2014

Per un pugno di 80 euri

Autunno 2014. Matt Raunchy, sceriffo del Kansassiti Uanaghenà,
un po’ imbolsito ma autosufficiente, in fuga dalla collera dei paisà
con ciascuno dei quali è in debito di US $ 107,452 (pari a € 80,00)
in seguito a mancato pagamento di scommessa (perduta).
(Illustrazione di Stefano Baratti).
io posso:
- fare castelli di sabbia in riva al mare (in alta stagione, tipo come oggi) per una giornata, forse due, data la desertificazione delle spiagge dovuta ai segnali di ripresa;
- costruire autogatti e mototopi con gli stecchini (di quelle raccolte che il primo numero è in edicola il 16 agosto e gli altri numeri non li vedi mica);
- e parlare con Pablo, naturalmente.


Inoltre, su amazon, io posso comprare, fra l’altro, un’elettrosega, le scarpe kawasaki, nonché quasi 10 copie di Per un pugno di dollari in dvd e, ho calcolato, 3,51493848858 blu-ray della versione restaurata, con doppiaggio originale d’epoca (“Enrico Maria Salerno e Carlo Romano in primis”, dice un acquirente verificato). E me ne avanza per parlare con Pablo.
Del fatto che lui lo ha scaricato a gratis. Io sono contrario. Lui è favorevole. Ma perché si fa pagare per parlare con lui? Questo non l’ho capito.

Con un pugno di 80 € io posso:
- pagare la multa per non avere pagato il canone rai fulminei che invece ho pagato, ma siccome sono più di un pugno di 80 euri, il resto me lo presta Pablo, con interesse del 70 %. E se non sono puntuale, dice che rimpiangerò il giorno che non ho pagato il canone. Che però io ho pagato. Hai le fotocopie? mi chiede Pablo. Veramente io. E allora statti zitto. Sempre a disposizione, comunque.

Per un pugno di 80 euri io posso:
- tradire mia moglie con le donne che conosce Pablo: lui fa e io guardo. Lui dice: per un pugno di 80 euri non pretenderai mica? No, io non pretendo. Come vedete, io posso parlare con Pablo.

Con un pugno di 80 € io posso:
- comprare un abbonamento per il torneo del combattimento dei galli: 2 match, contando che uno si paga 40 euri. Tuttavia posso chiedere a Pablo: sai se i galli li buttano o cosa?… Li buttano, mente Pablo. Lui ha l’esclusiva dei galli crepati, che sua moglie, benché cornuta, glieli prepara tipo amburghesi; non so come, ma li restringe, come fanno certi cacciatori di teste con le teste. Sicché da un gallo italiano, ne risultano tipo 3 amburghesi.

Ieri è successa una cosa brutta, triste: è morto Pablo. Lo hanno rinvenuto in un vicolo malfamato. Ma non l’hanno potuto far rinvenire. Era stecchito, freddo. Secondo gente che gli vuole male, si è trattato di un regolamento di conti fra strozzini.
A parte che non credo a questi infami, mi dispiace che non potrò più parlare con Pablo.

Con un pugno di 80 euri io ho potuto:
comprare un cuscino per Pablo, ma senza scritta ricamata, che costava troppo. Un cuscinetto piccolo, di quelli che conta il pensiero. Avrei fatto la corona, ma mi veniva a costare circa 2 pugni di 80 euri. Il beccamorto si è come risentito del mancato acquisto. Certo che se Pablo era vivo, me li avrebbe prestati lui. Ma che sciocco che sono: se è morto, come…

Stamattina a momenti mi prende un colpo. Suonano alla porta, vado ad aprire e mi vedo davanti indovinate chi? Pablo. Sì, in persona, in carne e in ossa.
Non faccio in tempo a riavermi, che Pablo mi fa: “Guarda che mi devi un bel pugno di euri”, tira fuori un taccuinetto e legge: “190,35, per la precisione”.
Io, sconvolto, incredulo, ammutolito, insomma fuori di me, balbetto: “Ma Pablo… Tu eri morto, ti ho visto con i miei occhi nella cassa… e tutti che piangevano, disperati… e tua moglie, poverina… e … e il cuscinetto, a proposito, non ti sarai offeso perché non c’era il ricamo con…”
“Senti, non menare il can per l’aia, sgancia gli euri che mi devi se no ti faccio rimpiangere il giorno che sono morto”.
“Pablo, amico mio, veramente in questo momento sono un po’ a corto… se magari tu non morivi… io magari ti potevo dare gli euri che ho speso per il cuscino, oppure…”
“Quanto hai in tasca?” fa lui secco.
“Veramente… c’avrò fa conto 5-6 euri”.
“Quando un uomo con gli euri incontra un uomo senza euri, quello con gli euri è un uomo morto”, dice sibillinamente Pablo.
Poi non ricordo più nulla.
Per 5-6 euri, io ho potuto:
- beccarmi un pugno (non di €, ovviamente) in faccia da parte di Pablo, di quelli che magari anche lui si è rovinato le nocche.
Eppure era morto. Non mi raccapezzo.

Verso sera, vagando per la città con la faccia sanguinante, fuori da un bar ho sentito provenire un canto: “Hanno ammazzato Pablo, e Pablo è vivo”.
Allora ho capito tutto. E a gratis.


CORRELATO L'uomo che affrontava le catastrofi con un sorriso

venerdì 18 luglio 2014

Il paradosso del maggiordomo (non risolto)

O: se il paradosso del nonno ti fa un baffo
Quello che potrebbe essere anche un maggiordomo
(Illustrazione di Stefano Baratti)

Il maggiordomo (o majordomo) ha sempre un’età ragguardevole, oltre che – in teoria  rispettabile. Egli, quasi immancabilmente rappresentato dalle letterature sotto specie (razzistica, pressoché, come a dire ‘sottospecie’) di immondizia, implicitamente comparagonato a una pezza da piedi, esplicitamente trattato come l’ultima ruota del carro armato, accoglie gli ospiti con (in apparenza) fredda professionalità. Li mette subito a loro agio con poche, savie parole. Si fa mutamente carico di cappello e cappotto e – semmai – a domanda risponde. Aliter, se ne sta zitto. 
Diversamente dalla credenza popolare (quella che te tu trovi nelle cascine degli architetti di cui può essere a servizio), questo mancato liberto non si macchia di delitti (omicidi, per amor del corretto dire). Egli è semplicemente il derelitto perfetto. O può apparirlo.
Il maggiordomo, insospettatamente, è alquanto acculturato. Non di rado, egli intrattiene (questione di minuti al massimo, bensintenda) architetti, marchesi, (incontese) contesse, filantropi e consiglieri regionali (dalle risme possibili, qua si pesca a caso e ad istanza) ospiti del suo padrone, con dotte (e mai pisole!) dissertazioni su qualsivoglia argomento di questo mondo che funziona come funziona. Si sa bene come possa arrivare a citare Heidegger (con premessa disambiguante: “Non abiurò mai, si assunse con pienezza le sue responsabilità”): “L’esistenza inautentica è caratterizzata dal  ‘si’ riflessivo/impersonale (si fa, si pensa, si crede, ecc., imperante nell’era della massificazione”). A quel punto, l’ospite gli può sputare (liberamente) in faccia, ché il majordomo non si piega e soprattutto non si spezza. Può indugiare in ulteriore silenzio oppure – è sporadico – esclamare: “Gaodé (o gao dé, graficamente staccato) rpeoro ditupà”. In questo caso, per quei pochi che vedessero buio, sta citando Luciano Bianciardi per bocca di un immaginario pisano. L’ospite, per sua e propria fortuna, molto raramente (uno ha estro di dire mai) è pisano, sicché, oltre a non fare una piega, ’un dice ’na spezza (vi aspettavate “’na sega”, vero? Pazzi!... pazzi!).


