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giovedì 18 settembre 2014

Carlito’s Way


Lezioni di modestia ai fanciulli

Carlito de La Rochefoucauld-Liancourt prima dell’invenzione
della modestia e di Al Pacino.

Sicché, mentre a lui, quello abituato a far fronte a catastrofi e cataclismi con il sorriso traditore di incisivi aguzzi, taglienti, si rivolgevano sopraffatti d’allarme addetti alla prevenzione di catastrofi e cataclismi, e ben esperti nel loro assegnamento, coll’indice indicando l’ingrossarsi di una nera apocalissi all’orizzonte distante questione di passi, insieme con l’acuirsi di odori di peste bubbonica, il dilagare incontrollabile di appestati per le vie, ai quali s’andavano, seppur con disgusto, alleando centurie di marcantoni e marcantonie armati di forconi, falci, pietroni, e tanti altri fantasiosi – non sempre improvvisati – strumenti di violenza, mentre di tutto pioveva sul nostro e sul vostro amore, insomma mentre, tra sospiri di “finalmente” e “fusse che fusse”, si avveravano taluni proverbi fino ad allora ritenuti conseguenti a ignoranza e superstizione, e via di fuga verosimili erano due: salto dalla finestra o trastullo con biglie colorate, paperine in gomma e pisellino di fresca scoperta, il Daimyo Sole XVI chiese a Carlito de La Rochefoucauld-Liancourt semmai avesse idea a che fosse imputabile tanta caciara – che, nondimeno, lo solleticava nemmeno – e, in seconda battuta, che gli andasse a ricuperare una paperella schizzata di vasca, ecco che Carlito, precisando trattarsi di “inappellabile rottura di coglioni” su tutti i fronti, e disobbedendo all’ultima richiesta del sire, fece alla maniera sua propria, di Carlito, appianando una pur improbabilmente futura controversia con quel dire semplice, magari primitivo d’argomentazione ma efficace (come la medicina amara) consistente nell’utilizzo di quel prolungamento di braccio e bile che risparmia biglie e paperelle ma non i reticenti ad allinearsi alle norme della buona creanza e i ribelli alle lezioni di modestia.
Carlito de La Rochefoucauld-Liancourt dopo l’invenzione della modestia e di Al Pacino.
Ma soprattutto alla notizia del mancato recupero della paperella.


sabato 29 marzo 2014

Il signor Udo

Scaricare pistole in aria, regalare parole ai sordi

Il signor Udo in uno spiraglio fra Essere e Nulla

Il signor Udo (Tommy) non era un galantuomo. Niente al mondo lo ispirava. Almeno era quello che lui credeva. Il filosofo lombrosiano Franz Joseph Rooster lo volle studiare per filo e per segno, nella convinzione-speranza di poter stabilire i canoni definitivi del male assoluto (contesogli solo dall’uomo di San Cristóbal). L’approccio sentimentale misto adottato dal futuro Gallo si uniformò, in una prima fase, in illusione (sempre di determinare lo Standard) e già nella seconda, di fase, finì per incenerirsi in brama di dissoluzione.
Perché il signor Udo – non essendo un galantuomo, bensì ispirato dal nulla –, dopo aver sopportato giobbescamente i tentativi di intrusione nella propria psiche nera da parte dell’ombroso, si sentì – contro la sua stessa volontà – finalmente ispirato. Nel corso di una delle tante sedute filosofiche nell’ambulatorio medico generico della Casa di Detenzione (intitolata al Santo tarantino) più famosa di San Franchisco (come pronunziavano gli antichi doppiatori: tu leggi “ch” come fosse la “c” di c’era una volta, e vedrai che andremo d’accordo), lo annientò con la sua unica arma: una breve frase in falsetto da infante corretta risolino d’un nervoso straordinariamente accentuato.
Il filosofo ne fu annientato, diventandogli prima succubo e successivamente dandosi alla mala vita, non prima di aver assunto lo pseudonimo di Joey “Crazy” Gallo.
L'ombroso filosofo lombrosiano Franz Joseph Rooster
al suo primo mugshot prima di diventare
Joey “Crazy” Gallo, king of the streets, child of clay
Attese come un profeta che il signor Udo scontasse la sua pena. Quando questi sortì di bottega su parole, lo andò ad aspettare davanti al grande portone della Casa di Espiazione.
Il signor Udo (che non era un galantuomo), nel vederselo davanti, abbozzò il suo sorrisino infame.
Joey non osò abbracciarlo a dargli il bentornato all’arbitrata libertà. Era tutto ginocchia frolle. Estrasse invece due pistole e, cautamente, come se avesse di fronte a sé la Bestia, le posò a terra – segno di omaggio, devozione, proposta di complicità.
Il signor Udo – un two-time loser – non era tuttavia affetto da idiozia. Diversamente, parrebbe, dal leccapiattini spuntato in quell’alba post-carceraria. Raccolse con soddisfazione le rivoltelle dono propiziatorio. Poi disse a Crazy Joey: “Si va a fà una girata sul Golden Gate?, eh? Io e te soli soletti?”
Era proposta da rifiutare?
No. Perché il signor Udo non era il tipo da “accettare un no per risposta” (come traducono i traduttori di film, senza un battito di ciglia degli adattatori dei dialoghi).
Sicché si diressero, a braccetto, verso il ponte, nell’alba incendiata.
Crazy Joey a momenti confidava in un invito a colazione in un joint altamente raccomandabile in prossimità del Cancello Dorato. Ma il signor Udo non arrestò il passo, se non quando furono esattamente al centro della struttura sospesa.
Lasciò andare le labbra in un’apertura di credito. Invitò l’illuso compagno ad accostarsi il più possibile al parapetto e quindi gli ingiunse: “Buttati”.
Non era una proposta, questa, ma un ordine, che certo Joey non poteva rifiutarsi di eseguire.
Ecco che pochi secondi dopo, egli trovò la risposta al vecchio interrogativo sull’Essere e il Nulla che lo arrovellava da sempre.
Il signor Udo spense l’incendio divampante nell’aurora sanfranchiscana con un cachinno di cui egli stesso non credeva di essere capace. E invece lo era eccome.
Sbrigata la noiosa questione, e resosi conto di essere diventato un three-time loser, non gli restò che scaricare le sue pistole in aria e regalare la parole ai sordi.
Davanti a sé, sulla carta, non gli rimaneva infatti che l’essere, il nulla e il tempo – ma, rispettivamente, con “E”, “N” e “T” maiuscole (come non si stenterà a rilevare) – da esperire nella buia gatta.
Sempre che le guardie lo avessero agguantato.


Un copper camuffato da ombra del signor Udo
cerca di agguantare lo stesso.(Non lo mollava un attimo)

Questo, ’o mythos, non lo dice. Sennò mythos sarebbe punto.

Noi, da parte nostra, sappiamo solo che anche oggi, quando piove o s’annuncia il Big One, se ne può udire lo sghignazzo riprovevole rimbombare dalle parti del Golden Gate.

Che fosse uno psycho negare non si può, però non era il solo.

Se infatti, oggi – o domani – uno come te si dovesse imbattere nel signor Udo, sinceramente non siamo in grado di dire come l’incontro potrebbe risolversi.
Una vaga idea magari ce l’avremmo. Ma preferiamo non sbottonarci. Giacché, a differenza del signor Udo Tommy, siamo galantuomini e galandonne.
Sempre ispirati dal sol dell’avvenire.
Con canestri di parole vuote calpestiamo arse aiuole.

