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sabato 29 marzo 2014

Che cosa non seppe il Cavallo del piccolo romanzo fiume Novantuno

G. Manganelli, Centuria
In posa per il piano americano, il brigadiere della brigata cinofila gli disse definitivamente: “Tu sei lui”. 

Zooppass, in quanto fresco cane poliziotto, in quanto fresco cane poliziotto d’acqua in bocca, ma soprattutto in quanto cane, non emise alcun commento.
Quelli che narrano, narrano che fosse già stato cavallo in una vita precedente – non da tiro, beninteso: cavallo da corsa sciolto, sventuratamente in un’epoca in cui non si scommetteva sui cavalli, ma sull’eventualità che presto o tardi nascesse la figura del fantino. Quando sul volto sfaccettato della terra fece la sua (e di chi altri sennò?) comparsa il primo fantino, Zooppass il nostro aveva già lasciato quella vita precedente, per occuparne una successiva – pur sempre precedente ad altre che se ne stavano in fila agli sportelli della metempsicosi.
Quelli che in questa delicata scienza sanno il fatto loro (non meno di quanto sappiano quello della trasmigrazione animale), sovente non sanno il fatto altrui, diversamente sarebbero esplosi di meraviglia – nella brandellosa ricaduta divenendo molecole integrative della fede – nell’apprendere, dalle certe fonti che loro hanno, come Zooppass nella vita replicata fosse ancora una volta cavallo. Il che cesserebbe il dire consolatorio che le vite sono belle perché varie.
Cavallo di specie, senza specializzazione, né carne né pesce, tuttavia cavallo di cavallinità comprovata (dai bimbi elementari che ne’ loro disegni rappresentandolo, lo rendono indiscutibile col dargli un’altezza che in quei paesaggi comparativi sovrasta altri quadrupedi eretti e non eretti radamente alloggiati in prati tirati a strie verdi dove, più che sbucare, “stanno” vegetali [tipo il fiore per lui parla il gambo e tipo l’albero per lui parla il tronco, marron] che, a non sempre rispettosa proporzione dei primi praticoli, dal basso offrono umile rallegrante ornatura a una casa che ben mette in guardia il cielo dal profanare il vuoto, spaventevole bianco confine, fra il sopra celeste e il sotto detto, stabilito dalla sezione immacolata del foglio, il niente di nessuno dove sei certo di una cosa sola, questo sì: che il cavallo è quello che contende al fumo del comignolo la tensione al cielo, e gli altri sono quelli che la contendono al cavallo), bisognoso di prove e occasioni mai avute, cavallo di destino interinale. Di fronte a questo genere di cavallo, anche se non hai mai aspirato a diventare padrone di un cavallo, vedrai che lo diventi.
Tale librarolo inglese senza urgenza di nominazione personale, se non quella – specificazione – che al paese suo la scienza quella sopra lo avrebbe fatto bookmaker nell’addavenire, trovandolo vagabondo in da qualche parte molto squallida come si conviene a esseri interinali, e avendo un carattere contraddittorio che gli ingiungeva di detestare le cose che amava come il veglio Salamano, avendolo prima, a quel carcassato nomade, preso a busse e poi foraggiato, di nuovo motteggiato e poi carezzato e insollucherato, e poi notando nelle reazioni che gli scomponevano il muso come, disserrando la fauce scardinata, quel campione di cavallo tenesse una lingua assai straordinaria, ecco che lui gli diventa padrone.
Senza intenti assassini e successivamente glottosalmistratori.
Zooppass entrò a bottega da quel bibliofilo con l’incarico di correttore di bozzi qualora se ne presentassero sulle copertine di cuoio a processo di tomificazione completato. La sua lingua ruspida ripassava la superficie delle coperte, finché queste risultavano lisce come Dio comandava. E Dio erano tempi, quelli, che comandava.
Gli toccarono altre vite, anche sotto diversa specie, anche fortunate. Finché pervenne a questa.
(...)