Il maggiordomo consegnatoci dalla mitologia cinematografica


A questo nucleo, in verità, punta il nostro viaggio al termine del paradosso del maggiordomo.
In centinaia di pellicole prodotte da Hollywood (ma anche frutto della monumentale tradizione britannica di Ealing e Rank – principalmente) eccolo qui il maggiordomo eccellente e antonomastico, il butler sanguepuro: non ci cureremo di Jeeves (sacchi s’è detto e scritto da parte della critica con il c [da immaginare] Maiuscolo, a suggestione squisitamente romantica – nel senso frainteso di “romantico”), né di mostri quali Sir John Gielgud o di più recenti aberrazioni-degenerazioni, bensì, attenendoci ai classici, noteremo che il nostro Uomo, nella norma o quantomeno per statistica, vanta un cognome al plurale (mentre il prenome gli è totalmente estraneo – non perché non abbia ricevuto il battesimo, o almeno non sempre per questa non inverosimile carenza). Egli, di volta in volta e a seconda, può chiamarsi Smithers, Stames, Jennings, Soames, Chives (plagio?), Charles, Saunders, Stevens, Stokes, Ruggles, Smethells, Hastings, Giles, Higgins e via elencando. Rarissime ma documentate le eccezioni a questo regolamento (infatti, piuttosto che regola: si sospetta un dettato alla stregua di Codice Hays): una per tutte, Belvedere (e morta qui).
 

Per proseguire questa disamina, è opportuno adottare il metodo vagamente sceneggiato, diremmo. 
Veh: poniamo che il consigliere regionale Augustus Skinbierborough (presidente Commissione pari opportunità della volpe – ma solo a caccia in atto) vada a far visita a un suo vecchio compagnone architetto, la cui moglie è inopinatamente venuta meno in una nottata di tempesta, fulmini e saette. La poveretta l’hanno trovata sgolata in letto. Impressionante. Ma niente dettagli, ché non siamo in saga.
(Le forze di legge e ordine sono già presenti sulla scena dell’ad ogni parvenza crimine, bellamente epitomizzate nella persona dell’ispettore o commissario o tenente o sia quel che sia XY. Il quale, accorto e più che postmoderno, mica perde il suo tempo a sospettare il servo domestico).
Allo scampanar dall’uscio, poniamo Soames (il nome che ci è più simpatico, non sappiamo a voi) provvede ad aprirlo, per trovarsi di fronte l’uomo politico. Il quale, a stento guardandolo il muso, gli affida in custodia cappotto e cappello (l’ultimo, poniamo, ancora, che l’abbia indosso); ma anche ombrella, questo è certo: fuori sgoccia tuttavia, pur essendosi il diluvio nella sua sostanza esaurito. Creando a bella posta un buco narrativo (che, lo sappiamo, ti mette a disagio), saltando il grave incontro con l’architetto di fresca vedovanza, nonché l’essenziale vis-à-vis col poliziotto, immaginiamo che lo Skinbierborough, nel misurare a lunghi e desolati passi l’area di prima accoglienza della cascina (ridondante di oggetti vani, alcuni brutti e altri orribili: pignatte di rame impiccate ai muri istoriati di finte teste di finte volpi – quante notti lui e l’anfitrione trascorsero insonni a discutere della questione, mai trovando – come diceva, in totale errore, il Capo Commissione – un “punto di caduta” comune. E ben due credenze), avanti indietro per via dell’ansia, e della mestizia, estragga d’un tratto un toscanello, solo per realizzare di non aver di che accenderlo. Lo previene il buon Soames con un affarino orrendo, ma efficace. Curiosamente, il benservito, in prima battuta lo ringrazia e in seconda, finalmente fermando gli occhi sulla presenza alla Vita del maggiordomo, gli chiede (“come casualmente”, scrivono gli scrittori certificati – e non possiamo che dar loro ragione, merito): “Ma lei, Smithers, mi dica un po’: da quanto tempo dipende dall’architetto?”
giacché ha l’impressione (già altre volte avuta, ma “come casualmente”) che l’individuo sia in avanti con l’età (molto, magari troppo).
La sceneggiatura indica che l’episodio si svolge nel 1989, perciò: “Ho il privilegio di prestare la mia modesta opera presso la Famiglia dell’architetto a partire dal 1946, poco dopo l’entrata in vigore della Repubblica”.
(Già mentre stilavamo questo resoconto, ci si punzecchiò: “Ma dove ha luogo questa storia? In Italia? Fattispecie Toscana? Se sì, com’è questi nomi di sapore anglosassone?” E pronti replicammo [non avendo dato bada al buco]: “Esattamente in Toscana, dove le cascine e i poderi a proprietà britannica, specie inglese, hai voglia. Si pensi allo Stingo di santo”. E pure questa era fatta).

Quella che potrebbe essere una cascina per/da architetti,
meno toscana che umbra (maleficio del dubbio).
(Illustrazione, sempre, di Stefano Baratti).
Soltanto a domanda data precisa, pertinente replica, Soames si vede costretto a sottolineare che il suo nome non è Smithers.
“Smithers… Soames… vi chiamate tutti uguali voi...” s’annoia il consigliere regionale. Ma immediatamente, casomai avesse sbagliato tono: “Oh, mi scusi, non intendevo… ma comprenda… questa disgrazia…” – “Disgrazia?” s’interroga da un angolo dove ripassava la superficie di una credenza fine fine l’investigatore – “... la tensione… la pioggia, il temporale, anzi...”
Certo che lo capiva, eccome, significa il lieve moto del capo – di Soames.
Skinbierborough, mentre che tira ed esala, straziandolo, il toscanello, intanto calcola – che non è il suo mestiere, ma s’impegna, perché vuole vederci chiaro: quanti anni avrà il maggiordomo? Mettiamo che nel 1946 ne avesse avuti…
Qui, un’altra brutta notizia: ci telefona un aiuto-sceneggiatore, un raccomandatoci, fresco di quelle accademie mica sempre utili. Ma tant’è. Osserva: “Ci sarebbe questo consigliere regionale… Della Regione Toscana?… con nome inglese pure lui?...”
Ach so, diciamo noi. In castagna netta. Va be’, poi mettiamo a posto, è solo una traccia, questa. E gli facciamo una certa impressione. Quella che, coda di paglia, suona a lui, a causa della corsia preferenziale che occupa ecc. ecc.
Skinbierborough, infine, calcola un certo numero. Rivolgendosi ancora al maggiordomo: “E in quali circostanze venne assunto?”
“Papà serviva da lunghi anni” – ma chissà lunghi quanto – “la Famiglia dell’architetto – anche mamma – quando essa risiedeva in città. La cascina venne dopo”.
“Ah, capisco… Pertanto lei...”
“Alla sua morte, di papà, lo rilevai, bontà del padre dell’architetto. Ed eccomi qui”, che anche il padre faceva l’architetto. E, ugualmente, soffrì, nel ’45, la perdita della moglie, che morì con violenza. Sgolata.
In quella particolare circostanza – benché si sospettasse dei partigiani, che però risultarono estranei – l’aftermath passò via analogo.
Quella mattina, un tale di campagna, Aspen Clevermont, possidente, si precipitò sul luogo del fattaccio, in città, accolto a palazzo dal maggiordomo Soames (padre). Col quale scambiò qualche parola. Venendo a sapere che il vecchio serviva la Famiglia dal 1909. Prima di lui, il padre suo – dal 1858. Si sarebbe potuto rimontare sin quasi al XVI secolo, scoprendo che in quegli intervalli di tempo i rispettivi figli non facevano nulla di notevole a questo mondo che va come sappiamo.
 