VIDEO
http://bit.ly/1hlwIFj
La bravata che costò al signor Udo il marchio di two-time loser
You know what I do to squealers? I let ’em have it in the belly, so they can roll around for a long time thinkin’ it over”.

Oggi, per evitare di guadagnarsi il contraddittorio gallone di four-time loser, il signor Udo verosimilmente scaricherebbe le pistole in aria e regalerebbe la sua parole ai sordi di fronte a questi
argomenti correlati:

Le strade di San Franchisco (sono infinite, ma tutte in salita – a meno che uno non le percorra in discesa)

Bostick (Carolyn says at the other end of the wire – ma con la questione Massachusetts + San Franchisco, sempre in àmbito Bee Gees siamo)
I saw the best minds of my generation (Quattro ragazzi per strada... e sempre in area De Gregori siamo) 
500 parole dall'alba a mezzogiorno (sleeping it off)






martedì 25 febbraio 2014

L’uomo che non è che non c’era (ma si vedeva solo a metà)

1° disperato, necrotico stump

 

Primo stump dell’uomo che non è che non c’era
(Illustrazione di Stefano Baratti)
Manco a farlo apposta, quest’uomo che non è che non c’era (lui, poveretto, era lì, con tutti i crismi del caso a fare la sua vana parte nel mondo, solo che c’era solo a metà, un giorno la parte sopra e un giorno quella sotto – e capiremo meglio, se ci spiegheremo bene, naturalmente: diciamo che era stato fatto da Dio a sua [di Dio] immagine e somiglianza) faceva di mestiere il barbiere.
Benché avesse una scarsa capacità di giudizio, si riteneva abbastanza soddisfatto della sua vita. Se avesse avuto una buona capacità di giudizio, si sarebbe ritenuto soddisfatto.


Ma introduciamo per benino questa storia, diamole uno scheletro, una parvenza di trama, uno sputo di caratterizzazione, un qualcosina che come la leggi ti fa un effetto speciale. Ecco, si potrebbe cominciare così: per fare come certi scrittori matti che, tuttavia, vagano indisturbati e vaghi nel vano, vago mondo (anche loro facendo la loro brava, sporca e vana, vaga parte), sentite questa trovata: quest’uomo viveva a NEW YORK – così, detto vagamente, come se New York fosse il paesello dove De Sica fa il maresciallo, uno di quei paeselli sindaco, prete, farmacista (e maresciallo – anche se non sempre De Sica). Si sente già l’effetto? Avvertite sfarfallii nello stomaco? Sì? Buon segno. Ma spingiamoci oltre.
Non solo, dunque, cost’guy viveva a New York, ma aveva un nome, che per inventarcelo siamo diventati mezzi matti (anche se non del tutto: disgraziatamente siamo scrittori dilettanti – lo si capisce anche dal fatto che parliamo al plurale, il che deporrebbe a favore di una nostra certa svitatezza, ma in questa vita non sempre grata contano la fortuna e le mani-manico): si chiamava Leonard “Bob” Zagrebmann. Proveniva da una ricchissima famiglia di New York (che abitava in via Street Kennedy n° 3, la seconda sulla sinistra venendo da via Street Jhon Wayne, con “Jhon” scritto così non perché abbiamo sbagliato, ma perché ci siamo ispirati a uno scrittore che girava in pieno luglio con la sciarpa intorno al collo – che pareva sfuggito a un’impiccagione – con giacchetta da figicì dantan e che aveva inventato un personaggio di nome Jhon – ecco, così non ci accuserete di superficialità e approssimazione), che aveva fatto fortuna grazie a una vincita al totocalcio negli anni ’60 del XX secolo (cioè, nel Novecento, con la “n” maiuscola, quello che i realizzatori di note di quarta di libri di storia con la esse MAIUSCOLETTA non si stancheranno mai di sottolineare trattarsi del “secolo breve”). Non importa se a New York non esiste il totocalcio?
Vogliamo proprio vedere: un brutto giorno, infatti, arriva un funzionario del totocalcio di New York e fa: “Siete voi che avete vinto il totocalcio nel secolo breve?”
“Sì”, risponde accogliendolo sulla porta Robert “Leo” Zagrebmann – il padre di Leonard – con uno spregio del labbro come a dire meddatté.
“Bene”, replica il funzionario. “E in che anno, per l’esattezza e di grazia?”
“Ma… nell’anno di grazia e di esattezza 1972, credo…”
“Credete? Con esattezza? ’Scoltate qui, amico del sole: mi sa tanto che ho brutte notizie per voi” – non si capisce se dava del voi al capostipite appoggiato allo stipite o si riferiva alla ricchissima famiglia in generale. “Il secolo breve Novecento è finito nel 1971 (sennò era un secolo normale, di 100 anni, senza rotti in difetto o in eccesso), quindi non avete vinto un bel niente”.
Il vecchio, non essendo un piantagrane malgrado quello spregio del labbro (in realtà era uno spregio fisso, scolpito lì dalla nascita – o forse dalla Tyche), capì la situazione, ringraziò l’ospite, lo congedò e si trasferì nel suo studio (tutto foderato di libri in cuoio, con quel buon odore di cuoio e di carta, che è questo il bello dei libri veri a rimpetto degli ebooks: che senti odore, mentre con gli ebooks, oltre a cecarti, non senti odori; e si sa che quando uno legge – specie ai servizi – vuole sentire odori. Se poi soffri di stipsi, lo svantaggio degli ebooks viene duplicato. Se, invece, soffri del disturbo opposto, che pesci pigli quando ti accorgi della negligenza della serva trovandoti fra le mani un ebook? Manco uno. Come vedi, il book ha vantaggi notevoli rispetto all’ebook. Vai sempre al licet con un book è il nostro consiglio. Lascia perdere il giornale: che, mo’ li fanno in carta di riso? Il book sì, anche se costa), dove, sedutosi allo scrittoio, estrasse dal tiroir un pistolone e ti saluto, amico del sole!
Lo trovarono con un buchino da niente in fronte (senza cornice di splatterume), manco si fosse tirato una miccetta, e una lettera di fronte a sé. Dentro, un foglio d’un simbolico che Verlaine ne sarebbe crepato d’invidia: bianco.