Continua▲

© 2001-2014 Mauro Pascolat



CORRELATI: Che cosa vide l’Uomo del piccolo romanzo fiume Ottanta

domenica 23 febbraio 2014

Che cosa vide l’Uomo del piccolo romanzo fiume Ottanta

G. Manganelli, Centuria
... nella forma di un gran controattribuito, [vide] uno di quei pensatori... come dire... un filosofo d’istinto!, eccoli lì, che incocci ’a’ voglia nella vita; che anzi la vita restituirebbe se stessa al big bang pur di non annoverarli fra le sue creature... Uno di quei delinquentelli non perseguibili, ma rognosi, calunniosi – in primis di se medesimi –, callosi del loro rabbioso vizio di far frullare la lingua, i quali ramingano tuonando cannonate di paraponzeria per le strade del mondo, indugiando di tempo in tempo in cerca di prede, specialmente nei granitici scenari delle stazioni ferroviarie – le loro naturali, neutrali stoà – dove si accomodano, i primati, qua e là, su panchine, su scalinate, o appoggiandosi ai muri, nell’aspettativa del trascorrere del tempo... ed ecco che, senza previa dichiarazione di battaglia, arrivano, si posizionano, paiono studiare uno schieramento, in singola pazzoide fila profondità uno, ossia se stessi solitari, con quell’aria imbriaca e anchenò, ma vicina ad esserlo, esemplari – ma non è razzismo, questo, semmai revisionismo lombrosiano – microfrenici, loro e le loro caratteristiche, per e con la quale dotazione fisiognomica ti si pianta davanti uno d’essi e ti astrologa e piposofa dei suoi non ancora smaltiti scazzi quotidiani, colpevole la moglie solitamente salopetta definita che non ci dà bada a lui, se non per spronarlo, sto zombio de fame, già di mattina a buon’ora, dopo una notte di improperi e sgraffi, ad andarsene a girare il pollice da qualche parte, a guadagnarsi, insomma, i pretesi diritti (con tutto il degrado che essi comportano) che lui avanzerebbe, di paterfamilias, primo fra tutti – come egli dichiara, con la più alta convinzione delle terre emerse, finanche dell’Everest – che lei, questo cacabuccio di donnetta, lo gratificasse una volta, una sola volta, dico, della cosiddetta; fatto sta che tu, presempio, mentre che te ne sei al bar ferroviario, vai a infrangerti contro questa autocertificata vittima, pecoreggiante, delle magagne matrimoniali le più disperate: tu, proprio tu, ma guarda tu! Con quel fiato che ti odora di fango muffo: e andiamo, fai la coppetta con la manina pelle liscia-liscia: annusa! Che ne dici, uh? senso, ne? Va’, corri in cesso di stazione, datti risciacquata in bocca senza il tramite, fra i labbri e il rubinetto, della mano-acquedotto; fra tanto, l’occhio si appaga dello spettacolo, osservabile appena obliquamente sopra a dx, su muro tazebao, di accorati appelli d’amor che alcun perdona, d’altamiresca arte murale: neopuntinismo manure, opera acrobatica d’un uomo-mosca; neofauvismo ordure, opera digitale e insieme gesto sacrificale estremo di sensibile-alla-carta; e dàgli, tu, svelto!, di stomaco, ché almeno una valida giustificazione tu l’avrai, ben-bon, per l’alito che sgradevolmente s’effonde.

Ma adesso: si fa café olé e crossante croiccant?

Come ti risollevi dallo sforzo, lui ti è dietro, con l’epa croia che rimostra dalla scamiciatura, con la protestante braca sbrecciata poco sopra il cavallo che tuttavia testimonia l’uso della mutanda, suffragato dall’alone paglierino facilmente intravisto. E chissà da quanto, a quell’ora, già verbalizzava incontenibile, incontentabile, esso, nella generale noncagance del nomade popolo di toeletta, accosto accosto quasi tu gli avessi dato l’appuntamento sull’onda dell’ebrezza del Primo Amor (che la mattina seguente al suo fiorire, pur recandoti al risveglio farfalle, colombe e campane, t’opprime alla nuca e ti rompe il cuor), e altro non stesse ad aspettare che la prima limonata, quella che di regola ti lascia la bocca altrui in bocca, quella, sarebbe a dire, che te ne vorresti ancora, d’un lato, ma da quell’altro tu ti sembri un cannibale, cioè credi d’avergliela mangiata la lingua al/alla partner (merita fare una riflessione: presente? che ci stavano, negli anni sessanta/settanta, quei pinguini o ghiaccioli o calippi comunque gelati allo stecco, di forma, dico, sexy, e l’anima analoga ad un midollume gelatinoso, prodotto pianificato e confezionato a bella posta, da istituire nell’iniziando – prime campagne reclamistiche erotocentriche – la scabrosa convinzione d’una sorta di autosufficienza garantita dalla forte quanto sottile suggestione del bacio alla franzosa; essendo già in discorso, si potrebbe, del pari, riferirsi agli occhiali a raggi X, pensati per violare ogni limite di privatezza e dunque vedere il nudo sotto il vestiario – delle donne, specialmente; e continuando non si completerebbe mai, forse, l’elenco dei mille schemi riservatici dai pragmatici surrogatori di altrimenti impossibili educazioni sentimentali).