Siamo così in prossimità del nucleo, consistente in un semplice interrogativo-ipotesi: se – come da cinematografia – il maggiordomo che, nel frangente uguale a data XX/YY/ZZZZ, accoglie l’ospite ecc. si rivela sempre d’età sensibilmente avanzata (cioè idoneo a un meritato ritiro – retribuito, s’intende), qualora l’episodio che ce l’ha reso noto si fosse verificato, diciamo, una quindicina d’anni prima, allora, noi, avremmo allo stesso modo incontrato un uomo anziano, il quale ci avrebbe informato essere a servizio del suo padrone da un numero di anni uguale a quello dichiarato dal suo predecessore (ed eventualmente, ma anche ad un tempo, successore)?
Sinteticamente: perché nei film (insistendo su quelli dell
età dorata) non si dànno maggiordomi trentenni?

Il paradosso del nonno può anche farci un baffo.

sabato 12 luglio 2014

I più bei film mai realizzati - 1. Vadi retro, Santana!

(Originariamente, nell’indecisione fra un western e un horror, Vade retro, Satana o Vieni avanti, Sartana)

Una filmina in bianco e nero, con un po’ di giallo (questo)

 

clič per vedere il film muto
Clič sulla figurina per lo spettacolo
Ardua sfida all’O.K. Corral con il cinema muto. Ma questa clip è molto di più di un film muto: primo caso di musical muto per cause di forza maggiore. La colonna sonora era stata affidata alla mel gibson di Carlos Santana (gran brava persona), che poi tirò indietro l’affare serio (che personaggio...) senza spiegazioni e senza paura, tanto non si era provveduto a stilare un regolare contratto con il musicista californicano. Senza musica, senza il supernatural secret chord progression ▲ del più grande chitarrista del mondo noto, si optò prima per un silenzio parziale alla Ingmar Bergman (partial tystnaden) e infine, per non lasciare le cose a metà, la scelta fu il silenzio totale, con effetto positivo sul già low-budget dato il risparmio su eventuale doppiaggio. Il risultato fu un effetto notte molto dark, il monologo al telefono del protagonista (l’esorcista Padre Emorth, novello Klaus Kinski, a colloquio con Fra’ Diavolo-Santana in perfetto romanesco), un esercizio di stile e bravura cinematografica inferiore solo alla Anna Magnani voce umana di Cocteau e superiore solo a quello di Ornella Muti nel remake della Magnani voluto da Citto (ma con Sophia è un’altra storia ancora), ma soprattutto un caso più raro che unico di esorcismo telefonico.

Il film corto ma mica tanto, infarcito di citazioni (dagli Stanlio Laurel e Ollio Hardy di Fra Diavolo e Satana al Pupi Avati delle finestre che ridono perché la mamma ha fatto i gnocchi, fino alla fine del mondo, all’Armageddon, all’Apocalypse Now, subito, alla svelta, che nun ciò tempo da perde, a ogni sorta di disgrazia, cataclisma, catastrofe), è fruibile a vari livelli. Anche terra terra. Ma in ultima analisi, in ultima sintesi e in ultimo tango a Zagarolo, è una tremenda vendetta ai danni del samba-pa-ti-to fedifrago, protagonista subliminale invisibile insieme al visibile e vivace (malgrado il nome) Padre esorcista, incisivo anche di dente. (Interessante la tematica allusiva alla reintroduzione dell’aglio, olio e peperoncino negli esorcismi).


PS: Dice: "Cos’è sta storia di parlare al telefono in un film muto? Ciavete i sottotitoli?" — Dico: "Sottotitoli? Semmai i sopra-titoli, cioè ci stanno i fumetti, no?..." — "Ah, i fumetti... mo’ ho capito abbastanza".

martedì 25 febbraio 2014

L’uomo che non è che non c’era (ma si vedeva solo a metà)

1° disperato, necrotico stump

 

Primo stump dell’uomo che non è che non c’era
(Illustrazione di Stefano Baratti)
Manco a farlo apposta, quest’uomo che non è che non c’era (lui, poveretto, era lì, con tutti i crismi del caso a fare la sua vana parte nel mondo, solo che c’era solo a metà, un giorno la parte sopra e un giorno quella sotto – e capiremo meglio, se ci spiegheremo bene, naturalmente: diciamo che era stato fatto da Dio a sua [di Dio] immagine e somiglianza) faceva di mestiere il barbiere.
Benché avesse una scarsa capacità di giudizio, si riteneva abbastanza soddisfatto della sua vita. Se avesse avuto una buona capacità di giudizio, si sarebbe ritenuto soddisfatto.


Ma introduciamo per benino questa storia, diamole uno scheletro, una parvenza di trama, uno sputo di caratterizzazione, un qualcosina che come la leggi ti fa un effetto speciale. Ecco, si potrebbe cominciare così: per fare come certi scrittori matti che, tuttavia, vagano indisturbati e vaghi nel vano, vago mondo (anche loro facendo la loro brava, sporca e vana, vaga parte), sentite questa trovata: quest’uomo viveva a NEW YORK – così, detto vagamente, come se New York fosse il paesello dove De Sica fa il maresciallo, uno di quei paeselli sindaco, prete, farmacista (e maresciallo – anche se non sempre De Sica). Si sente già l’effetto? Avvertite sfarfallii nello stomaco? Sì? Buon segno. Ma spingiamoci oltre.
Non solo, dunque, cost’guy viveva a New York, ma aveva un nome, che per inventarcelo siamo diventati mezzi matti (anche se non del tutto: disgraziatamente siamo scrittori dilettanti – lo si capisce anche dal fatto che parliamo al plurale, il che deporrebbe a favore di una nostra certa svitatezza, ma in questa vita non sempre grata contano la fortuna e le mani-manico): si chiamava Leonard “Bob” Zagrebmann. Proveniva da una ricchissima famiglia di New York (che abitava in via Street Kennedy n° 3, la seconda sulla sinistra venendo da via Street Jhon Wayne, con “Jhon” scritto così non perché abbiamo sbagliato, ma perché ci siamo ispirati a uno scrittore che girava in pieno luglio con la sciarpa intorno al collo – che pareva sfuggito a un’impiccagione – con giacchetta da figicì dantan e che aveva inventato un personaggio di nome Jhon – ecco, così non ci accuserete di superficialità e approssimazione), che aveva fatto fortuna grazie a una vincita al totocalcio negli anni ’60 del XX secolo (cioè, nel Novecento, con la “n” maiuscola, quello che i realizzatori di note di quarta di libri di storia con la esse MAIUSCOLETTA non si stancheranno mai di sottolineare trattarsi del “secolo breve”). Non importa se a New York non esiste il totocalcio?
Vogliamo proprio vedere: un brutto giorno, infatti, arriva un funzionario del totocalcio di New York e fa: “Siete voi che avete vinto il totocalcio nel secolo breve?”
“Sì”, risponde accogliendolo sulla porta Robert “Leo” Zagrebmann – il padre di Leonard – con uno spregio del labbro come a dire meddatté.
“Bene”, replica il funzionario. “E in che anno, per l’esattezza e di grazia?”
“Ma… nell’anno di grazia e di esattezza 1972, credo…”
“Credete? Con esattezza? ’Scoltate qui, amico del sole: mi sa tanto che ho brutte notizie per voi” – non si capisce se dava del voi al capostipite appoggiato allo stipite o si riferiva alla ricchissima famiglia in generale. “Il secolo breve Novecento è finito nel 1971 (sennò era un secolo normale, di 100 anni, senza rotti in difetto o in eccesso), quindi non avete vinto un bel niente”.
Il vecchio, non essendo un piantagrane malgrado quello spregio del labbro (in realtà era uno spregio fisso, scolpito lì dalla nascita – o forse dalla Tyche), capì la situazione, ringraziò l’ospite, lo congedò e si trasferì nel suo studio (tutto foderato di libri in cuoio, con quel buon odore di cuoio e di carta, che è questo il bello dei libri veri a rimpetto degli ebooks: che senti odore, mentre con gli ebooks, oltre a cecarti, non senti odori; e si sa che quando uno legge – specie ai servizi – vuole sentire odori. Se poi soffri di stipsi, lo svantaggio degli ebooks viene duplicato. Se, invece, soffri del disturbo opposto, che pesci pigli quando ti accorgi della negligenza della serva trovandoti fra le mani un ebook? Manco uno. Come vedi, il book ha vantaggi notevoli rispetto all’ebook. Vai sempre al licet con un book è il nostro consiglio. Lascia perdere il giornale: che, mo’ li fanno in carta di riso? Il book sì, anche se costa), dove, sedutosi allo scrittoio, estrasse dal tiroir un pistolone e ti saluto, amico del sole!
Lo trovarono con un buchino da niente in fronte (senza cornice di splatterume), manco si fosse tirato una miccetta, e una lettera di fronte a sé. Dentro, un foglio d’un simbolico che Verlaine ne sarebbe crepato d’invidia: bianco.