Con la famiglia rovinata, Leonard “Bob” – che si era visto predestinare tutto un brillar e sfavillar di carriera da avvocato presso la firma di grido Schinbierna&Schinbierna di New York – vide sconvolta (favorevolmente, ché per fare l’avvocato aveva una mezza idea – aveva sempre mezze idee, come forse (ci, ma anche vi) spiegheremo più avanti – di non averci il taglio) la sua vita. Prima, infatti, non aveva idea di che cosa avrebbe fatto di sé, ora ce ne aveva una mezza. Pensò: “Adesso faccio una ricerca su Ghiugl… anzi, mi voglio rovinare: Ghiugl plas (adbondantis adbondantum… anzi, mi voglio strarovinare: adbondantis adbondantum adbontantibus)”.
A quei tempi, però, Ghiugl plas non esisteva, ma esisteva Eevil plas (inventato dal mio amico Marsiano), il motore di ricerca e di ri-cerchia sociale che c’aveva un tigre dentro.
Pertanto, andò al suo computer (che al tempo non esisteva, o meglio, esisteva a metà: metà tastiera e metà monitor), digitò come Frenzy Frantic con 12 dita per circa 3 minuti, fino a ottenere una prolissa query “Dve ss trvare…” ma non possiamo dirvi di più, sempre per la questione della tastiera e dello schermo dimezzati (deduciamo che “ss” stia per “posso” – “p” e “o” situantisi nella metà mancante – all’epoca – della tastiera, la destra).
Fortuna che Eevil plas non scherzava. Grazie a un algoritmo misterioso (sebbene in fase beta) aveva capito che Leonard cercava un lavoro. E grazie a un secondo (in fase gamma) glielo aveva pure trovato.
Due ore dopo, Leonard “Bob” stava nella Settima (fra la Prima e la Terza [?]) in procinto di entrare nella bottega (in cuor suo sperando e non sperando di entrare a bottega) di un barbiere di New York, tale Tomhas Dilyan Taneddu, detto stranamente “Cochise” pur essendo della tribù dei Nez Percez? Percez Noz.
Taneddu Cochise, benché totalmente cieco, era il barbiere più in vista di New York, verosimilmente il migliore: basti pensare che tutti i mobster della città, quando erano stanchi di vivere, andavano chez lui. Sapevano che, immancabilmente, i membri dei mobs avversari li avrebbero trovati belli imbacuccati sulla poltrona girevole che Cochise avrebbe prontamente volto in favore dei malintenzionati affinché i malintenzionati venissero smitragliati a dovere. Non prima che Cochise avesse fatto loro barba e capelli (+ facial al vapore al calore galore).
Aperta la porta della bottega, Leonard fu investito dal sicario di turno in fuga, il quale, masticando fra le fauci un “faucof”, si scusò con l’ingrediente (nel senso di entrante), lo aiutò ad alzarsi, gli chiese se stesse bene, gli offrì una caramella, che Leonard non accettò dallo sconosciuto, al che il gangsta si offrì di offrirgli un drink al noto locale Blue Gardenia dietro l’angolo (il Blue Gardenia, a New York, è dietro ogni angolo), ma Leonard disse “non bevo mai prima delle 11 am”, e il mitragliere volendo controllare che ora fosse (che a lui non la si raccontava! – l’ora) prese a cercarsi addosso la cipolla, ma non la trovava, al che esclamò “fakiu” – poi scusandosi per il linguaggio – ma intanto “il sole mangiava i minuti” (secondo il celebre modo di dire in uso a New York, ma non è vero: lo dicono a Trieste, ma metti che uno scrittore con la sciarpa che scrive sta roba con 14 dita sia di Trieste e ignori certe sottigliezze filologiche – come finora ha ampiamente dimostrato – cosa volete che gliene freghi…) e mangia un minuto e mangiane un altro, va a finire che passano di lì 3 tipi nel NYPD, osservano la scena, si insospettiscono, si avvicinano, chiedono: “Tutto bene?” e Leonard muto e quell’altro pure, con il Thompson fumante in mano, e loro, ripetendo “Tutto bene?” senza ottenere risposta, si insospettiscono ancor di più, ma non avendo prove di avere motivi di insospettirsi sospettano di star prendendo un granchio a causa dei troppi tv-movie di NYPD visti, ecco che i 3 della pattuglia, dopo un’occhiata pedagogica agli insospettabili, fanno per allontanarsi, ma vengono – per precauzione – falcidiati dal mitra del mobster, che finalmente trova la cipolla, la consulta e osservando che sono le 10.57 non insiste. Stringe la mano a Leonard “Bob” e se ne va (i suoi passi saranno pochi, falciato immaturamente dai colpi di un contromobsta all’angolo del celebre locale Stork – che a New York si trova sempre di fronte al Blue Gardenia, da cui gli scazzi fra i due locali, spesso concludentisi in stragi di tutti i santi del calendario).

Lievemente stordito, finalmente Leonard fece il suo ingresso nella bottega. Non ebbe il tempo di dire “buongiorno” (tanto, dato che parlava a mezza voce, nessuno lo avrebbe sentito), che Cochise gli intimò: “Passa lo straccio su sta medda” (riferendosi al lago di sangue che tanto stonava col candore del locale, benché, data l’abbondanza di piastrelle, ricordasse una macelleria vecchio stile), non prima di averlo apostrofato: “Non si usa più dire buongiorno?”
Dice un lettore di quelli svegli tipo un libro da non perdere: “Ma Taneddu Cochise, non era cieco? Come ha potuto scorgere il nuovo arrivato, per altro così silenzioso?”
Gli rispondiamo: “Statti zitto e leggi, tanto sei abituato a schifezze peggiori…”
E lasciateci lavorare, altrimenti cade l’Italia e si muore.
Dunque.
Cochise usava frasi concise.
Brevi.
Andava sempre a capo.
Per guadagnare Tempo.
Mentre gli scrittori.
Con.
Le.
Sciarpe.
Lo fanno.
Per.
Guadagnare.
Righe.
Così il libro.
Viene più.
Grosso.
E possono.
Far pagare.
Una cacatina.
Di.
120.
Pagine.
(Che).
In.
Realtà.
Sarebbero.
7.
Dicevamo.
Lo fanno.
Pagare.
(A te).
(Che lo).
(Compri).
30.
Euri.
Poi.
Quando.
Hanno fatto.
La.
Grana.
E hanno.
Vinto.
I.
Premi.
Della.
Grappa.
E.
Di.
Altri.
Liquo-
ri,
diventano più buoni e generosi e riescono a scrivere numerose righe senza andare a capo, righe, per altro, piene di quella roba che il Bardo diceva essere fatta della stessa materia di cui è fatto il nulla.

Fine della prima parte. (Come Dickens).


Una volta, Dickens, dopo aver scritto e pubblicato sul the “Monarchy” (con il the minuscolo e fuori virgolette, che era una figata ideata da lui stesso) la prima puntata de Il piccolo Chirquick, essendo in crisi di astinenza da figate, si fermò ad un’edicola in Earl’s Court, intenzionato a farne una coi fiocchi (e controfiocchi, se si considera che si portò dietro il laptop). Diversamente dall’opinione diffusa, Dickens era una vera carogna (altroché paladino dei diseredati, dei poveri, dei reietti…), perciò si rivolse all’edicolante (un vecchietto sull’ottantina con trombone all’orecchio) chiedendogli spietatamente: “Buon uomo… Vorrei il numero del the ‘Monarchy’ – e staccò nettamente il ‘the’ da ‘Monarchy’ con tono strafottente – con la seconda puntata del racconto di quel… come si chiama… Dixen… Diskens… non mi sovviene…” L’ottuagenario non fece una piega – se non quella per raccogliere la copia del prestigioso quotidiano contenente la seconda puntata del Chirquick e gliela porse, in attesa del soldo.
Il Dickens, verde e rosso in volto, bofonchiò: “Mpf… fppmpff… Io… Io… Io vi farò licenziare, sarebbe l’ultima cosa che facessi!…”
Il vecchietto, correttigli congiuntivo e condizionale, mormorò qualcosa fra le gengive, un indistinto ma secco suono, tutto un “f” “f”, e rimise al suo posto la gloriosa carta.


mercoledì 1 gennaio 2014

Tragedie (e drammi) di Capodanno

Precediamo il tradizionale bollettino botti e disgrazie di Capodanno, notificatoci dalle brave e belle giornaliste del TG meridiano che gode del più alto indice di gradimento presso le famiglie italiane e che può vantare il più sofisticato senso del macabro, con due incredibili e fatali eventi all’inizio del tunnel del 2014.