Quasi tu gli avessi dato un appuntamento. Con la sua bocca di fuoco odor di stock, spalancata sul muso tuo rubrico per i conati, eccolo lì il signore sì che se ne intende, pronto per l’espugnata: “Che ne pensa lei? Non ho forse ragione io? Che farebbe lei al posto mio? Non mi stia a dire che lei, a la femmina, almeno una volta al mese, nei rapporti e tutto quanto, lei non… Non me lo stia a dire neanche per scherzo! Ma mi dica: lei, a casa, ce l’ha una donna, la sua donna che l’aspetta, intanto che la cenetta va a freddarsi, con il grembiale magari come dire allacciato con un bel fiocco sopra due fior di chiappette come dire belle pienotte, che l’aspetta sulla soglia o giù al portone come chi magari attende l’operaio che torna tutto nero dal cantiere, questa pocahonta tutta unta e i capelli come dire come spinaci, qualche briciola di pane appiccicata qua e là, e che mazzo – si capisce – si deve essere fatta tutto il giorno, ma finalmente in pausa, magari appoggiata al manico della scopa, come una Tina Modotti appoggiata magari al piccone del comandante Carlos – oppure, sfinita, distesa sul canapé, con un occhio al tv e un’orecchia alla lavatrice che come dire gorgoglia di là… Una donna così, lei ce l’ha? Questa donna che si spende in duplice sacrificio: una donna di queste, angelo del vostro focolare, tipo, frutto dal vostro sudore coniugale, ma che alla bisogna sa come dire diventare una di quelle magari… Scommetto che lei ce l’ha?”
Si limitò a mormorare: “No, non ce l’ho”.

E l’omino girmi, accettando cavallerescamente la perdita della scommessa, voltò i tacchi, puntando sulla tabaccheria, forse per andarsi a ricaricare le batterie delle provate eliche.

© 2014 - Mauro Pascolat - Yaşasın▲


CORRELATI: Che cosa non seppe il Cavallo del piccolo romanzo fiume Novantuno

mercoledì 16 ottobre 2013

Comicomelò, ebook di 23 racconti dove tutto diventa comico e da ridere

Ma anche maledettamente complicato

E ci spieghiamo meglio: 

 

23 racconti dove tutto diventa comico e da ridereQuesto e-libretto contiene 23 racconti (e si badi bene: 23 è un numero cabalisticamente mistico, in verità ci sarebbe poco da scherzare...) con la pretesa di intrattenere il lettore in modo divertente e, come i dicono i critici surreali, con storie surreali, molte delle quali fanno fare incontenibili risate a denti stretti, fanno spanciare dal ridere, proprio, che a momenti uno cade dal tram dove.. sì, perché, chissà perché, pare che i lettori di ebooks (le statistiche ci dicono che sono in costante, ineluttabile aumento) prediligano leggere sui tram, specie le donne fra i 30 e i 40 anni con una mano al passamano e l'altra al kindle (e sorridono... sorridono intente in tanto...), tutti con i loro bravi ereader in offerta speciale, con i margini delle pagine sdentellati, giustificazioni da spavento and all that jazz, insomma.

Ma dove eravamo rimasti (sperando di esserci rimasti)? O meglio ancora: dove eravamo partiti? Bene: roba da ridere. Tutti vogliono ridere e nessuno vuole piangere; è vero che le statistiche ci dicono che è meglio ridere che piangere, ché ridere ti allunga la vita (e se uno - per esempio un personaggio del TEX - è stanco di vivere? Sai... quando Tex gli chiede: "Stanco di vivere?"), ma è una dannazione, quando si pubblica (ossia di rende pubblico) un qualcosina, dover attirare i 400 lettori che, sempre secondo le statistiche, leggono libri nel Paese del sole e delle sòle, con parole chiavistello tipo "libro da ridere", "racconti che fanno ridere", "storie divertenti", "umorismo", e ancora quelle stramaledettte "risate a denti stretti", "satira", "satira politica e di costume" "satirici", "barzellette", "la sai l'ultima?", "che ridere quel libro!", "libro forte", "libri contro il potere", "libri colmi di parolazze" ma "che fanno riflettere sul malcostume"ecc.