Con la famiglia rovinata, Leonard “Bob” – che si era visto predestinare tutto un brillar e sfavillar di carriera da avvocato presso la firma di grido Schinbierna&Schinbierna di New York – vide sconvolta (favorevolmente, ché per fare l’avvocato aveva una mezza idea – aveva sempre mezze idee, come forse (ci, ma anche vi) spiegheremo più avanti – di non averci il taglio) la sua vita. Prima, infatti, non aveva idea di che cosa avrebbe fatto di sé, ora ce ne aveva una mezza. Pensò: “Adesso faccio una ricerca su Ghiugl… anzi, mi voglio rovinare: Ghiugl plas (adbondantis adbondantum… anzi, mi voglio strarovinare: adbondantis adbondantum adbontantibus)”.
A quei tempi, però, Ghiugl plas non esisteva, ma esisteva Eevil plas (inventato dal mio amico Marsiano), il motore di ricerca e di ri-cerchia sociale che c’aveva un tigre dentro.
Pertanto, andò al suo computer (che al tempo non esisteva, o meglio, esisteva a metà: metà tastiera e metà monitor), digitò come Frenzy Frantic con 12 dita per circa 3 minuti, fino a ottenere una prolissa query “Dve ss trvare…” ma non possiamo dirvi di più, sempre per la questione della tastiera e dello schermo dimezzati (deduciamo che “ss” stia per “posso” – “p” e “o” situantisi nella metà mancante – all’epoca – della tastiera, la destra).
Fortuna che Eevil plas non scherzava. Grazie a un algoritmo misterioso (sebbene in fase beta) aveva capito che Leonard cercava un lavoro. E grazie a un secondo (in fase gamma) glielo aveva pure trovato.
Due ore dopo, Leonard “Bob” stava nella Settima (fra la Prima e la Terza [?]) in procinto di entrare nella bottega (in cuor suo sperando e non sperando di entrare a bottega) di un barbiere di New York, tale Tomhas Dilyan Taneddu, detto stranamente “Cochise” pur essendo della tribù dei Nez Percez? Percez Noz.
Taneddu Cochise, benché totalmente cieco, era il barbiere più in vista di New York, verosimilmente il migliore: basti pensare che tutti i mobster della città, quando erano stanchi di vivere, andavano chez lui. Sapevano che, immancabilmente, i membri dei mobs avversari li avrebbero trovati belli imbacuccati sulla poltrona girevole che Cochise avrebbe prontamente volto in favore dei malintenzionati affinché i malintenzionati venissero smitragliati a dovere. Non prima che Cochise avesse fatto loro barba e capelli (+ facial al vapore al calore galore).
Aperta la porta della bottega, Leonard fu investito dal sicario di turno in fuga, il quale, masticando fra le fauci un “faucof”, si scusò con l’ingrediente (nel senso di entrante), lo aiutò ad alzarsi, gli chiese se stesse bene, gli offrì una caramella, che Leonard non accettò dallo sconosciuto, al che il gangsta si offrì di offrirgli un drink al noto locale Blue Gardenia dietro l’angolo (il Blue Gardenia, a New York, è dietro ogni angolo), ma Leonard disse “non bevo mai prima delle 11 am”, e il mitragliere volendo controllare che ora fosse (che a lui non la si raccontava! – l’ora) prese a cercarsi addosso la cipolla, ma non la trovava, al che esclamò “fakiu” – poi scusandosi per il linguaggio – ma intanto “il sole mangiava i minuti” (secondo il celebre modo di dire in uso a New York, ma non è vero: lo dicono a Trieste, ma metti che uno scrittore con la sciarpa che scrive sta roba con 14 dita sia di Trieste e ignori certe sottigliezze filologiche – come finora ha ampiamente dimostrato – cosa volete che gliene freghi…) e mangia un minuto e mangiane un altro, va a finire che passano di lì 3 tipi nel NYPD, osservano la scena, si insospettiscono, si avvicinano, chiedono: “Tutto bene?” e Leonard muto e quell’altro pure, con il Thompson fumante in mano, e loro, ripetendo “Tutto bene?” senza ottenere risposta, si insospettiscono ancor di più, ma non avendo prove di avere motivi di insospettirsi sospettano di star prendendo un granchio a causa dei troppi tv-movie di NYPD visti, ecco che i 3 della pattuglia, dopo un’occhiata pedagogica agli insospettabili, fanno per allontanarsi, ma vengono – per precauzione – falcidiati dal mitra del mobster, che finalmente trova la cipolla, la consulta e osservando che sono le 10.57 non insiste. Stringe la mano a Leonard “Bob” e se ne va (i suoi passi saranno pochi, falciato immaturamente dai colpi di un contromobsta all’angolo del celebre locale Stork – che a New York si trova sempre di fronte al Blue Gardenia, da cui gli scazzi fra i due locali, spesso concludentisi in stragi di tutti i santi del calendario).

Lievemente stordito, finalmente Leonard fece il suo ingresso nella bottega. Non ebbe il tempo di dire “buongiorno” (tanto, dato che parlava a mezza voce, nessuno lo avrebbe sentito), che Cochise gli intimò: “Passa lo straccio su sta medda” (riferendosi al lago di sangue che tanto stonava col candore del locale, benché, data l’abbondanza di piastrelle, ricordasse una macelleria vecchio stile), non prima di averlo apostrofato: “Non si usa più dire buongiorno?”
Dice un lettore di quelli svegli tipo un libro da non perdere: “Ma Taneddu Cochise, non era cieco? Come ha potuto scorgere il nuovo arrivato, per altro così silenzioso?”
Gli rispondiamo: “Statti zitto e leggi, tanto sei abituato a schifezze peggiori…”
E lasciateci lavorare, altrimenti cade l’Italia e si muore.
Dunque.
Cochise usava frasi concise.
Brevi.
Andava sempre a capo.
Per guadagnare Tempo.
Mentre gli scrittori.
Con.
Le.
Sciarpe.
Lo fanno.
Per.
Guadagnare.
Righe.
Così il libro.
Viene più.
Grosso.
E possono.
Far pagare.
Una cacatina.
Di.
120.
Pagine.
(Che).
In.
Realtà.
Sarebbero.
7.
Dicevamo.
Lo fanno.
Pagare.
(A te).
(Che lo).
(Compri).
30.
Euri.
Poi.
Quando.
Hanno fatto.
La.
Grana.
E hanno.
Vinto.
I.
Premi.
Della.
Grappa.
E.
Di.
Altri.
Liquo-
ri,
diventano più buoni e generosi e riescono a scrivere numerose righe senza andare a capo, righe, per altro, piene di quella roba che il Bardo diceva essere fatta della stessa materia di cui è fatto il nulla.