Il delitto non del tutto imperfetto

Danilo R., un uomo di anni 45 portati sufficientemente bene grazie all’esercizio fisico e mentale, consistenti – il primo – nella manutenzione di armi da fuoco di precisione e nella passione – il secondo – per il reenactment di dolorosi ma necessari episodi storici (pare avesse già pronto il biglietto aereo per Dallas, dove – secondo quanto sostengono i vicini – intendeva appostarsi, in compagnia di un Carcano M91/38, a un piano alto del Texas School Book Depository in Dealey Plaza in attesa del passaggio del motorcade presidenziale di cui avrebbe fatto immancabilmente parte il Kennedy John – egli credendo fortemente nella reincarnazione e vichianamente nella ciclicità della storia, sempre secondo le affermazioni dei vicini; ma, a parte questo, dichiara forse faziosamente una vicina, era un uomo delizioso), viceversa subitaneamente accecato,  ammutolito e assordato dalla – a quanto pare – gelosia, la notte di San Silvestro (o forse la mattina di San Chiaro, Abate di S. Marcello di Vienne; San Frodoberto, Abate di Moutier-La Celle; San Fulgenzio di Ruspe, Vescovo; San Sigismondo [Zygmunt] Gorazdowski, Sacerdote; Sant’Almachio, Martire; Sant’Eugendo, Abate di Condat; Sant’Odilone di Cluny, Abate; Santa Zdislava, Madre di famiglia – secondo il sito santeparole.it) avrebbe martoriato a morte la convivente, Ombretta N., di anni 59 da compiere, a nutriti colpi d’ascia.
Giunte sul luogo del carnaio, le forze dell’ordine hanno potuto constatare la morte della N. non prima di averle preso il polso (per fortuna già staccato) e posto uno specchietto davanti alla bocca.
Danilo R., tradotto in una galera, si è detto (a segni) sereno e fiducioso nella giustizia.
Serenità e fiducia mai furono meglio ripagate: l’immediata autopsia sulla povera vittima, infatti, ha stabilito che la stessa è deceduta per un’improvvisa complicazione polmonare subentrata 8 secondi prima dell’attentato compiuto dal convivente.
Danilo R. è stato immediatamente scarcerato e già in mattinata del 1° gennaio ha potuto ricongiungersi con la sua seconda convivente, Asfodelia S., di anni 62, sofferente di una non grave forma di mania persecutiva e persecutoria.

Danilo R. in posa con i suoi gioielli.

Fonti vicine ai vicini forniscono una versione alquanto differente della tragedia (o dramma), come riferisce la bella multi-inviata dei TG 1, 2, 3, 4, 5, 7 (il 6 risulta ancora latente) anche quest’anno in lizza per l’alloro nel campionato italiano delle telegiornaliste, lodevole iniziativa indetta da un sito internet che, pur avendo, in teoria, molte altre cose di cui occuparsi, gestisce con successo la manifestazione di bellezza e bravura giunta ormai alla sua vigesima edizione.
A delicata ma pregnante domanda della corrispondente di massacri e drammi (o tragedie) della gelosia, risponde infatti il vicino Sòstene P., fonte giudicata attendibile dall’olfatto giornalistico della candidata Miss TG: “No, guardi, l’era un uomo tranquillo quello, più di John Wayne. A parte ’sta passione per le armi, insomma. Se vuole che gli dico la mia, signorina, secondo me gli è venuta una crisi come una rabbia, si potrebbe dire – se posso dire – contro la tennologia, che lui ci si sentiva un poco schiavo. Per questo ha sbrigato la faccenda con l’assia, e no col fusìl”.
“Ma a parte questo”, incalza professionalmente l’inviata, “lei cosa si sente di aggiungere?”
“Ma, veda – sempre se posso dire la mia – a mio modo di vedere ’l guardava troppi TG”.
“No, non può dire la sua”, conclude poeticamente la telegiornalista, per restituire la linea allo studio, dove un’altra telegiornalista (che l’anno scorso si è qualificata terza al campionato), dopo aver commentato “Bene. Ma voltiamo decisamente pagina”, ci informa su una seconda tragica fatalità occorsa la notte di San Silvestro (o forse la mattina dei santi di cui sopra).



Fatalità (o tragica bravata?) nel mondo dello spettacolo

Tragica fine di Rozzha Xexxa, attrice di pellicole per soli grandi. Forse perché a lungo emarginata dal mondo dello spettacolo o non sufficientemente valorizzata, aveva deciso di prendersi una rivalsa con lo stabilire il record planetario di rapportarsi con più partner contemporaneamente (per quanti non lo sapessero, situazione tecnicamente nota nel mondo dello spettacolo come “ghenga-benga”) nella speranza di un futuro migliore e più equo.
Tutto essendo stato predisposto per l’evento la notte di San Silvestro (o di Santa Colomba di Sens, Vergine e martire; Santa Donata e compagne, Martire [sic!] a Roma; Santa Melania la Giovane, Penitente; Santa Paolina, Vergine e martire, secondo il sito santeparole.it, in contrasto con sito santiebeati.it, che annovera, fra gli altri, anche san Zotico, sacerdote, che provvide al sostentamento degli orfani; Beato Domenico de Cubells, predicatore mercedario; San Barbaziano di Ravenna, pure egli sacerdote; e altri), l’evento si è svolto ogni cosa parendo andare, lì per lì, per il verso giusto.

Rozzha sarebbe infallibilmente entrata nel guinness dei primati se solo, dopo l’atto o atti, ciascuno dei 412 uomini non avesse voluto fumare una sigaretta, pretendendo per altro che Rozzha, a sua volta, fumasse un sigaretta con ognuno di loro a gesto d’amore consumato.
Sventuratamente, i partecipanti all’impresa (tutti volontari, stando a fonti vicine al mondo dello spettacolo) sono morti asfissiati dal fumo esalato dalle 412 sigarette, mentre Rozzha è decessa, per conto proprio, alla 78a sigaretta.

 
Rozzha Xexxa ai tempi on cui non aveva contratto
il vizio del fumo.

Gli inquirenti, dopo aver sequestrato i videonastri documentanti l’evento con l’intento di vederci chiaro, si sono dovuti arrendere alla non evidenza del fatto determinata dalla spessissima coltre di fumo predominante nel locale dove ha avuto luogo la tragica bravata.
Ma voltiamo decisamente pagina.