 

Viceversa, in questo ebook c'è poco da ridere, benché non ci sia granché di cui piangere. È una disgraziata catena melodrammatica, ti scassa i nervi, devi continuamente chiederti "Ma chi è questo? Cosa vuol dire 'sta roba qua? Ah, magari sarà simbolismo, come dicono i critici simbolisti e simbolistici...". Questo eBook ti fa venire il mal di testa: 1) perché devi leggerlo con l'e-reader; 2) perché sì. Tipo Gadda o Manganelli.

Hanno ragione le studentesse universitarie che lamentano: "Ziocaro, questo Gadda mi fa venire le palle, come Giois"; "Che palle questo Deleuze: non si capisce una mazza, fa venire la palle ai ginocchi". Ma fortunatamente beccano 30 / 30 e lode.


(Qua si stenta a venire al dunque, e dunque):

23 racconti, anche se ce ne sarebbe un 24° consistente nelle NOTE (VIRTUALI) DI QUARTA DI COPERTINA in stile deleuze-iano, atte a tenere lontano il lettore, in modo da portare a 399 il numero complessivo dei lettori italiani -- e poi a 398, 397, 396, e via di seguito, fino a un bello 0 (zero) rotondetto.

Ecco dunque le note di quarta ufficiose (che ci siamo ben guardati dall'inserire nel libro). Le note fanno quasi quasi un racconto a parte, che si potrebbe appropriatamente intitolare:

 

Il 24° racconto: le note di quarta di copertina

 

(con sottotitolo più che mai adeguato)

Fra Deleuze e Rewordify


(Da spezzare):


Parte prima:


Percorsi da suggestioni filmiche nella forma di richiami-rimandi a situazioni e personaggi (spesso) riconoscibili, e il cui monopolio è minacciato da infiltrazioni narrative di vario segno, i racconti compresi in questa raccolta sono convegno di mostri (monstra) vecchi, nuovi e futuribili, 23 anelli di una melodrammatica “catena della costernazione” (è il titolo del primo segmento) che si snoda incerta circa la propria reale natura, tuttavia destinata a un’inevitabile metamorfosi comica.
Lungo questo percorso ci imbattiamo in caratteri bisognosi della nostra solidarietà per affrancarsi da un universo pateticamente doloroso, mendicanti un riscatto dall’opprimente dubbio – di per sé logicamente sovversivo – “che cosa si può dire che non sarà già stato detto?”, quesito la cui unica risposta, nell’ipotesi più benevola, è un moto di ilarità.
Non si può però escludere che i nostri volenterosi intrattenitori ne siano sufficientemente appagati e che la loro percepita assenza da se stessi, l’ostinata latitanza dal tempo-durata corroborata da un linguaggio-memoria che afferma quale sola consistenza il rifacibile, finiscano per mettere in imbarazzo l’umanità del fare e del creare, interrompendo in ultimo l’ameno patto di complicità con il lettore. Che non si vuole spaventare ma con ciò preparare ad incontrare, in questo conflitto di makes e remakes, individui e peripezie appartenenti al dominio del “ce l’ho, manca”, fra cui:


(Parte seconda)


lo slow burn del primo anello della detta Catena,

il detective Pinkfinger (altrove “Ditarosate”) che non vedrà mai realizzato il sogno di una sfida al più celebre Goldfinger,

un tenente colonnello (generale? macché) Custer ospite di un centro rehab,

l’Apocalisse di Giovannin Senza Paura,

le vostre/nostre nonne incomprese,

Norman Bates ravveduto (?),

l’impegnativa e cavillosa gara a distinguere fra “liberalizzare” e “legalizzare”,

King Kong e i possibili difetti di una moderna democrazia,

cosa può succedere a frequentare una scuola serale di portamento,

il “sì lo voglio” di Molly (Bloom) nostra finalmente disvelato,

l’uomo è il migliore amico del cane,

inediti message boards dell’IMDB,

aspiranti fondatori di repubbliche di banane alla banana,

ritratto dell’Uomo Forte,

perché un papa senza nome (tandem!),

esemplificazione di microsceneggiatura di un remake filmico a regola d’arte,

un van Gogh di dubbia attribuzione, 

l’infinire e altro non anticipabile.

Ma ora che proprio il tempo, questa invenzione senza futuro, pare stringere peggio che una tenaglia, è meglio spicciarsi, fratello mio che tieni il sacco: in fretta, si va!


E vai!