Fine della prima parte. (Come Dickens).


Una volta, Dickens, dopo aver scritto e pubblicato sul the “Monarchy” (con il the minuscolo e fuori virgolette, che era una figata ideata da lui stesso) la prima puntata de Il piccolo Chirquick, essendo in crisi di astinenza da figate, si fermò ad un’edicola in Earl’s Court, intenzionato a farne una coi fiocchi (e controfiocchi, se si considera che si portò dietro il laptop). Diversamente dall’opinione diffusa, Dickens era una vera carogna (altroché paladino dei diseredati, dei poveri, dei reietti…), perciò si rivolse all’edicolante (un vecchietto sull’ottantina con trombone all’orecchio) chiedendogli spietatamente: “Buon uomo… Vorrei il numero del the ‘Monarchy’ – e staccò nettamente il ‘the’ da ‘Monarchy’ con tono strafottente – con la seconda puntata del racconto di quel… come si chiama… Dixen… Diskens… non mi sovviene…” L’ottuagenario non fece una piega – se non quella per raccogliere la copia del prestigioso quotidiano contenente la seconda puntata del Chirquick e gliela porse, in attesa del soldo.
Il Dickens, verde e rosso in volto, bofonchiò: “Mpf… fppmpff… Io… Io… Io vi farò licenziare, sarebbe l’ultima cosa che facessi!…”
Il vecchietto, correttigli congiuntivo e condizionale, mormorò qualcosa fra le gengive, un indistinto ma secco suono, tutto un “f” “f”, e rimise al suo posto la gloriosa carta.


martedì 3 dicembre 2013

Fantasie de li nervi, rivortamenti nelle tombe

Lou Reed rivolge un augurio ai fori neri e ai talent





A seguito della più parte di queste allegre elucubrazioni possiamo affermare senza tema di smentita che qui si parla di Grace Kelly:

I don’t know just where I’m going
But I’m goin’ to try for the kingdom if I can
’cause it makes me feel like I’m a man
(…)
When I’m rushing on my run
And I feel just like
Jesus’ son


Grace Kelly ha ormai deciso di farla finita con il cinema, ma non è del tutto certa circa le sue prospettive (I don’t know just where I’m going). Teme che la sua fantasia (I’m goin’ to try for the kingdom if I can) sia una fantasia de li nervi.
È addirittura in preda a delusions mistiche: crede di essere figlia del Signore, anzi “figlio”. La sua identità femminile è pressoché smarrita.


Il fantasma ricattatorio di Hitch è lì a tenere Banquo: le delusions della sua bionda Eroina sono per il Maestro cagione di un’insanabile delusione. Ha pensieri di morte, addirittura la invoca: 


Heroin, be the death of me (…)

Alfred si convince che non l’Entità Alma bensì l’Entità Grazia sia sua moglie [it’s my wife] e che Ella abbia preso il posto dell’Entità Cinema nella sua larga vita [and it’s my life].

Frattanto, lo sconforto di Grazia assume toni drammatici:

I have made a very big decision
I’m goin’ to try to nullify my life


Fortuna che arriva il dottor Ghianda:

“Il dottor Ghianda visitò la ragazza, je fece beve l’acqua de cedro, ch’è un carmante bono pe certe fantasie de li nervi, e quarche goccia, tre vorte ar giorno, d’acqua antisterica de Santa Maria Novella de Bologna che la fanno distillà li frati cor filtro, che so speciali. (…)” [C.E. Gadda].

Grazie alla cura del carmante, tutto finisce per il meglio: Grace, vinta l’isteria e liberatasi di Hitch (“che su moje je diede du’ schiaffe de tajo (...), sicché quer micoletto de capoccia va a finì tuttantrove rispetto a ndove che se situa normarmente”), conquista il kingdom… ecc. (“Yes I can”). [no C.E. Gadda, né la prima né la seconda parentesi]. E il resto, come d'abitudine, è quella storia, che noi ci racconteremo.

Mah, tutto un po’ pò esse...


FÈSTINA TALENT(E)


venerdì 29 novembre 2013

Venerdì nero ecc. ecc. ecc.

I gemelli De Rege-Marx
I gemelli De Rege-Marx colti nell’esplodere uno starnuto nero (lo abbiamo
corelphotato [mica c'abbiamo il sciop] noi, se no col cavoletto di Bruxelles
si vedeva) speculare che dà vita a una nebulosa.
È evidente che i due non si vedono l’un l’altro.
È altamente probabile che non vedano nemmeno lo specchio.
Altroché venerdì nero in arrivo: è già fra di noi il Black Sneeze, lo starnuto nero. Quelli che pensavano fosse un calesse, purtroppo dovranno ricredersi: è proprio un virus, di quelli col genitivo a regola d’arte.

La questione del virus col genitivo, come vedremo, non è di secondaria importanza.

Tutto il mondo dice ecc. ecc. ecc. oppure etc. etc. etc.
 

I filosofi di Mestre dicono: “A questo punto è più che evidente che la questione è squisitamente politica ecc. ecc. ecc.”.

Gli osservatori di costume svolgono impeccabili analisi sulla luce in fondo al tunnel, percorrono per giorni il tunnel a piedi, verso quella luce, e una volta giunti in prossimità del Vero e del Bello chiosano: “ecc. ecc. ecc.”. Non ci mica nasconderanno qualche orrenda verità non bella e non vera?

Gli economisti elaborano concetti imperscrutabili sulla “curva del 1997” per ore e ore; poi quando arriva il momento di tirare una sacrosanta somma, dicono: “ecc. ecc. ecc.”. Noi chiediamo spiegazioni su questa benedetta “curva del 1997” e loro ci deridono: “ecc. ecc. ecc.”. Mah, tutto può essere…

All’esame di Laurea, la studentessa di copywriting sorprende il Relatore e Controrelatore con questa ipo-tesi: “Fare la copywriter è una cosa che ti svegli la mattina, fai una docciua, bevi una spremuta di fichi d’India ecc. ecc. ecc.”.
Tutto concludendosi in gloria, nel ricevere un bacio poco accademico sente sussurrarle  nell’orecchio: “Non avrai mica copiato la tesi da un writer? (ecc. ecc. ecc.)”.


Chiedo a un passante di Mestre, non filosofo: “Scusi, c’ha mica d’accendere?” Lui estrae un accendino dicendo “ecc. ecc. ecc.”, cioè, l’accendino non funziona, è di quelli neri come lo starnuto, concepito per non tradire il livello terra terra del gas – ma gli studiosi di markettìn spiegano: “Serve come misura precauzionale affinché i bimbi, quando giocano con gli accendini – e sono miliardi, ’sti giocatori d’azzardo – non si accorgano che dentro c’è tanto gas da far esplodere l’accendino ecc. ecc. ecc.”.