Una telegiornalista impegnata in una prova di bravura e bellezza
in una delle prime edizioni del
campionato delle telegiornaliste

Illustrazioni di Stefano Baratti

lunedì 9 dicembre 2013

Punti cardinali · L’uomo che venne da lontano e andò ben oltre

L’ Uomo che venne da lontano
in un singolare schizzo. La testa, apparentemente assente,
è un semplice effetto trompe l’oeil

In tempi non sospetti (ché avevano ampiamente dimostrato la loro estraneità a se stessi c/o chi di dovere), noi froggers (with dirty little lips), come accade a caratteri con calibro dell’apocalittico Giovanni(n) (Senza Paura punta) ma soprattutto dell’entità di Nostradamus, Menagramus, Isacco Giacobbo e innumerevoli oltre-uomini di profezia, fummo punti da una benché non cercata vaghezza in virtù della quale ci trovammo, un bel giorno, a tener compagnia e botto alla schiera degli aruspici, in testa ai quali saremmo inclini a installare il felino Malachia, che nei suoi celeberrimi quanto criptici 111 motti espose visioni fatali di papi e anti-papi (si badi – detto divagando alquanto – che è uno dei pochi affari degli ultimi quattro e oltre secoli in cui non ha parte alcuna l’Uomo dell’ultimo dì mercedonio), con abbraccio che si estendeva dal pontificato del Celestino II fino a quelli compresi nella Fine dei Tempi, ci pare di capire. E qui cominciamo bene: non siamo pratici di cose astrofisiche (vedete: manco abbiamo la certezza che si tratti di cose astrofisiche), ma ammettendo e concedendo (tutto, fino a restare ignudi) una visione allucinata e prosaicamente impensabile dalla mente umana come lo spazio entro il quale si collocherebbe un evento Finale irreversibile – che, in turno, si supporrebbe non scindibile dall’influenza dal Tempo, in un’in(de)terminabile complicità dei Due – possa, dopo tanta catastrofe, essere ancora popolata di papi e anti-papi che se ne stanno in giro pontificando quasi niente fosse, e con l’aggravio dell’esposizione visionaria di Malachia – cui purtuttavia confermiamo la nostra stima e rispetto riconoscendone la buona fede –, ci rimane nondimeno ostico l’allineamento con un vaticinio che disimpegna l’istituto del papato dalla sua suprema funzione temporale (cioè politica). In sintesi: esiliato a regnare sul nulla, un pontefice perde un’alta percentuale del suo smalto e pertanto non è meritevole (o passibile) di ludibrio astrologico.

Comunque sia, a quegli scagionati tempi, si partorì anche noi una visione, alla Borges (ci si condoni l’accostamento: non sarà difficile in quest’epoca di passioni), piuttosto che alla Malachia – per giunta con ritaglio polemico, obiettivo il Márquez; ma nell’innocente forma di una stoccatina – sotto specie scritta, tradizionalmente – e convenientemente – specificata dal termine “racconto”, composto di un certo numero di motti (“mots”), indubbiamente maggiori di 111, magari anche criptici, ma privi di drammatiche valenze numerologiche. Nel quale, sbrigliata da ogni regola di contingente verisimiglianza, dominava la figura (“surreale” – suole puntualizzare chi col surreale mostra familiarità non inferiore alla tua con tuo cugino o tuo tsio) di un papa che si volle sudamericano.
Senza dettagliare da quale fra i Paesi dell’America meridionale egli originasse (pare in tutto uno di quegli accorgimenti in smaliziata adozione presso i pronosticanti di cui in alto, del genere – volgarmente ma efficacemente detto – “mettere le mani avanti”), ma dandogli un nome e un cognome (anzi che, in modi inauditi, montasse al soglio predestinato) con vaga eco di significante precolombiano, ossia Gutierro de Utziqui; chi avesse letto quel conto, sarebbe inoltre stato informato circa l’estrazione “campesina” del cardinale – a voler essere onesti e più realistici dei realisti, il “de” striderebbe con i modesti cognomi di quel ceto, che, poco abbiente, non potrebbe nella più immaginifica e nervosa delle fantasie concedersi (tantomeno se ne insognerebbe) l’acquisto di un predicato signorile. Ma il punto non è dolente fino all’irreparabile.
Sicché (questo accadeva intorno – quando non dentro – l’anno 2001 o forse 2), dopo lunghe (otto, o sette, ma sempre anni!) revisioni e meticolosi, cauti eppure rigorosi colpi di lima, finché sopraffatti da quell’urgenza che è combinazione di vanità (ecco – pressappoco – una spiegazione all’usanza che, se qui da Noi va indisturbata sotto la sigla APS, nel mondo anglosassone, senza tanti sotterfugi acronimici, è ostensibilmente, malignamente etichettata “vanity press”, e nell’Oltralpe designata da un serioso quanto esplicito “édition à compte d’auteur”) e timore di veder la storia del cardinale andare a male come (e dove) vanno certe vivande, giunse la risoluzione – conseguenza di cortesi declinazioni editoriali a dozzine – di rendere tuttavia pubblica (ma lo era già stata, sull’internèt, senza che la nostra e altre vite ne venissero scalfite) quella storia-profezia, rifilata ad un florilegio di novelline eccentriche assemblate sotto il titolo onnicomprensivo di Remakes (Cigoli) – proprio con quelle parentesi: non ne era, il contenuto, inteso a sottotitolo (perché si scelse quel titolo, qui non lo stiamo a documentare).
L’anno 2009, dunque, eccolo l’APS autoredatto vedere la luce, che negli anni a venire, gradualmente infiochendosi, infine si spense – ma per nostro lucido calcolo, a seguito di questa valutazione: un libro (di carta) che in quattro anni stabilisce un record planetario (tanto si sa…) per molti versi ignominioso, e che pochi – dal 1455 a oggi – possono vantare, tanto da tentarne il detentore di proporsi alla Guinness (non in quanto birra), va dolcemente soppresso, o deve almeno subire un certo qual cambiamento di connotati. Ora, la trista antologia viaggia sotto mutato titolo – sperduta come un novello Major Tom ma senza potersi appellare all’illusorio conforto di un Ground Control – di raggio in raggio della grande e selettiva Tela sub specie electronica. E lì rimanga, che un pochetto ci ha stancati.



Tornando dall’inevitabile digressione al nostro punto, ebbene: l’Utziqui (o de Utziqui) – sempre in quell’immaginazione – conseguiva il primato nella Sede di Pietro con peripezie le più difficilmente prefigurabili e con criteri nettamente illeciti (e illegali), benché il preteso effetto della brevissima novella fosse quello di evidenziare, per una serie di accadimenti compressi, come il porporato sudamericano (divenuto, piuttosto che eletto papa) introducesse una sia pur effimera rivoluzione nei costumi vaticani. Non c’è traccia di giudizi di alcun genere, né di merito etico né – per così dire, come dire, vogliamo dire – religioso o (ce se ne scampi!) di sfera “teologica”.
Ma quanti (certamente non troppi) volessero sapere di che cosa stiamo parlando, troveranno senz’altro il modo di leggere lo scampolo narrativo in questione.
Qui, viceversa, vogliamo soffermarci su ciò che esso trascura relativamente alla sorte patita da due cardinali concorrenti alla Cattedra pontificia.


Par di tornare alle cruente leggende borgiastiche, questo è vero (ma si legga il racconto, si legga pure – stranamente intitolato Settembre!, con esclamazione funzionale), tuttavia il Gutierro, agendo con quell’imprevedibile estro suramerico “su cui ci ha sempre tenuti informati Márquez con bilioni di pagine” (questa, citando, la “stoccatina”), combinò un finimondo, quel giorno (di settembre…), allorché ripulì la piazza dai competitori, del tutto dimentico di cosa fosse la pietà. Il resoconto parla chiaro.

Ora, ciò che in quello scritto si sottace fu la fine orrenda riservata dal papa “eletto” a due cardinali in particolare, usando di un metodo trascurato (curioso!) persino dalle più fervide menti dell’Inquisizione. A un certo punto, si fa cenno, nella fantasiosa cronaca, al “disavanzo totale di uomini color della porpora”, palese falsificazione della falsificazione (tanto è il racconto Settembre!), dacché due di essi – il nome? e chi (se) lo ricorda… – scamparono lì per lì alla furia di “Utziqui all’iniziativa” (cit.), trovando ricovero in chissà quale sgabuzzino remoto, ma senza farla franca. Nel momento in cui il neovicario massimo – benché a dure faccende obbligato – si prese una pausa per due conti che però non gli tornavano e non tornandogli fu bensì in grado di associarli a due nomi, con inumana prontezza di spirito decise di affidare la soluzione del caso a suoi fidati vicari sicari che lo avevano seguito in Roma dalle campesine terre avite.

Si sa di papi che, nei rari momenti di libertà dai loro oneri, si dedicano ad attività le più svariate per ritemprare lo spirito e la mente (“hobby”, “svago”, “distrazione”), nonostante la carenza di una seria letteratura in proposito (prevalendo la tendenza gossipara di taluni pseudostorici ovvero vaticanisti di non eccelsa lega, i quali – perdonate la franchezza – ci hanno riempito le tasche con obsolete, presunte indiscrezioni sulle manie, più che passatempi o diversivi, dei pontefici – il filone Borgia è inesauribile, insomma). Utziqui, ai tempi della giovinezza contadina in patria, studiò con entusiasmo l’apicoltura: ne fu, si dice, un pioniere nella plaga agricola d’oltreoceano, ne fu divulgatore e le diede impulso con giovamento per la povera economia locale, e della dedizione venne ripagato in termini di apprezzamento generale dei campesinos.
Così, quando fu il momento di traversare l’oceano per la prima venuta in Roma, non poté rinunciare a farsi accompagnare dagli insetti e dai di loro favi, che assegnò in custodia temporanea a un esperto e fidato apicoltore vaticano (in realtà, giardiniere). Poi, intensificandosi la sua attività nello Stato interno alla città, dovendosi là trattenere con sempre maggiore frequenza e per periodi sempre più lunghi, ebbe modo di dedicare più tempo (quello d’avanzo, resta inteso) alla cura delle creature. Delle api, della loro vita e abitudini conoscendo pressoché ogni segreto, Utziqui prese a concepire un disegno, parzialmente oscuro persino a lui stesso, in quanto ispiratogli da una teoria che necessitava d’un riscontro pratico. Passò notti insonni tra i favi, tra le arnie, biancovestito (ah… un presagio?) di tuta e maschera-velo protettivi, negligente alcune sue incombenze, tra cui la preghiera, o consacrandovi (no pun intended) attimi appena. Probabilmente senza esserne del tutto consapevole, il cardinale andava elaborando uno schema scientifico sui cui esiti non aveva certezze ultime, sebbene il suo inconfessato (n.p.i) obiettivo fosse la Creazione di un organismo geneticamente modificato, una Superape o Ultra-ape. L’intenzione di fondo era lodevole (non ci dilungheremo su, anzi non sfioreremo nemmeno questioni attinenti alla dottrina sociale della Chiesa in merito agli OGM, con il rischio di smarrirci nei da noi impraticabili meandri dove si dibatte di moralità – intrinseca ed estrinseca – della manipolazione genetica. E mica ce ne intendiamo granché). Egli vagheggiava la generazione di un’ape mellifera capace di produzioni più ingenti e più sofisticate ad un tempo, a puro ed esclusivo beneficio dell’Umanità. Ma non è improbabile che Utziqui fosse visitato dal dubbio, il quale – ora sappiamo – ebbe la peggio sotto l’attacco dell’anelito scientifico.


Saltiamo le genotecniche nello specifico impiegate dal Gutierro – che restano comunque secretate. Saltiamo i tempi di gestazione. Saltiamo le modalità riproduttive dalle api (diversamente dovremmo portare quei noiosi, ipocriti esempi con cui regina e fuchi cercano di spiegare alla prole come essa venga alla vita, cioè facendo imbarazzato e metaforico riferimento alla trafila seguita dal genere umano per generare i bambini).
Finalmente un giorno, un bel giorno (non è luogo comune), vide la stupefacente nidiata e udì l’insistente ronzio di alcune Superapi (o Ultra-api). Dei fenomeni nunzi del tanto atteso evento, il giardiniere corse a informare il cardinal Utziqui – preso altrove dai suoi consueti doveri.
In preda a un’eccitazione che chi vuole può comprendere, egli raggiunse il fantascientifico alveare, senza trattenere le lacrime come gli occhi caddero su una neonata che avrebbe conservato un posto di privilegio negli affetti del futuro pontefice. L’incredibile è che – sarebbe parso “per uno di quei portenti alla sudamericana” (cit.) – proprio quel Superessere avrebbe ricoperto un ruolo fatale nell’episodio che ebbe per vittime i due cardinali riparati nello sgabuzzino.
La prediletta ricevette un immediato e nemmeno troppo sofferto battesimo informale: fu chiamata decisamente Ape Papale. (Questa, ci viene da osservare, più che una forma di presagio, ha invece traccia del supposto peccato di presunzione, pur non essendo ancora un Vizio Capitale). Nessuna fonte a noi disponibile precisa se le sorelle ricevessero anch’esse un nome vero e proprio (nel senso proprio di “proprio”, non in quello, abusato, in questa locuzione, dalla stragrande maggioranza delle genti, specie [tele]giornalistiche, allorché – per istanza – copulandolo con “vero”, pretenderebbero, vanamente, di corroborare la forza di un dato sostantivo, col risultato di una resa ridondante quale “un vero e proprio nubifragio” – quasi esistessero tipi di nubifragi “falsi e impropri”. Noi, qui, la s’è usata, la locuzione, per un’estemporanea polemicuccia fra le parentesi, non per aprire [entro queste, magari, ormai occupate] una polemica “vera e propria”).


Ape Papale al culmine del suo fulgore guerriero.
Sull’aluccia è posibile notare
il tipico gallone di
Generale di Brigata per Superapi.
Erano uno splendore, che nei pochi giorni seguenti andò magnificandosi: e nell’aspetto e (soprattutto) e nelle dimensioni, indubbiamente abnormi. In incessante lavorìo, si sviluppavano, giorno dopo giorno, secondo il dettato di Natura e sotto le attenzioni di Gutierro e del giardiniere; attenzioni che però, in capo a poco più d’una settimana circa, si trasformarono in cure, ma nel loro senso etimologico più proprio (e vero) cioè preoccupazioni, quando le proporzioni degli insetti, insieme ad altre manifestazioni fisiologiche – il ronzio tendente alla distorsione (si immagini una di quelle chitarre di cui si dotano gli esecutori del metallo pesante), un’insolita irrequietezza nel volo che man mano si traduceva in evoluzioni audaci e fendenti l’aria con segni di aggressività, la riluttanza a far avvicinare più d’un tanto il giardiniere, ma non era ancora tempo di miele  – sembrarono aver ormai sfidato la Natura essendone sfuggite al controllo e non rispondendo alle Sue direttive.