Vado al Festival dei Corti, vedo un corto di 54 secondi (che poi risulterà ben secondo classificato) chiamato Shrunk, dove c’è uno con una faccia da mezzo matto che tenta di infilarsi i pantaloni dopo un lavaggio fallimentare (sbagliato programma). Impreca alquanto, ed è subito notte: vedo trascorrere i titoli di coda: “ecc. ecc. ecc.”.

Vado al Festival del scìnema di Roma e fremo in attesa della Scarlett: finalmente arriva, in tutto il suo splendore scarlatto, si dimostra molto disponibile – commenta un critico-poeta di un tg – nel firmare autografi per ben 5 minuti. Poi dice: “etc. etc. etc.” e se ne va. Non male, per mezzo testanzone. Anche la disponibilità ha un prezzo: questo è il prezzo della disponibilità.

Finalmente arriva uno dell’Associazione difesa consumatori e accusa sprecatori. Fa: “Ma scusate, dico io: perché usare tre ‘ecc.’ quando ne basterebbe uno? Abbiamo calcolato che se tutti, in questo Paese (che certo ci sono segnali di ripresa e autovelox di ripresa – magari un po’ troppi, i secondi intendo) noi (plurale pagliacaudato) ci limitiss… limiterebb… insomma, se userebbimo meno ‘ecc.’, potram…. Insomma, si va a sparagnare fino a 10 miliardi di vecchi euro all’anno luce”.
 

Ah, apriti cielo! Arrivano quelli che vedono comunisti come noi, genti comuni, quando ci guardiamo allo specchio, vediamo prima di tutto lo specchio.
E dàgli di Gatling: “Ma lei cosa vuole capire… Io capisco che lei quando io… Non mi interrompa, che io non l’ho interrotta, se non interrompendola per dirle che io capisco che lei ma non capisco che lei mi interrompe… Vergogna! Vergogna! Capra! Capra! ecc. ecc. ecc. … Viva la Libertà! Viva il contrario della Monarchia! Viva V.E.R.D.I.! ecc. ecc. ecc. … Traditore! Capra Spiatoria!”


Un Professore di Lettere Antiche (di centro – dunque non sospetto), che per caso passa di là, chiede cortesemente la parola. Non gliela danno. Allora lui si rivolge a una maestranza intenta ad analizzare twittate sul loggione tubi innocenti: “Scusi, ma et cetera è sufficiente ai nostri fini. Lei crede che Seneca, nella sua corrispondenza con Lucilio, si congedasse con 3 et cetera? Nemmeno con uno, a dire il vero. Si limitava a un Vale – che è come dire… ”
“Salute!” sembra augurargli la tuittera.
“Etcì etcì etcì” non si trattiene il Professore non sospetto in quanto di centro. “Mi scusi…”
“Si figu… etciùm etciùm etciùm” non si trattiene la bella.
“Che fa?… etcì etcì etcì…” chiede il Prof. “Declina?”
“Mannaggia, mi ha trasmesso il Black Sneeze… etciùm etciùm etciùm...”
“Un etciùm è sufficiente… etcì etcì etcì” puntualizza incoerentemente l’uomo di Lettere Antiche, “anche se un ‘etciorum’ sarebbe più corretto…” e si copre con forza la bocca, e si tura il naso.


Nell’arena, fra le tribune innocenti, tutti iniziano a interrompere tutti: “Etciùm etcì etciùm etciùm etcì.. Viva la Libertà! Etcì… etciùm… Vergogna! Capra! Capra… etciùm… borscevicchio!… Vergogna! (etcì etcì etcì)”.

ecc. ecc. ecc.

In fondo al tunnel nero si intravede il virus del Black Sneeze. C’est l’empire à la fin de la décadence.
 

Ma sempre meglio della peste bubbonica. Forse.

Come al (quasi)  solito, un ringraziamento a Marsiano (Commentatore e Commendatore Unico di questo blog with dirty little lips), il quale mi ha informato di questo Venerdì nero che io sapevo esistesse minga. Credevo fosse un virus, e invece – ma guarda tu, a volte... quando si dice... – è proprio un calesse.

mercoledì 27 novembre 2013

Grave Oddity: l'uomo che ebbe per lapide il monolito di "2001: Odissea nello spazio" dacché scelse per epitaffio quanto segue:




Mi dispiace di morire, ma son contento,
son contento di morire, ma mi dispiace.

Mi dispero di cotanto, ma son marice,
mi m'oriento di 'sti "dice", ma son compare.

Mi discondo di torace, ma son di spire,
mi cospiro di mendacie, ma son portento.

Mi contento di mimire, ma son spadace,
mi disdice di comere, ma son spomanto.

Di dimane mi pascire, ma condimento,
mi dirime di conare, ma son spidento.

Mi cimento di do' spari, ma son mirante,
mi c'ho posto di mirare, ma son discente.

Mi dissento di coppare, ma son romito,
mi ci spero di micare, ma son dimento.

Mi, sporadico rapito ma con triremi,
mi scontento di rimare, ma son dipinto.

Mi esperanto di edipire, ma son accento,
mi rimane di s*c*o*p*a*r*e1, ma son di dinto.

Mi dicette di spuntare, ma son matito,
mi rapace di spedire, ma son carento.

Mi, capace di sprecare ma mo' son tonto,
mi ci pento di donare, ma son morente!

Mi dispiace di morire, ma son contento,
son contento di morire, ma mi dispiace.

(zum zum!)


PS: non andate necessariamente a cercare peli negli anagrammi

1 - Timeo algorhythmos et dona ferentes


Getti Proigi Gigi Proietti
Getti Proigi: listen!
Addenda:
Son contace di morire, ma mi dispiento,
mi dispiento di morire ma son contace.

Di morace son contire mi ma dispiento,
dispiace consontire mi ma son tace...

mercoledì 16 ottobre 2013

Scrivere come e meglio di Ernest Hemingway (e di meno)

Siodmak l'anti-Hemingway e la Flash Fiction


Ernest Hemingway scrive un racconto-raccontuzzo di una paginetta, che per struttura-andazzo ricorda molto certi racconti social apparentemente incompiuti (in verità sfida alla scrittura collettiva-creativa-interattiva).
 

Il racconto si chiama ovviamente The Killers ("italiano": I gangsters).
 

The Killers
Non riesce a terminare la storia perché, fra capo e collo, gli giunge notizia che a Barcelona esiste un bar che espone la scritta "Ernest Hemingway non è mai stato in questo bar". Vola in Spagna per regolare i conti con gli ingrati.
 

Meantime, The Killers capita in mano al regista Robert Siodmak e allo sceneggiatore Anthony Veiller.

Letto il racconto, la loro riflessione è: "O Hemingway si è bevuto il cervello cadutogli nella birra corretta bourbon (non se ne ricava nemmeno un carosello dell'ispettore Rock da sta storia) oppure si è bevuto la birra corretta cervello". Non immaginano che si tratta di una sfida alla scrittura social-creativa  ante litteram ma soprattutto al superamento della stracotta six-word story In vendita: scarpe da bambino, mai usate. Che involontariamente i due uomini di cinema raccolgono.

E danno una ragione d'essere (e non essere) allo svedese-Swede-Burt Lancaster; o meglio: non essere e poi essere. Nei modi che si sa
o che si può sapere o meno.