Passò qualche giorno ancora (e in quel frattempo – qualcosa subodorando – il cardinale aveva cautelativamente suggerito al suo assistente di non frequentare il luogo delle arnie), dopo di che Utziqui fu sensibilmente turbato alla scoperta di un ormai certo scherzo applicato da Natura alle sue creature. Parliamo, per l’esattezza, proprio di Ape Papale, monarca assoluta delle api consorelle – ne aveva ogni evidenza – nella quale il cardinale riscontrò un pungiglione di misura – sempre in proporzione col resto della struttura fisica – non ordinaria. È indispensabile sapere una cosa: l’ape pupilla, benché caratterizzandosi come le altre per quei fenomeni sopra accennati, li cessava nel momento del contatto ravvicinato alquanto con il suo cultore, e licenziando gli apparenti comportamenti aggressivi e forse ostili (imitata dalla famiglia), si concedeva ai suoi affetti come la più mansueta delle creature. Perciò, il cardinale poté esaminarla da una distanza minima, verificare la straordinarietà di quell’aculeo e chiedersi infine se il dardo – data l’anomalia – fosse più che un organo strutturale. Per tale accertamento, sarebbe stata naturalmente necessaria una sperimentazione, con conseguente morte della bestiola. Non era questo che Utziqui voleva.
Ma ancora “per uno di quei portenti…”, come ad averne inteso il pensiero, Ape Papale, subitanea Mrs. Hyde, emise un ronzio Kirk Hammett al top, vibrò le ali (pareva un caccia allertato con breve se non nullo preavviso) e si sollevò in ultrasonico volo, che, tempo millisecondi, rivelò avere un preciso bersaglio: il gatto (non papale e nemmeno cardinalizio, forse un semplice randagio infiltratosi chissà in che modo nella sorvegliatissima area vaticana) assunse, su quattro piedi, un’aria interdetta – interlocutoria, sarebbe meglio dire – come sorpreso dalla stessa sorpresa di quell’inatteso attacco. Le quattro zampe montate su quei piedini facendogli otto giacomi, lo sguardo da Stregatto sbronzo e miagolando “me sento tutto strano”, la vittima, barcollante, riguadagnò la misteriosa via che l’aveva lì condotto per dirigersi istintivamente verso il Cimitero dei Gatti – ché la sua inesorabile Ora gli suonava scoccatura – situato, dicono, in un probabile recesso del Colosseo, dove, fra sofferenze da non dire, trovò requie (per un verso immeritata e per un recto meritata) in capo a un paio di mezz’ore.

E intanto, l’Ape ad ogni parvenza giacendo di quel giacere irreversibile cui sono destinate le api dopo la loro tipica malefatta, il cardinale tornato a sé dallo stordimento si affrettò a verificare la situazione, che giudicava tragica. Ignorando se fosse in qualche insperato modo rimediabile, ebbe mille bizzarri pensieri, fra cui l’applicazione della respirazione artificiale al devastato insetto. Ma quell’apparato boccale era una sfida impossibile – ben lo sapeva Utziqui. Soccorso presso terzi (e di quale natura, poi?) non l’avrebbe trovato. Tutto faceva mal disperare.
In casi simili – non serve essere cardinale per saperlo – rimane poco da fare, se la preghiera all’Altissimo vi pare poco. A ciò si accinse il prelato, ché – non si può mai dire, pensò sopra le righe – forse il suo implorare avrebbe trovato ascolto. In tanta confusione non individuando la preghiera del caso – e una a misura di frangente in verità non esisteva –, si provò a raffazzonarne un’altra di sua ideazione, le idee però vieppiù confuse. In prossimità di un bel fulminante “finalmente”, tuttavia, ecco che la disgraziata (più avanti il cardinale avrebbe attribuito all’Onnipotente quella facoltà che viceversa è esclusiva – come non ci stancheremmo di sottolineare se ci venisse chiesto di farlo – della malachiaca, nostradamica nonché isacco-giacobbica compagnia), col fremere debolmente, diede uno di quei segni caratteristici degli esseri in vita. Solo allora il suo cultore-tutore proruppe in pianto e fece a premurarsi di quale premura che fosse; ma non fu necessario: Ape Papale – erano trascorsi due minuti… Ma neanche… – era più arzilla, più bella e più superba che pria. (“Bravo”. “Grazie”. – si sarebbe udito provenire, come rapido scambio di battute fra vecchi compagnoni, rispettivamente da sotto e da sopra il cielo di Roma [quasi cit., ma vedi]).
Utziqui non tardò ad aggiungere nuova conclusione (sospettando che non fosse l’ultima) alle tante già accumulate: Ape Papale, e le consorelle sue, si distinguevano dalle altre al mondo note per un’ennesima meraviglia più o meno naturale: sopravvivevano alla loro comunemente segnata sorte, e, chissà, non è da escludersi che serbassero altre qualità nascoste. “E se fossero state immortali?” non ebbe il tempo di pensare Utziqui...


mercoledì 16 ottobre 2013

Scrivere come e meglio di Ernest Hemingway (e di meno)

Siodmak l'anti-Hemingway e la Flash Fiction


Ernest Hemingway scrive un racconto-raccontuzzo di una paginetta, che per struttura-andazzo ricorda molto certi racconti social apparentemente incompiuti (in verità sfida alla scrittura collettiva-creativa-interattiva).
 

Il racconto si chiama ovviamente The Killers ("italiano": I gangsters).
 

The Killers
Non riesce a terminare la storia perché, fra capo e collo, gli giunge notizia che a Barcelona esiste un bar che espone la scritta "Ernest Hemingway non è mai stato in questo bar". Vola in Spagna per regolare i conti con gli ingrati.
 

Meantime, The Killers capita in mano al regista Robert Siodmak e allo sceneggiatore Anthony Veiller.

Letto il racconto, la loro riflessione è: "O Hemingway si è bevuto il cervello cadutogli nella birra corretta bourbon (non se ne ricava nemmeno un carosello dell'ispettore Rock da sta storia) oppure si è bevuto la birra corretta cervello". Non immaginano che si tratta di una sfida alla scrittura social-creativa  ante litteram ma soprattutto al superamento della stracotta six-word story In vendita: scarpe da bambino, mai usate. Che involontariamente i due uomini di cinema raccolgono.

E danno una ragione d'essere (e non essere) allo svedese-Swede-Burt Lancaster; o meglio: non essere e poi essere. Nei modi che si sa
o che si può sapere o meno.

Ma questa faccenda non finisce qui.

doubtwater scrive un periodazzo buttato lì, alla Ernesto, che fa:

“Ho il – d’accordo, non (ancora) sufficientemente ragionevole – dubbio che nemmeno nella campagna del Nord Africa si sollevasse tutto il polverone che ho sollevato e risucchiato io, stamattina”.

Ernie rientra dalla Spagna imbufalito, incontra doubtwater, gli fa: Hai scritto tu sta robazza? E non ce la fai a continuare? Da' qua, porco d'essere!”

E continua lui. Scrive:

“Che turno fai oggi Sandy?”
Sandy non rispose. Mise su un disco di classica.
Io la vedo così: non si può ascoltare musica, di qualsivoglia genere, durante una battaglia; non perché essa distragga il combattente, no: per lo stesso motivo per cui non si dovrebbe cantare mentre si fanno le pulizie e l’amore. Io la vedo così. A Kasserine gli alleati cantavano Lili Marlene. Anche se non posso escludere che avessero fiutato troppa benzina. Ma io la vedo così, non ci posso fare niente.


E lì si blocca.

Chiama Siodmak. Gli spiega che c'ha il blocco dello scribacchino. Siodmak vorrebbe mandarlo fungoo, ma stavolta intende prendersi una rivincita crudele. Insieme a Veiller buttano giù uno strazzo di sceneggiatura, la seguente:

Ho il – d’accordo, non (ancora) sufficientemente ragionevole – dubbio che nemmeno nella campagna del Nord Africa si sollevasse tutto il polverone che ho sollevato e risucchiato io, stamattina.