Ma questa faccenda non finisce qui.

doubtwater scrive un periodazzo buttato lì, alla Ernesto, che fa:

“Ho il – d’accordo, non (ancora) sufficientemente ragionevole – dubbio che nemmeno nella campagna del Nord Africa si sollevasse tutto il polverone che ho sollevato e risucchiato io, stamattina”.

Ernie rientra dalla Spagna imbufalito, incontra doubtwater, gli fa: Hai scritto tu sta robazza? E non ce la fai a continuare? Da' qua, porco d'essere!”

E continua lui. Scrive:

“Che turno fai oggi Sandy?”
Sandy non rispose. Mise su un disco di classica.
Io la vedo così: non si può ascoltare musica, di qualsivoglia genere, durante una battaglia; non perché essa distragga il combattente, no: per lo stesso motivo per cui non si dovrebbe cantare mentre si fanno le pulizie e l’amore. Io la vedo così. A Kasserine gli alleati cantavano Lili Marlene. Anche se non posso escludere che avessero fiutato troppa benzina. Ma io la vedo così, non ci posso fare niente.


E lì si blocca.

Chiama Siodmak. Gli spiega che c'ha il blocco dello scribacchino. Siodmak vorrebbe mandarlo fungoo, ma stavolta intende prendersi una rivincita crudele. Insieme a Veiller buttano giù uno strazzo di sceneggiatura, la seguente:

Ho il – d’accordo, non (ancora) sufficientemente ragionevole – dubbio che nemmeno nella campagna del Nord Africa si sollevasse tutto il polverone che ho sollevato e risucchiato io, stamattina.

Poco fa, mentre durante una pausa nel primo atto dell’evacuazione del vacuo dedicavo metà pensiero a pensare e l’altra metà alla moka, e l’essudato fiume nella testa ricavava la sua gola-percorso, e scatenato inserto del deserto filava che chi l’arresta?, per sboccare fiume murmure con buone speranze di precipitare nell’esclamazione, mentre tutto ciò si sarebbe svolto solo in parte, insomma, avvenne invece che, in merito alla parte avvenuta, la caffettiera da quattro, mal sorvegliata, seguì il corso della natura.
Fortuna che ne udii il borboglio, sebbene in fase critica, ma non ancora catastrofica. Mi assumo la piena responsabilità del mezzo disastro, com’è mia abitudine, non scarico barili, tu non potesti udire la mia esclamazione, perché essa non ebbe mai luogo. Basta rileggere quanto sopra. Ma non voglio che questa passi per giustificazione. Checché ne dica il generale Clark, non concepisco il rischio calcolato – tanto meno nelle ore che dedico alla civilizzazione igienica del nostro tugurio.
Strategia della pulizia, tattica dell’aspirapolvere, rischio (calcolato o meno) dell’esplosione di una moka incustodita, movimento a tenaglia su una sacca di scarafaggi, attacco accerchiante contro un esercito di pulci, tagliare le linee di rifornimento alle formiche (che tagli una linea? una fetta di pane la tagli, assicura Tolstoj).
 

Pulizie (domenicali).

Alcuni cantano mentre le fanno. Bene, càntino. Propriamente, è un cliché.


Guerra (nel deserto).


I soldati cantavano Lili Marlene. Disperati, quando non sbronzi, o marci di effluvi di benzina. Propriamente, è un cliché. (Il generale Clark, malinconicamente, lamenta che gli alleati, a differenza degli unni, non riuscirono a “produrre una buona canzone di guerra”, aggiungendo, militarmente, che con Lili Marlene noi avremmo avuto vittoria facile se le sorti belliche si fossero decise in base ai “meriti musicali”. Conclude – banalità del malamente – con un sospetto: che la versione di Irving Berlin fosse oggettivamente migliore. Sono un signore. Lo fui sempre, fino alla fine).
 

Amore (domenicale).
 

Qualcuno di voi canta mentre lo fa? […] Sono forse sordo? No. Gli è che siete distratti dalla “strategia” e dalla “tattica”, e quando tutto è finito, in molti casi vi stringe angosciante la tenaglia del rischio (calcolato? non calcolato?) che avete appena corso. Azione di sfondamento della sacca senza (reciproca) copertura man mano che assumevate nuove posizioni: che razza di strategia è questa? Quella della ritirata strategica. Che razza di tattica avevate in mente? Ah, sensuale marcia di avvicinamento in mutande griffate e négligé. Propriamente, anche questo è un luogo (abbastanza) comune.
Tuttavia, Sandra, le cose è così che stanno e vanno.
È così che le cose sono andate.


Il salvato caffè mi sbrodola fuori dalla tazzona nel transito da retrotugurio a tugurio, causa spostamento d’aria provocato da proietto di imprecazioni esploso da quelli del piano di sopra, che probabilmente hanno effettuato una ritirata strategica più somigliante al panico da rotta. (Li senti i quattro bimbi agitarsi carichi di sospetto?). Ma adesso lascia stare, si passa lo straccio dopo più tardi. (Ora è tempo di polvere aspirare. Buzz buzz buzz per quelli di sopra: sono e fui sempre un signore, ma, come Clark, ho un compiuto senso dell’umorismo – in termini di tempistica, specie).


Provenivo dalla cucina, Sandy, con la mia tazzona da commedia di situazione che sempre urla “voglio o vorrei, impresso sulla plastica del mio corpo nudo tondeggiante, un marchio di identificazione personalizzato, o una Grande Lettera, o un cucciolo-assistente, un simbolo”.
È un’epoca, questa, di pericolosa latitanza di simboli e di exempla.
Venivo, ti dicevo – per riarmarmi della pulitrice del vacuo – dalle retrovie, dove, immagino dalla Downing Strasse, l’inconfondibile voce radiofonica di Winnie the Bulldog proponeva una bozza di negoziato in questi termini: “Blokes, si fa a freccette stasera?” E guarda, Sandy, che non era un messaggio in codice. Te lo posso assicurare. Non occorre scomodare la geekaglia di Bletchley Park. Infatti, passata una manciata di minuti, ha cominciato a litigare coi blokes perché loro non riuscivano a mettersi d’accordo sul dart club. Con lui che sputacchiava minacce-ricatti impillaccherandosi la farfallina di brandy? A quel punto ho spento la radio. 


“Che turno fai oggi Sandy?”

Sandy non rispose. Mise su un disco di classica.
Io la vedo così: non si può ascoltare musica, di qualsivoglia genere, durante una battaglia; non perché essa distragga il combattente, no: per lo stesso motivo per cui non si dovrebbe cantare mentre si fanno le pulizie e l’amore. Io la vedo così. A Kasserine gli alleati cantavano Lili Marlene. Anche se non posso escludere che avessero fiutato troppa benzina. Ma io la vedo così, non ci posso fare niente.
D’altro canto nemmeno in coito ascoltare musica è permesso.
Ma adesso, invece, a capofitto nella piana lercia, col mio braccio d’artificio che tasta alla cieca, e quell’aria del Wagner, ma che dico, del Mozart, delizia di trapano per le nostre orecchie: da notare che in tale situazione s’ingrossa in me la furia del combattente: alla cieca insinuando il braccio, insinuando, strisciando pancia in giù là dove tutto è risucchiato nella boccaccia elettrodomestica, anche una moneta, un paio di bottoni, fili di stoffe perdute, e continuamente butto intorno i miei occhi pavidi, come il topo che ha da scamparla.
Ora: questa è una fase della missione. Pare che io debba trasferirmi altrove.
Si va avanti, scarpe rotte, ma si va.
Bene, ci siamo. Servente al pezzo! ’spirapolvere carico? – ’spirapolvere carico. Vai. (Buzz buzz buzz).
Ma qui a che serve l’artiglieria? Una farragine di individui in forma di idoli ostili, blocchi di pietra atomica, statue inamovibili, vedo muraglie alzarsi ovunque, sembrano proiettarsi dal sottosuolo manovrate da mani sante; miglia di filo spinato sono la loro protezione, lattine e barattoli riempiti di candelotti di dinamite, coltelli, apriscatole, ancora filo spinato; e cavi, ogni genere di schifi di plastica e di metalli, apparentemente addormentati, e c’è da muoversi cautamente: tutti questi aggeggi potrebbero essere collegati a quelli che supponi congegni di massacro. Fai una mossa sbagliata, bello, e…
 

Questa battaglia continua da ore, e ormai ho voglia di dire addio alle armi tra le tue braccia di infermiera.
Purtroppo c’è questo antro, apparentemente inaccessibile al mio braccio armato. Il mio modesto punto di vista, Sandra, sarebbe quello di rimandare tutto. Che ne dici?


la missione è da dichiararsi incompiuta?

(e in tutto questo, cosa c'entra doubtwater?)

Comicomelò, ebook di 23 racconti dove tutto diventa comico e da ridere

Ma anche maledettamente complicato

E ci spieghiamo meglio: 

 

23 racconti dove tutto diventa comico e da ridereQuesto e-libretto contiene 23 racconti (e si badi bene: 23 è un numero cabalisticamente mistico, in verità ci sarebbe poco da scherzare...) con la pretesa di intrattenere il lettore in modo divertente e, come i dicono i critici surreali, con storie surreali, molte delle quali fanno fare incontenibili risate a denti stretti, fanno spanciare dal ridere, proprio, che a momenti uno cade dal tram dove.. sì, perché, chissà perché, pare che i lettori di ebooks (le statistiche ci dicono che sono in costante, ineluttabile aumento) prediligano leggere sui tram, specie le donne fra i 30 e i 40 anni con una mano al passamano e l'altra al kindle (e sorridono... sorridono intente in tanto...), tutti con i loro bravi ereader in offerta speciale, con i margini delle pagine sdentellati, giustificazioni da spavento and all that jazz, insomma.

Ma dove eravamo rimasti (sperando di esserci rimasti)? O meglio ancora: dove eravamo partiti? Bene: roba da ridere. Tutti vogliono ridere e nessuno vuole piangere; è vero che le statistiche ci dicono che è meglio ridere che piangere, ché ridere ti allunga la vita (e se uno - per esempio un personaggio del TEX - è stanco di vivere? Sai... quando Tex gli chiede: "Stanco di vivere?"), ma è una dannazione, quando si pubblica (ossia di rende pubblico) un qualcosina, dover attirare i 400 lettori che, sempre secondo le statistiche, leggono libri nel Paese del sole e delle sòle, con parole chiavistello tipo "libro da ridere", "racconti che fanno ridere", "storie divertenti", "umorismo", e ancora quelle stramaledettte "risate a denti stretti", "satira", "satira politica e di costume" "satirici", "barzellette", "la sai l'ultima?", "che ridere quel libro!", "libro forte", "libri contro il potere", "libri colmi di parolazze" ma "che fanno riflettere sul malcostume"ecc.

 

Viceversa, in questo ebook c'è poco da ridere, benché non ci sia granché di cui piangere. È una disgraziata catena melodrammatica, ti scassa i nervi, devi continuamente chiederti "Ma chi è questo? Cosa vuol dire 'sta roba qua? Ah, magari sarà simbolismo, come dicono i critici simbolisti e simbolistici...". Questo eBook ti fa venire il mal di testa: 1) perché devi leggerlo con l'e-reader; 2) perché sì. Tipo Gadda o Manganelli.

Hanno ragione le studentesse universitarie che lamentano: "Ziocaro, questo Gadda mi fa venire le palle, come Giois"; "Che palle questo Deleuze: non si capisce una mazza, fa venire la palle ai ginocchi". Ma fortunatamente beccano 30 / 30 e lode.


(Qua si stenta a venire al dunque, e dunque):

23 racconti, anche se ce ne sarebbe un 24° consistente nelle NOTE (VIRTUALI) DI QUARTA DI COPERTINA in stile deleuze-iano, atte a tenere lontano il lettore, in modo da portare a 399 il numero complessivo dei lettori italiani -- e poi a 398, 397, 396, e via di seguito, fino a un bello 0 (zero) rotondetto.

Ecco dunque le note di quarta ufficiose (che ci siamo ben guardati dall'inserire nel libro). Le note fanno quasi quasi un racconto a parte, che si potrebbe appropriatamente intitolare:

 

Il 24° racconto: le note di quarta di copertina

 

(con sottotitolo più che mai adeguato)

Fra Deleuze e Rewordify


(Da spezzare):


Parte prima:


Percorsi da suggestioni filmiche nella forma di richiami-rimandi a situazioni e personaggi (spesso) riconoscibili, e il cui monopolio è minacciato da infiltrazioni narrative di vario segno, i racconti compresi in questa raccolta sono convegno di mostri (monstra) vecchi, nuovi e futuribili, 23 anelli di una melodrammaticacatena della costernazione” (è il titolo del primo segmento) che si snoda incerta circa la propria reale natura, tuttavia destinata a un’inevitabile metamorfosi comica.
Lungo questo percorso ci imbattiamo in caratteri bisognosi della nostra solidarietà per affrancarsi da un universo pateticamente doloroso, mendicanti un riscatto dall’opprimente dubbio – di per sé logicamente sovversivo – “che cosa si può dire che non sarà già stato detto?”, quesito la cui unica risposta, nell’ipotesi più benevola, è un moto di ilarità.
Non si può però escludere che i nostri volenterosi intrattenitori ne siano sufficientemente appagati e che la loro percepita assenza da se stessi, l’ostinata latitanza dal tempo-durata corroborata da un linguaggio-memoria che afferma quale sola consistenza il rifacibile, finiscano per mettere in imbarazzo l’umanità del fare e del creare, interrompendo in ultimo l’ameno patto di complicità con il lettore. Che non si vuole spaventare ma con ciò preparare ad incontrare, in questo conflitto di makes e remakes, individui e peripezie appartenenti al dominio del “ce l’ho, manca”, fra cui:


(Parte seconda)


lo slow burn del primo anello della detta Catena,

il detective Pinkfinger (altrove “Ditarosate”) che non vedrà mai realizzato il sogno di una sfida al più celebre Goldfinger,

un tenente colonnello (generale? macché) Custer ospite di un centro rehab,

l’Apocalisse di Giovannin Senza Paura,

le vostre/nostre nonne incomprese,

Norman Bates ravveduto (?),

l’impegnativa e cavillosa gara a distinguere fra “liberalizzare” e “legalizzare”,

King Kong e i possibili difetti di una moderna democrazia,

cosa può succedere a frequentare una scuola serale di portamento,

il “sì lo voglio” di Molly (Bloom) nostra finalmente disvelato,

l’uomo è il migliore amico del cane,

inediti message boards dell’IMDB,

aspiranti fondatori di repubbliche di banane alla banana,

ritratto dell’Uomo Forte,

perché un papa senza nome (tandem!),

esemplificazione di microsceneggiatura di un remake filmico a regola d’arte,

un van Gogh di dubbia attribuzione, 

l’infinire e altro non anticipabile.

Ma ora che proprio il tempo, questa invenzione senza futuro, pare stringere peggio che una tenaglia, è meglio spicciarsi, fratello mio che tieni il sacco: in fretta, si va!


E vai!