Poco fa, mentre durante una pausa nel primo atto dell’evacuazione del vacuo dedicavo metà pensiero a pensare e l’altra metà alla moka, e l’essudato fiume nella testa ricavava la sua gola-percorso, e scatenato inserto del deserto filava che chi l’arresta?, per sboccare fiume murmure con buone speranze di precipitare nell’esclamazione, mentre tutto ciò si sarebbe svolto solo in parte, insomma, avvenne invece che, in merito alla parte avvenuta, la caffettiera da quattro, mal sorvegliata, seguì il corso della natura.
Fortuna che ne udii il borboglio, sebbene in fase critica, ma non ancora catastrofica. Mi assumo la piena responsabilità del mezzo disastro, com’è mia abitudine, non scarico barili, tu non potesti udire la mia esclamazione, perché essa non ebbe mai luogo. Basta rileggere quanto sopra. Ma non voglio che questa passi per giustificazione. Checché ne dica il generale Clark, non concepisco il rischio calcolato – tanto meno nelle ore che dedico alla civilizzazione igienica del nostro tugurio.
Strategia della pulizia, tattica dell’aspirapolvere, rischio (calcolato o meno) dell’esplosione di una moka incustodita, movimento a tenaglia su una sacca di scarafaggi, attacco accerchiante contro un esercito di pulci, tagliare le linee di rifornimento alle formiche (che tagli una linea? una fetta di pane la tagli, assicura Tolstoj).
 

Pulizie (domenicali).

Alcuni cantano mentre le fanno. Bene, càntino. Propriamente, è un cliché.


Guerra (nel deserto).


I soldati cantavano Lili Marlene. Disperati, quando non sbronzi, o marci di effluvi di benzina. Propriamente, è un cliché. (Il generale Clark, malinconicamente, lamenta che gli alleati, a differenza degli unni, non riuscirono a “produrre una buona canzone di guerra”, aggiungendo, militarmente, che con Lili Marlene noi avremmo avuto vittoria facile se le sorti belliche si fossero decise in base ai “meriti musicali”. Conclude – banalità del malamente – con un sospetto: che la versione di Irving Berlin fosse oggettivamente migliore. Sono un signore. Lo fui sempre, fino alla fine).
 

Amore (domenicale).
 

Qualcuno di voi canta mentre lo fa? […] Sono forse sordo? No. Gli è che siete distratti dalla “strategia” e dalla “tattica”, e quando tutto è finito, in molti casi vi stringe angosciante la tenaglia del rischio (calcolato? non calcolato?) che avete appena corso. Azione di sfondamento della sacca senza (reciproca) copertura man mano che assumevate nuove posizioni: che razza di strategia è questa? Quella della ritirata strategica. Che razza di tattica avevate in mente? Ah, sensuale marcia di avvicinamento in mutande griffate e négligé. Propriamente, anche questo è un luogo (abbastanza) comune.
Tuttavia, Sandra, le cose è così che stanno e vanno.
È così che le cose sono andate.


Il salvato caffè mi sbrodola fuori dalla tazzona nel transito da retrotugurio a tugurio, causa spostamento d’aria provocato da proietto di imprecazioni esploso da quelli del piano di sopra, che probabilmente hanno effettuato una ritirata strategica più somigliante al panico da rotta. (Li senti i quattro bimbi agitarsi carichi di sospetto?). Ma adesso lascia stare, si passa lo straccio dopo più tardi. (Ora è tempo di polvere aspirare. Buzz buzz buzz per quelli di sopra: sono e fui sempre un signore, ma, come Clark, ho un compiuto senso dell’umorismo – in termini di tempistica, specie).


Provenivo dalla cucina, Sandy, con la mia tazzona da commedia di situazione che sempre urla “voglio o vorrei, impresso sulla plastica del mio corpo nudo tondeggiante, un marchio di identificazione personalizzato, o una Grande Lettera, o un cucciolo-assistente, un simbolo”.
È un’epoca, questa, di pericolosa latitanza di simboli e di exempla.
Venivo, ti dicevo – per riarmarmi della pulitrice del vacuo – dalle retrovie, dove, immagino dalla Downing Strasse, l’inconfondibile voce radiofonica di Winnie the Bulldog proponeva una bozza di negoziato in questi termini: “Blokes, si fa a freccette stasera?” E guarda, Sandy, che non era un messaggio in codice. Te lo posso assicurare. Non occorre scomodare la geekaglia di Bletchley Park. Infatti, passata una manciata di minuti, ha cominciato a litigare coi blokes perché loro non riuscivano a mettersi d’accordo sul dart club. Con lui che sputacchiava minacce-ricatti impillaccherandosi la farfallina di brandy? A quel punto ho spento la radio. 


“Che turno fai oggi Sandy?”

Sandy non rispose. Mise su un disco di classica.
Io la vedo così: non si può ascoltare musica, di qualsivoglia genere, durante una battaglia; non perché essa distragga il combattente, no: per lo stesso motivo per cui non si dovrebbe cantare mentre si fanno le pulizie e l’amore. Io la vedo così. A Kasserine gli alleati cantavano Lili Marlene. Anche se non posso escludere che avessero fiutato troppa benzina. Ma io la vedo così, non ci posso fare niente.
D’altro canto nemmeno in coito ascoltare musica è permesso.
Ma adesso, invece, a capofitto nella piana lercia, col mio braccio d’artificio che tasta alla cieca, e quell’aria del Wagner, ma che dico, del Mozart, delizia di trapano per le nostre orecchie: da notare che in tale situazione s’ingrossa in me la furia del combattente: alla cieca insinuando il braccio, insinuando, strisciando pancia in giù là dove tutto è risucchiato nella boccaccia elettrodomestica, anche una moneta, un paio di bottoni, fili di stoffe perdute, e continuamente butto intorno i miei occhi pavidi, come il topo che ha da scamparla.
Ora: questa è una fase della missione. Pare che io debba trasferirmi altrove.
Si va avanti, scarpe rotte, ma si va.
Bene, ci siamo. Servente al pezzo! ’spirapolvere carico? – ’spirapolvere carico. Vai. (Buzz buzz buzz).
Ma qui a che serve l’artiglieria? Una farragine di individui in forma di idoli ostili, blocchi di pietra atomica, statue inamovibili, vedo muraglie alzarsi ovunque, sembrano proiettarsi dal sottosuolo manovrate da mani sante; miglia di filo spinato sono la loro protezione, lattine e barattoli riempiti di candelotti di dinamite, coltelli, apriscatole, ancora filo spinato; e cavi, ogni genere di schifi di plastica e di metalli, apparentemente addormentati, e c’è da muoversi cautamente: tutti questi aggeggi potrebbero essere collegati a quelli che supponi congegni di massacro. Fai una mossa sbagliata, bello, e…
 

Questa battaglia continua da ore, e ormai ho voglia di dire addio alle armi tra le tue braccia di infermiera.
Purtroppo c’è questo antro, apparentemente inaccessibile al mio braccio armato. Il mio modesto punto di vista, Sandra, sarebbe quello di rimandare tutto. Che ne dici?


la missione è da dichiararsi incompiuta?

(e in tutto questo, cosa c'entra doubtwater?)